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Tothi Folisi al BOCS – “O” (Una cosa bella, non di questo mondo) ovvero “Come addomesticare il tempo”

 

“O” (Una cosa bella, non di questo mondo) è un ritorno sul tempo e sul territorio: una mostra che trasforma memoria, gesti antichi e processi naturali in materia viva, dove lo spazio diventa paesaggio e il tempo non si controlla, ma si abita.

 

Tothi Folisi, artista messinese “fine poeta del territorio”, utilizza mezzi di comunicazione e linguaggio che vanno dal disegno alla pittura, dall’installazione al video. La sua ricerca è insieme approfondimento e racconto, dichiarazione d’intenti e documentazione; la sua produzione è spazio materico, visivo, olfattivo e uditivo

 

Tornare per misurare il tempo

Il 27 dicembre 2025, presso BOCS – Box Of Contemporary Space a Catania, è stata inaugurata la mostra “O” (Una cosa bella, non di questo mondo); un percorso che ha le sue radici in un progetto strettamente legato al tempo, che parla di un tempo antico che fa parte del DNA familiare, di un’area piena di memoria che non vuole essere nostalgia ma necessità: tornare su un’esperienza già vissuta per verificarne la resistenza al tempo.

È questa forse la vera formula che si annida nei linguaggi della mostra di Tothi Folisi.

Dieci anni fa, sempre presso BOCS, l’artista propone l’esposizione “O” (Estensione dello spazio addomesticato), un percorso video-pittorico-installativo che raccontava della reiterazione dei gesti, di simboli e luoghi che conservano la memoria. A distanza di anni, riproporre la “stessa” mostra nello “stesso” luogo e con un impianto sostanzialmente identico, assume un valore critico e documentativo ancora più marcato, perché è riconoscibile come il percorso sia legato a un territorio specifico, segnato storicamente.

 

"O" (Una cosa bella, non di questo modo) - particolare 1 - BOCS, Catania - 2025

“O” (Una cosa bella, non di questo modo) – particolare 1 – BOCS, Catania – 2025

 

La mostra come dispositivo di lettura

In questo contesto, la mostra non si limita a presentare opere o materiali, ma si configura come un dispositivo di lettura del paesaggio, della memoria e delle trasformazioni che hanno attraversato l’area nel tempo.

 

Un’eredità concreta

Tothi Folisi è “fine poeta del territorio” in quanto attuatore dalla pratica che nasce da un’eredità concreta: il lavoro dei carbonai, l’esperienza del fuoco, del legno; da un sapere antico il cui risultato si mette completamente nelle mani di un processo che non può essere controllato, in una lontana forma di addomesticamento che non separa ma conduce insieme le parti di un unico sistema di vita e memoria.

La famiglia dell’artista lavorava alla produzione del carbone; questa ha un reticolo di processi non immediati che parlano di attesa, di controllo silenzioso, di trasformazione lenta e di spazi “addomesticati” dove la forma non è solo utile ma è anche bella, perché è quella giusta, in quanto resiste al tempo e addirittura lo governa.

Non è forse questo l’assioma stesso su cui si basa l’agire dell’arte? 

 

 

Il tempo come materiale dell’opera

Interessante, nel percorso espositivo di “O” (Una cosa bella, non di questo mondo), è osservare come lo spazio conservi le tracce; i buchi, i segni, le stratificazioni lasciate da chi è passato prima. La ricerca all’interno del tempo che spiega come lo spazio espositivo non è mai neutrale, ma si restituisce come organismo vivo, attraversato da memorie, errori, sedimentazioni: esattamente come un luogo, e ancor meglio come un territorio. Il territorio del racconto di Tothi Folisi dove si insinua il tema del tempo, vero materiale dell’opera, che non è solo rappresentato, ma è agito: il tempo lungo della natura, quello ciclico del territorio, quello limitato dell’esperienza umana.

Quel tempo lo si osserva nella grande tavola di legno, che lo racconta, ad esempio, riconducendolo alla sezione di un albero di cui si percepiscono gli anelli, ma lo racconta anche la lieve muffa che ha catturato una sua parte, mentre restava conservato; non è stata rimossa, è stata accolta come segno del passaggio del tempo. Lo raccontano i vetri verdi che, sottoposti all’agire dell’acqua del mare, diventano veri e propri sassolini caratteristici delle spiagge di ciottoli, la loro forma è accolta come segno del passaggio del tempo; chi non ha mai trascorso una parte del proprio momento di relax balneare alla ricerca di quelle disfunzioni visive tra le pietre sotto il sole cocente o in una casuale passeggiata invernale?

Il tempo è raccontato anche da una piccola installazione, una tenda da campeggio dalla quale fuoriesce del fumo; simbolo poetico del tempo che passa, della ricollocazione del sé, dell’attesa. Un potente autoritratto forse, ma sicuramente uno degli elementi più piccoli ma che attira di più.

 

 

Addomesticare senza controllare

Nel contesto espositivo, se lo si osserva nel suo insieme, si può riconoscere un percorso, di quelli che si fanno su un territorio che riesce a donarti tutto del suo essere natura; il paesaggio non è astratto, nemmeno se collocato in uno spazio come BOCS, è anzi presenza attiva. Un contesto di mare, aria, terra e fuoco che viene consegnato con le giuste prospettive, con le giuste ispirazioni, con la giusta forma non solo funzionale ma anche necessaria.

Addomesticare il tempo non significa controllarlo, ma imparare a convivere con la sua instabilità. Annoverare il cambiamento e non osservare che sia avvenuto, ma rendersi conto che sta avvenendo, attraverso l’esperienza di aver abitato, anche solo per un momento, un paesaggio condiviso.

Il 28 febbraio 2026 la mostra si concluderà con una proiezione di un documentario realizzato per la Rai in cui i carbonai della famiglia dell’artista raccontano in maniera didascalica il processo di realizzazione del carbone in Sicilia, nel territorio dei Nebrodi, nella terra di Tothi Folisi.

 

 

La mostra è visitabile su appuntamento (+39 338 2203041‬) fino 28 febbraio 2026.