Soglia

Oltrepassare il limite. Rispondi?

di Alessandra Tomasello

 

Mi sto incamminando per le vie della città, preso dai miei pensieri sul da farsi. Le strade cominciano a ricolmarsi di gente, dopo mesi di reclusione. Il tempo scorre, mi devo affrettare! Eppure, sento in lontananza lo squillo di un telefono provenire da una delle cabine appena dietro di me. Che strano, sono ancora in funzione? Qualcuno sta chiamando e se rispondessi?

 

In concomitanza con l’apertura della Biennale di Venezia, il 15 e il 16 giugno, nei pressi della fermata Giardini, si svolgerà Soglia, un’azione performativa partecipata ideata dal collettivo curatoriale di cinque studenti – Maria Crestani, Giuseppe Di Liberto, Florinda Majnardi, Rebecca Schiavone, Emanuele Serpe – del corso di Arti Visive allo Iuav. Performer e testi a cura di Deinòs Teatri: Silvia Flora, Francesca Lepiane, Stefano Mauriello, Nicola Santolini, William R. Sheldon.

Punto liminare di connessione con l’altro, soglia è un varco decisionale, un limbo fisico entro cui sostare a conversare per qualche istante con uno sconosciuto all’interno di una cabina telefonica. Una richiesta di aiuto a cui solo tu, che stai ascoltando, puoi scegliere di accogliere.

 

Continuare a vivere un’esistenza priva di slancio o decidere di porre fine alla propria vita. Il suicidio è ancora un argomento tabù nella cultura occidentale, differentemente che in Oriente, basti pensare alla tristemente nota foresta di Aokigahara. Perché affrontare un tema così forte e come nasce il vostro progetto?

G.D.L. Il progetto nasce dal laboratorio di Arti Visive, curato dalla direttrice del corso Angela Vettese, da Camilla Salvaneschi e da Carlo Turati, professore alla Bocconi di Milano, scrittore e drammaturgo comico. L’idea principale su cui verte il nostro ragionamento è quello del coraggio, un concetto molto vicino al nostro tempo. Ci si interrogava sul significato dell’essere coraggiosi oggi e su quali potessero essere i temi caldi di una situazione socioculturale come quella che stiamo vivendo adesso. L’atto che compie il suicida è una scelta di estremo coraggio, una presa di consapevolezza su cui sospendere qualsivoglia giudizio. Le nostre considerazioni hanno tratto spunto da testi di epoca greca in cui il suicidio non era inteso come un’azione eticamente e moralmente criticata, ma veniva concepita come gesto audace, in particolare modo dagli stoici e da Seneca. Abbiamo creato una sorta di mappatura generale attraverso una ricerca di immagini, di testi e di musiche che racchiudessero e inglobassero la tematica nella storia della cultura. Soffermandoci su un apparato testuale ampio, dal libretto lirico di Madama Butterfly al romanzo tolstoiano Anna Karenina, siamo giunti al pensiero di reversibilità e irreversibilità dell’atto, toccando persino quel filone della net art, del vero e del finto, dove la morte è apparente ed è possibile rigenerarsi. Riflettendo sulla fisicità e la corporeità del gesto, abbiamo progettato una performance, in collaborazione con il collettivo teatrale Deinòs di Bologna, che potesse scardinare questo tabù della società portandolo in pubblica piazza, chiamando il pubblico a interagire attivamente con dei performer.

 

Togliersi la vita è un atto fondamentalmente individuale, mentre la vostra performance è pensata come un’azione collettiva e condivisa. Come interviene il pubblico e qual è il contatto che si genera con lo spettatore?

S.M. Abbiamo ragionato sulla prospettiva dello spettatore e su come potesse venire coinvolto attivamente, lavorando prevalentemente sulla drammaturgia. Volevamo affrontare il tema in una maniera non seriosa, interessando il pubblico per contrasto con l’utilizzo di personaggi e creando una sorta di distacco tra chi racconta la vicenda e chi l’ascolta in maniera da coinvolgerlo in terza persona. Chiaramente è un’interazione molto forte perché mette a tu per tu lo spettatore e il performer in una conversazione intima, quindi abbiamo dovuto ragionare sulla forma vera e propria del testo. Abbiamo quindi pensato di allontanarci dalla classica performance basata sul copione e sulle battute a memoria che chiaramente sarebbero state difficoltose. Esulare, dunque, dalla struttura del canovaccio, realizzando qualcosa come sfondo narrativo su cui spaziare e creando dei personaggi che si muovono reagendo a quanto viene proposto allo spettatore, in risposta a degli stimoli che gli vengono dati.

 

La cabina telefonica, un luogo di passaggio, diventa improvvisamente un medium, un tramite attraverso cui intessere un dialogo e stabilire un legame.

G.D.L. L’elemento della cabina non è stato scelto a caso, in quanto una cabina che squilla è inusuale e quindi produce una sorta di cortocircuito quotidiano, immediato. Sono stati trovati una serie di espedienti narrativi per far scorrere il discorso in maniera fluida. Il medium della cabina ci interessava per questa riflessione sulla voce, sul non immaginare la persona o meglio sul non esplicitare la figura. Assenza del corpo, ma presenza della narrazione e dell’elemento narrativo. L’idea della reversibilità e dell’irreversibilità del gesto è collegata a questa duplice relazione di libertà dell’atto perché lascia il fruitore libero di rispondere o meno.

E.S.  La cabina è uno spazio sia pubblico che privato, sta nel limitare di un luogo molto conosciuto, però ti permette di connetterti con un altro posto. Ci piaceva molto rimanere nell’ambito della strada per alludere a un discorso solitamente molto privato, molto poco esposto e trasformarlo in dibattito sociale.

 

La perfomance verrà presentata anche in altre due città, Bologna e Lecce, sempre in simultanea con eventi artistico-culturali. Esistono delle correlazioni tra i vari soggetti e testi?

S.M. Le performance saranno relativamente brevi, sono degli spunti narrativi che verranno variati in diversi episodi. Nel loro insieme vi sarà un’alternanza e si susseguirà più di una telefonata nel corso dello svolgimento della performance.

F.L. e M. C. Si tratta di diverse vicende che vengono narrate dal punto di vista di vari personaggi esterni che interverranno vicendevolmente, attraverso commenti e racconti. Abbiamo scelto dei casi di cronaca, basandoci su storie realmente esistite e abbiamo cercato di concentrarci sul background dei protagonisti, sui loro obiettivi, di modo che lo spettatore si trovi in un certo senso guidato, per arrivare ad una svolta sia a livello narrativo che a livello di visioni. Verrà così a costituirsi un dialogo a più voci perché chi risponde potrebbe non essere una sola persona, ma un gruppo. Creando un’interconnessione corale, pensiamo che il fruitore possa calarsi più facilmente nell’evento, facendo uso della chiave ironica. Giocare sul termine stesso di soglia, come linea sottile tra due dimensioni. Non sarà, pertanto, un’azione risolutiva, perchè il nostro intento ultimo è quello di avviare nuove riflessioni.

G.D. L e M. C. Ci sarà un catalogo di fine laboratorio, dedicato al nostro progetto dove pensavamo di sviluppare i due fogli A4 come se fossero un A3, un manifesto di due pagine pensati sotto forma di unica pagina verticale, attivando così la fisicità del gesto nell’apertura del foglio, ribaltandone l’osservazione. Una seconda gestualità è attivata nello strappo di una pagina centrale, per cui il lettore ha la possibilità di partecipare per una seconda volta per mezzo dello stesso catalogo. Rimarrà, alla fine, una fettuccia sottile dove verranno inserite alcune domande per alimentare ulteriormente la discussione.