Tre figure | Benyamin Zolfaghari

di Gaia Bobò

 

Tre figure è un format dialogico che indaga la produzione artistica contemporanea per mezzo di un approccio frontale, rivendicando la centralità dell’opera d’arte come nucleo eloquente. Lo scopo è quello di individuare le trame costitutive delle diverse ricerche attraverso la selezione e l’analisi di tre opere per ogni artista, intercettandone i vari punti di unione e di differenza.

 

#1

Benyamin Zolfaghari (1986) è un artista iraniano che vive e lavora a Roma. Laureato in Fotografia presso l’Università di Teheran e in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, ha esposto in mostre collettive e personali in Iran e in Italia. Attraverso la pittura e il disegno, la sua ricerca indaga la disgregazione della figura umana in codici astratti, ponendo in essere un processo di sintesi e condensazione formale. Un’indagine che mette in gioco la dimensione del segno come attrattore magnetico di suggestioni provenienti da diversi ambiti disciplinari, dalla letteratura alla storia, dall’architettura alle arti decorative, in un terreno interculturale di contaminazione. Recentemente, la relazione di coappartenenza tra segno e immagine nel suo lavoro è stata approfondita nella mostra A word that troubles, tenutasi presso la Temple University di Roma (qui l’articolo di Bianca Basile).

 

Si riparte dal nulla, olio su cartoncino, 25x17cm, 2020

 

Benyamin Zolfaghari: I miei paesaggi sono tentativi di transitare dalla figurazione all’astrazione, ma in fondo non fanno che dichiarare la persistenza della figura umana. Questo avviene perché il rapporto con la natura per me è univoco: si può trattare l’umano come un paesaggio e viceversa. Questa dualità provoca uno scontro tra istinto e sovrastruttura morale: l’impulso naturale ha la capacità di portare la morale verso un punto di crisi, una rottura catartica in cui l’uomo arriva a conoscere davvero sé stesso. Una lotta che riverbera nel nostro quotidiano, poiché i nostri istinti sono ormai mediati ed inglobati dalle nostre strutture culturali, ma che talvolta si esprime in modo più estremo.

Quest’opera si distacca da una matrice più segnica del mio lavoro sperimentando un linguaggio pittorico. Forse proprio a partire da questo tipo di lavori ho iniziato a convincermi del fatto che sono un pittore, nonostante io consideri il disegno come un medium totalmente autonomo. In ogni caso, per me le due cose intessono un continuo dialogo: anche nel disegno mi sento pittore, e sento di avere confidenza con la pittura proprio quando riesco a trattarla come un disegno, con grande velocità, senza pensare eccessivamente. La realizzazione dei miei dipinti è sempre abbastanza veloce: tento di evitare esecuzioni lunghe, perché sento che il tempo modifica e allontana troppo quell’impulso iniziale.

 

Senza titolo, vinilici su carta, 21,5x14cm, 2020

 

Benyamin Zolfaghari: Guardando bene, in tutti questi dipinti si può riconoscere la stilizzazione di una figura umana. Questa ambiguità mi consente restituire il corpo in una forma non riconoscibile, per mettere in dubbio l’osservatore: chi incontra i miei lavori vede e non vede, è partecipe di un’esperienza che spesso non riconosce fino in fondo. Questo avviene la maggior parte delle volte: la natura per me mantiene un’imprescindibile identità antropologica, ci ritrovo sempre qualcosa che mi ricorda l’uomo.

 

Gaia Bobò: Tra questi due lavori si intuisce un dialogo serrato, quasi che uno fosse la sintesi dell’altro. È come se questa matrice antropomorfa riuscisse a tessere un filo sottile tra i diversi lavori. In più, questo secondo dipinto ha un’impressionante qualità digitale, come un’impronta di un segno embrionale, antecedente sia alla pittura che alla scrittura.

 

Benyamin Zolfaghari: Nella pittura tradizionale islamica la parola è estremamente importante. Uno dei miracoli di Maometto è proprio la parola: lui non sapeva scrivere e leggere, ma riusciva ugualmente a raccontare le storie del Corano. Nei dipinti e nelle illustrazioni islamiche è molto evidente questo rapporto di contaminazione tra scrittura e pittura. L’influenza di queste immagini classiche è stata molto importante nella realizzazione di questi lavori.

La mia pratica non indaga propriamente la parola, ma mi rendo conto come ne sia influenzata. Da piccolo facevo lezioni di calligrafia: in Iran la qualità della calligrafia è uno degli indicatori di un alto livello di educazione. Pittura e scultura non esistevano nella mia formazione come in Occidente, ma c’era un legame forte con la poesia e con la letteratura. Ci sono poi altri aspetti che contaminano le mie pitture come l’architettura e l’arte decorativa persiana, in particolare i tappeti.

 

Eva, pastelli gesso e grafite su carta, 21,5x14cm, 2017

 

Gaia Bobò: Eva esprime il paradigma di una femminilità degenerata, controversa, contemporanea: difficile da dire e nominare. Una sofferenza uterina, un subbuglio profondo. Quella di Eva è una figura che è stata a lungo oggetto di una deformazione storica, legata al valore morale del suo peccato. Mi viene in mente, tra gli esempi più eloquenti, la Cacciata dei progenitori dall’Eden di Masaccio. Il mito di Eva potrebbe essere letto anche come un inno al coraggio, se la ratio divina biblica non lo avesse considerato unicamente come pretesto per il compimento di una punizione.

 

Benyamin Zolfaghari: Vedo Eva come una donna chiara con sé stessa e con gli altri, che voleva affrontarsi. Agisce come se fosse essa stessa un elemento naturale, facendo avvenire le cose senza curarsi delle conseguenze proprio come avviene nelle catastrofi naturali. Quando disegnavo in questo modo era come se mettessi in gioco un mio manifesto, un coinvolgimento molto più personale. Più di recente, invece, l’atto pittorico ha iniziato a valere in sé, anche se rimango ancora molto legato a questi temi.