STUDIO VISIT #3

BALLOON PROJECT INCONTRA VIR – VIA FARINI IN RESIDENCE

di Laura Cantale

 

Il terzo Studio Visit di Balloon Project presso Via Farini è stato curato da Laura Cantale che ha visionato i portfolio degli artisti in residenza presso la sede storica di Via Farini e presso l’archivio della Fabbrica del Vapore.

La scelta è caduta su cinque artisti: Giuseppe Buzzotta, Vincenzo Zancana, Miriam Montani, Emanuela Barilozzi Caruso e Giuseppe Mirigliano.

I primi tre sono in residenza presso la sede storica di Via Farini.

Giuseppe Buzzotta, che aveva già partecipato al precedente ciclo di residenze, spiega come il suo lavoro pittorico si basi sul concetto di metabolismo, nel senso più scientifico del termine. La sua ricerca si focalizza sul processo di trasformazione tipico dell’azione metabolica e sul suo legame diretto con la mente, come lo condiziona e quanto questa sia importante per il corretto funzionamento del corpo. Metabolismo fisico e psichico sono legati tra loro, non da una questione mistica ma da un’accezione specificamente scientifica e, come tale, autorevole e veritiera. Ogni momento di trasformazione, modificazione e connessione, tipico del metabolismo, è unito a un fattore emotivo: mente e stomaco sono indissolubilmente e concretamente collegati. Pittoricamente, questa concretezza, è resa dall’effetto plastico che assumono le forme dipinte che sembrano venir fuori dalla composizione, con una forza scultorea dirompente.

Vincenzo Zancana, in residenza dal 10 gennaio, racconta che il suo lavoro prevede una relazione intima e profonda con l’oggetto. Esistono tre settori/momenti specifici dentro cui si attiva la sua ricerca che prevede un percorso ben preciso: raccolta/archiviazione, frammentazione e mutazione. L’elemento fotografico scelto (raccolta/archiviazione) viene decontestualizzato grazie all’unione con altri elementi (frammentazione) che spesso prevedono un’azione di tipo manuale associata all’impiego di materiali, per lo più plastici, sui quali è applicata una striscia di colore o un’incisione o più genericamente un gesto, un’azione manuale (mutazione). È questo l’approccio con cui concepisce il progetto per la sua residenza. Un progetto dedicato a Palermo, a tre monti che ne caratterizzano la geologia di sedimentazione e stratificazione. Qui si determina la relazione intrinseca con l’oggetto che non è mai fine a sé stesso e che Vincenzo Zancana rigenera per evidenziarne il carico di significato che porta con sé.

Quella di Miriam Montani è una ricerca legata al rapporto tra visibile e invisibile. Lavora con elementi specifici di un territorio e della sua storia; tale utilizzo esprime la sensibilità dell’artista nei confronti del luogo in cui opera e verso determinate realtà che lo caratterizzano. L’intento di base sta nella smaterializzazione: il modo di agire di Miriam Montani prevede l’utilizzo di materie come polveri e ceneri che, attraverso la tecnica dello spolvero – far passare la cenere attraverso un sacchetto di stoffa – sono depositati sul supporto scelto; il tutto con non poche difficoltà, dato che  la cenere aderisce e persiste con una facilità minore rispetto al pigmento, per esempio. Ed è proprio la tecnica, così volatile a descrivere l’intento dell’artista.

Dopo il ciclo di residenza presso l’archivio della Fabbrica del Vapore, Miriam Montani è tornata nella sede storica di Via Farini e il suo progetto si sviluppa quasi come una raccolta d’intenti e proposte completamente legate alla città di Milano. Attraverso l’utilizzo di polveri e ceneri provenienti da materiali industriali, raccolti avvalendosi dell’aiuto di associazioni che si occupano della raccolta di determinate sostanze; si propone di realizzare un mobile, una cassettiera, con all’interno momenti e sensazioni mirati a sovvertire la “città dell’ordine”, così come l’ha definita la stessa artista, attraverso frammenti, pezzetti, suoni di Milano riprodotti per segnalare un errore, un difetto nel meccanismo, una rottura della perfezione, una smaterializzazione della certezza.

Presso la sede dell’Archivio di Via Farini, alla Fabbrica del Vapore, sviluppano il loro lavoro gli altri due artisti scelti.

Emanuela Barilozzi Caruso è al momento impegnata in una residenza in Sicilia dalla quale rientrerà nel mese di marzo.

Il lavoro pittorico/installativo di Giuseppe Mirigliano è fatto di reti di possibilità; ogni sua idea progettuale prevede una parte – fatta di risultanze e materie inutilizzate o residui – di elementi che racchiudono un potenziale, un significato che è si legato all’opera realizzata, ma che ha anche una potenza tutta sua.

Il concetto installativo è legato alla sospensione; tutto da’ la sensazione di essere a parete ma in realtà sono livelli di posizionamento che formano momenti di leggerezza e delicatezza in contrapposizione ai temi forti e significativi che l’artista vuole esprimere. Vuole andare oltre la narrazione definita, verso un qualcosa di più invisibile, verso una ricerca di equilibrio che in realtà vuole essere solo l’inizio di qualcos’altro, uno stimolo.

La ricerca dell’artista giunge da un’istintività carica di sbocchi; dietro ogni azione progettuale o pittorica di Giuseppe Mirigliano c’è la volontà di comunicare energia, di concretizzarla, e di mettere in evidenza come ogni dimensione o mondo creato dai livelli sospesi, sia un insieme di momenti che cercano nuova posizione nello spazio, nuove realtà in cui fondersi.

 

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