I segni della parola

A word that troubles

di Bianca Basile

 

Si è chiusa il 14 ottobre la mostra A word that troubles, presso la Gallery of Art, Temple University Rome.

Il progetto espositivo ha indagato, attraverso un dialogo tra artisti di diversa età e provenienza geografica, l’odierno rapporto tra parola e immagine. In particolare la curatela di Gaia Bobò apre il ventaglio delle sfumature che la parola assume nel contesto dell’arte contemporanea: segno grafico, concetto, archetipo e strumento di potere.

Il lavoro di Alessia Armeni rispecchia il processo dell’aggettivazione, affiancando alla parola scritta il colore. Quest’ultimo ricopre il ruolo di specificazione della parola poetica. La pittura diventa metafora visibile dell’evocazione lirica. Nominare il colore nel lavoro dell’artista vuol dire estenderne la portata concettuale ed emotiva.

In modo diverso, sia Agnieszka Mastalerz sia Benyamin Zolfaghari riflettono sul valore archetipo della parola.

La prima approfondisce la sua declinazione magica, propiziatoria in quanto spell, cioè nella sua duplice accezione di discorso e di incantesimo. Un’ambiguità che viene traslata nell’immagine straniante e vivacissima di una “fabbrica di orchidee” colta nella sua processualità rituale, caratteristica comune alle formule magiche in cui è coinvolto il fiore, potenziale pozione d’amore.

Il secondo artista coglie la declinazione più primordiale della scrittura e quindi la sua anima grafica e gestuale. La lingua persiana, appartenente all’artista, è tra le poche che conservano il forte senso segnico della scrittura, recepita parimenti a livello di immagine e di concetto.

La scelta curatoriale dei lavori mette in evidenza come le varie sfaccettature e stratificazioni della parola emergano in modo evidente dal confronto interdisciplinare, intermediatico e interculturale.

Edoardo Aruta opera un passaggio di codici: traduce visivamente l’espressione anglosassone “l’elefante in una stanza” filmando la pacifica convivenza di un elefante e di un uomo, in casa di quest’ultimo. La traduzione non comporta soltanto un passaggio tra sfere sensoriali – da quella metaforica a quella visiva – ma anche tra ambiti semantici: da quello del disagio mal celato a quello della sorprendente familiarità.

La parola intesa come veicolo di una tradizione – da assorbire e contestare – è rappresentata dai lavori di Emanuele Becheri, di Francesco Carone, di Alessandra Draghi e di Filipe Lippe.

Becheri si confronta con il caposaldo dell’arte concettuale, René Magritte, e la sua celeberrima Trahison des images ma la usa per invertirne le conclusioni. Ceci n’est pas une idée rovescia la portata concettuale della parola per sottolineare l’urgenza attuale e contemporanea dell’aspetto materiale nell’arte. Il significato dell’opera si coordina con la natura più intima dell’artista, quella scultorea.

Più contaminativo, Carone pone sullo stesso piano, quasi in endiadi, la poesia con l’installazione, per via della comune pratica del suggerire, dell’evocare. Reinterpreta la tradizione della scrittura automatica, partendo però da testi sintatticamente ordinari quali: la prima traduzione italiana de “La Biblioteca di Babele” di Jorge Luis Borges e un manuale di astronomia. Il libro è un oggetto concettuale ma assume un’evidenza visiva fortissima dalla sua collocazione su pavimento. Allo stesso modo Carone evidenzia la sua portata immaginativa operando sui due libri – contenenti universi per motivi contenutistici –  dei processi destrutturanti e lirici quali, rispettivamente, la traduzione in 104 lingue con Google Translate per tornare a quella in lingua italiana e la cancellazione di tutte le lettere interne al testo ad eccezione della “O”.

Alessandra Draghi si confronta pure con la tradizione della sintassi, ma in ambito strutturale. In particolare l’opera fotografica assorbe l’impostazione prospettica umanistica e del suo rappresentante più icastico: Piero della Francesca. La disposizione degli oggetti di uso comune e del testo richiamano, in una ékphrasis metaforica, i modelli citati.

Infine Filipe Lippe affianca arte poetica e visuale capovolgendo la Storia con “la S maiuscola”. Se il metodo può essere incluso nella corrente della poesia visiva, la sua applicazione ribalta la visione euro-centrica tradizionale della Storia, alla luce delle tematiche post-coloniali. L’arte non urla ma evoca – colpendo più a fondo – il paradigma coloniale in cui anche le ultime generazioni stanno crescendo, nel tentativo di destrutturarlo, o meglio, di incoraggiare chi ne è soggetto a emanciparsene.

Dal dialogo visivo, tecnico e concettuale instaurato tra i lavori in esposizione, emerge la varietà immensa dell’argomento oggetto di mostra, la quale sarà fruibile virtualmente da novembre sul sito della galleria.