1+t. L’installazione di Studio ++ alla GAM di Palermo
di Salvatore Davì

Le mostre temporanee del ciclo “Sicilia Contemporanea” presso la GAM di Palermo, presentate dall’Associazione Culturale Ars Mediterranea, hanno portato alla realizzazione di una serie di interventi permanenti; le opere degli artisti entrano, dunque, a far parte della collezione del museo. All’interno di questo progetto, il 23 maggio scorso, Studio ++ presenta l’installazione 1+t GAM, a cura di Agata Polizzi. Il collettivo artistico crea un’opera site specific che riflette sul concetto di paesaggio e si mette in stretta relazione con l’identità del museo e con la storia del chiostro francescano presente al suo interno. L’intervento consiste nella piantumazione della specie vegetale detta Myosotis e per un anno il giardino del chiostro verrà monitorato attraverso quattro telecamere di videosorveglianza. Il video, visibile in presa diretta all’interno del museo, viene messo in relazione con la pittura di paesaggio; l’opera video, in versione registrata, entrerà a far parte della collezione.
Studio ++, collettivo composto da Fabio Ciaravella, Umberto Daina e Vincenzo Fiore, racconta la genesi del progetto.

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com’è nato il progetto e perché Palermo?
Circa due anni fa abbiamo pensato a questo tipo di linguaggio che è l’ 1+t: sistema che usiamo per dichiarare il nostro modo per l’intervento sul paesaggio. 1+t significa “innesco + tempo”, fase uno + variabile di tempo; quando lavoriamo sul paesaggio interveniamo innescando un processo e lasciamo che sia il significato dell’opera che l’esito formale si sviluppino nel tempo. É un metodo d’intervento che richiama il carattere processuale dell’opera e il suo dialogo con l’aspetto dinamico dei contesti in cui viene realizzata. Dinamismo che considera complementare il confronto con lo spettatore (l’uomo sarebbe meglio dire) il quale diventa partecipe sia dell’esito finale che del significato dell’opera.
Questo metodo nasce da un progetto per il Wynwood Art District di Miami nel quale veniva applicato ad una scala urbana.

Il progetto per Miami è stato realizzato?
No, in questo momento siamo in fase progettuale perché non abbiamo mai avuto il tempo di definirlo bene. Diversi anni fa abbiamo lavorato con una galleria di Miami e mentre eravamo lì per la mostra, le caratteristiche di quei luoghi in cui lavoravamo hanno iniziato a suscitare in noi molte suggestioni; abbiamo riflettuto ad esempio sulla regolarità della maglia urbana di quella città che non può non colpire un italiano, in quel periodo inoltre stavamo studiando le teorie di Gilles Clément sul Terzo paesaggio, il vagabondaggio e il giardino planetario. Tutto questo insieme di spunti ci ha portato a pensare che l’arte, con un intervento quasi pittorico, potesse sfruttare il dinamismo della natura e il suo rapporto con l’uomo per comunicare messaggi per il nostro tempo.

Intervento pittorico di che tipo?
Sia nel chiostro della GAM che a Miami l’idea è di utilizzare il colore come elemento che rivela il dinamismo della natura. Il processo che inneschiamo si basa sia sulle caratteristiche botaniche della pianta che scegliamo (sono sempre piante con un’alta propensione alla mobilità), sia sul contesto nella quale viene applicata. Il colore dei fiori (esso in natura è anche forma) che inizialmente è definito all’interno di una forma geometrica, tende ad espandersi oltre tale la definizione. Da questa potenzialità d’espansione e quindi di coloritura dello spazio, sempre legata simbolicamente al luogo d’intervento, emerge il senso di quello che facciamo. Anche a Miami l’idea è quella di colorare i lotti regolari e abbandonati che compongono la maglia della città per accentuare la bellezza nel disordine e nell’irregolarità della natura. Questo tipo di intervento non aspira ad una dimensione volumetrica ma ad una dimensione quasi bidimensionale, più simile ad un intervento pittorico, per fare una metafora. Così, alla GAM di Palermo, abbiamo deciso di colorare un quadrato del chiostro in modo che nel futuro la pianta possa spostarsi e contaminare gli altri tre.

Fabio Ciaravella: Tornando alla domanda iniziale: perché Palermo?
Vincenzo un giorno mi invia una fotografia del chiostro della GAM, senza dirimi niente, ma era chiaro che voleva farmi pensare su una possibile applicazione del metodo 1+t anche alla GAM. Abbiamo cominciato, dunque, un lavoro di approfondimento che ci ha portati a pensare che un chiostro francescano a Palermo era un posto perfetto dove riportare una riflessione sul valore simbolico del giardino contemporaneo. Poi abbiamo iniziato a lavorarci con Agata Polizzi, a cui il progetto è piaciuto fin da subito, ed infine abbiamo incontrato l’Ars Mediterranea che ha abbracciato tutto con un entusiasmo chiudendo il cerchio in bellezza.

La riflessione sul paesaggio non può che interagire con l’idea di giardino; i due termini si relazionano mettendo in campo la dicotomia che li caratterizza, ovvero la separazione tra natura e cultura. Alla luce di questo, cosa intendete per paesaggio e cosa per giardino?
Pensiamo che l’idea di paesaggio e quella di giardino siano dei discorsi aperti, soprattutto per la cultura contemporanea in tutti i suoi tentativi di definizione. In generale possiamo dire che un giardino è una sintesi simbolica del tipo di approccio che un’epoca ritiene di adottare nella sua definizione di paesaggio. I nostri riferimenti sono molto legati a Gilles Clément, sia alle sue parole che alle sue opere (non bisogna dimenticare che Clément è un paesaggista che si definisce giardiniere planetario); alla Convenzione Europea del Paesaggio, in particolar modo l’Art.1 che è tutt’ora al centro di dibattiti; quest’articolo parla di “percezione”, “popolazioni”, di “parti del territorio”. Un altro stimolo ci arriva dalle teorie sull’Artialization che abbiamo appreso da Alain Roger e dal suo Breve trattato sul paesaggio. Il filosofo definisce il paesaggio come atto volontario e culturale; l’attualizzazione è un processo che fa l’artista e dunque non c’è paesaggio se non c’è arte che interviene a crearlo, prima ci sono soltanto paesi e la differenza tra questi ultimi e un paesaggio è dato dall’opera d’arte. Sono tutti elementi che influiscono a creare la nostra immagine di paesaggio.

Il paesaggio è, dunque, un dato culturale?
Si, è un dato culturale che si ancora indissolubilmente a quello materiale del territorio ed in questo rapporto si svolge la tutta sua complessità, perché la sua creazione o determinazione non può essere attribuita solo ad un artista o ad un pensiero, ma piuttosto deve essere ampiamente contestualizzata nel tempo e nello spazio. Infatti quando si parla di paesaggio si deve intendere sempre una collocazione storica precisa: pensa ad esempio a come è cambiata la concezione di paesaggio dalla nascita del pensiero ecologista, oppure pensa al percorso paesaggista dell’Ottocento inglese e dunque a come si interveniva diversamente sui luoghi. Questo accadeva non tanto perché i luoghi fossero diversi, ma semplicemente perché era la cultura che guidava l’intervento a creare delle considerazioni differenti e a giustificare il modo d’agire.

Il paesaggio può essere una modalità di pensiero?
Il paesaggio impone di pensare in due modi: ti impone di pensare alle cose in trasformazione e di pensare ad una sua propria scala di intervento e riflessione.

“Pensare alle cose in trasformazione”. Questa frase sembra trascinarsi il concetto di negoziazione e dunque quello di identità. Che ruolo ha dunque la memoria in questi processi?
Cogli uno degli aspetti più importanti di questo progetto. Alla GAM abbiamo deciso di lavorare con una pianta ad alta mobilità perché volevamo trattare una visione dinamica della memoria. Piantare il Myosotis, pianta simbolo della memoria, e fare in modo di esaltare la sua potenzialità di espandersi, muoversi e assumere nuove configurazioni grazie al contributo di ognuno dei visitatori, significa proporre una visione attiva del rapporto con il passato e con la costruzione delle forme del futuro di cui ognuno di noi è partecipe. Generalmente quando ci si approccia alla storia si hanno delle grosse difficoltà a sostenere il confronto tra le proprie idee e quelle del passato perché quest’ultime sembrano essere sempre più forti; ma quello che si dimentica poi, è l’inevitabilità del ruolo di protagonisti che il tempo ci assegna, l’impossibilità a non influire nella definizione del mondo che ci sta attorno, anche quando non ne siamo consapevoli. Come in n questo caso in cui un fiore della memoria, in un chiostro francescano a Palermo, ci si attacca addosso come presupposto per la trasformazione.

Gli studi sul paesaggio hanno prodotto numerose teorie che lo definiscono in base all’utilità; questi tentativi, sintetizzandoli, si potrebbero riassumere così: il primo spazio che corrisponde a uno spazio “chiuso” e definito, il secondo è, invece, “aperto” ma il suo uso è limitato da regole (vie, piazze, giardini pubblici tec), fino ad arrivare al terzo paesaggio teorizzato da Gilles Clement, ovvero a quegli spazi in disuso e dismessi carichi di potenziale per il recupero.
Esiste secondo voi la possibilità di uno spazio altro? Ovvero di un paesaggio che sfugge da qualsiasi tipo di interesse?
Il terzo paesaggio è innanzi tutto un paesaggio che ha come caratteristica l’abbandono, quindi qualsiasi spazio che viene abbandonato dall’uomo dopo una sua definizione, entra automaticamente a far parte di questa categoria e diventa uno spazio potenziale. Concettualmente tutti gli spazi abbandonati, come dice Clément, sono contenitori di diversità e, aggiungiamo noi, di esiti imprevedibili.

Esistono, dunque, spazi senza nessun potenziale?
Dal punto di vista evolutivo, si. Potremmo rispondere a questa domanda più precisamente, ma si aprirebbe una discussione complicatissima che abbiamo cercato di affrontare con il progetto in Val D’Orcia Senza titolo (project 2011).

Di cosa si tratta?
In Val D’Orcia esiste una diga incompiuta immersa in uno dei paesaggi più stereotipati al mondo; quella diga ha delle attinenze con il terzo paesaggio: è frutto dell’organizzazione razionale dell’uomo ed è abbandonata. Tuttavia non possiede ricchezza biologica e potenzialità evolutiva in se, che sono criteri essenziali per la definizione del terzo paesaggio. Noi abbiamo teorizzato che questo caso, come tutti quelli simili di ruderi di una certa concezione di intervento sul territorio, possano essere definiti un negativo del terzo paesaggio, qualcosa che gli corrisponde specularmente, come un negativo fotografico. Quando si pensa all’organizzazione razionale dell’uomo si immaginano le strade e le aiuole, ma in Val D’Orcia questa organizzazione sono i campi arati, il livellamento progressivo delle colline, la trasformazione paesaggistica e quell’abbandono era un ribaltamento delle parti. Così quell’immensa mole di cemento si opponeva ad una regola del paesaggio, in un modo esattamente inverso a come il terzo paesaggio si oppone all’immobilità dell’organizzazione razionale dell’uomo.
Il nostro progetto consisteva nel piantare una specie di edera che aggredisce il cemento; l’intento era quello di innescare un processo di movimento per cui l’edera doveva ricoprire la struttura incompiuta nell’arco di venti anni e in un arco temporale molto lungo sgretolare la diga e farla riassorbire nel territorio.

Esiste uno spazio che si possa definire inaccessibile e incontaminato?
Inaccessibile da chi? Cosa intendi? Conosci la “Derborance” di Clemént? Voglio dire, la Derborance è uno spazio creato da Clemént dove la natura si evolve autonomamente; è un parco inaccessibile ma sicuramente non può definirsi incontaminato. Il web è uno spazio che si carica della possibilità di essere incontaminato, forse perché è infinito e noi ne possiamo occupare solo una porzione.

Tornando al progetto realizzato per la GAM, cosa lega il Myosotis (Non ti scordar di me) al chiostro francescano?
La riflessione sul giardino contemporaneo come luogo in cui comunicare valori etici per il nostro tempo, e un libro, il De viridarium principium di Andrea de Pace. I francescani e Palermo sono legati a doppia mandata attraverso i fili dell’impegno sul sociale e della cultura botanica. La città ha avuto un grande botanico francescano, padre Bernardino Da Ucria che ha dato l’impianto linneo all’orto botanico della città e sempre un francescano il De Pace, nel suo libro definisce 31 virtù che un principe deve coltivare nel suo giardino affinchè possano ricordargli il modo giusto per governare. E’ ovviamente una trattazione metaforica, dalla quale abbiamo estratto il valore della memoria a cui corrisponde il Myosotis.
Questa pianta ha delle caratteristiche botaniche precise: permane, ovvero muore e rinasce nello stesso luogo, ed ha una buona tendenza alla mobilità. Il luogo, le caratteristiche botaniche e questi collegamenti storici, si presentavano come i più adatti per riportare le nostre riflessioni.

Qual è il senso del video in presa diretta?
Abbiamo fatto il lavoro degli artisti che trovano il giusto media e lo gestiscono con un fine espressivo. In questo caso abbiamo sfruttato un linguaggio che ci affascina molto, quello della videosorveglianza. Il video serve per dichiarare che questo giardino si trasforma istante per istante e il circuito di videosorveglianza permette a chiunque di guardare questa trasformazione; infine dopo aver studiato il percorso espositivo della GAM abbiamo deciso di fare interagire il video con i paesaggi pittorici e mettere a confronto due approcci diversi con il paesaggio, quello statico-simbolico della pittura e quello in trasformazione che è proprio del nostro tempo.

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(1) Chiostro GAM Palermo, foto di Fausto Brigantino
(2) inaugurazione 1+t GAM, 23 maggio 2013, foto di Fausto Brigantino
(3) 1+t GAM, Chiostro, courtesy Studio ++
(4) videocamera di sorveglianza, installazione 1+t GAM, courtesy Studio ++
(5) 1+t GAM, courtesy Studio ++
(6) video in presa diretta, 1+t GAm, courtesy Studio ++
(7) video 1+t GAM, courtesy Studio ++

1+t GAM / Studio ++
a cura di Agata Polizzi
GALLERIA D’ARTE MODERNA, via sant’Anna, 21 – 90133 PALERMO
dal 23 maggio 2013 al 23 maggio 2014
progetto di Ars Mediterranea
pubbliche relazioni C&S eventi e congressi

patrocini istituzionali: Comune di Palermo, Assessorato alla Cultura, Distretto Culturale di Palermo, Galleria d’Arte Moderna “E. Restivo” di Palermo
main sponsor: Banca Don Rizzo, Centro studi Don Rizzo, Elenka, The Hotelsphere – Hotel Plaza Opera & Hotel Principe di Villafranca – media sponsor: Balarm