Intervista/dialogo con Giuseppe Di Liberto

di Alessandra Tomasello

 

Giuseppe Di Liberto (1996), giovane artista palermitano, nel 2019 viene selezionato dalla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia tra i 14 vincitori all’atelier d’artista.

Durante questo nostro incontro via skype, ci racconta della sua intensa e ponderata riflessione sul dato contingente che fa da fondamento alla sua ricerca: la fine del nostro tempo fisico, la morte, così come viene concepita da un’ottica eurocentrica e contemporanea. Attraverso un focus sugli aspetti sociali, culturali e politici, Giuseppe sperimenta diversi medium artistici, privilegiando la scultura, indagando le dinamiche e i rituali funebri che l’uomo mette in atto per esorcizzare il momento estremo.

 

 

Partiamo dalla tua formazione. Dopo esserti diplomato al liceo artistico E. Catalano di Palermo, nel 2019 concludi il tuo percorso triennale in Scultura all’Accademia di Belle Arti sempre a Palermo. Come ti sei avvicinato all’arte, cosa ti ha portato alla scultura?  

Al liceo ho cominciato per la prima volta ad avvicinarmi alla scultura, iniziando a relazionarmi con diversi materiali, come la plastilina o l’argilla. Ho poi fortemente voluto proseguire in accademia ed è stata una scelta abbastanza mirata in relazione al voler fare arte in generale. Secondo me, Palermo possiede una delle migliori cattedre in Italia. Lì ho avuto la possibilità di riuscire a condensare e ad incanalare il mio “volere”. Il mio maestro e relatore, Giuseppe Agnello, mi ha insegnato come pensare e riflettere intorno alla scultura e a gestirne le tecniche. Mi affascinavano le sue lezioni in cui si cimentava in excursus sull’evoluzione della scultura dagli albori fino al contemporaneo. Mi hanno colpito in particolare le opere di Carsten Holler e Berlinde de Bruyckere. Palermo è fortemente intrisa di suggestioni artistiche vicine a questi due artisti, soprattutto per la De Bruyckere, con la sua potenza espressiva e drammatica di matrice barocca. Ho cercato di approfondire sempre di più, andando soprattutto nei musei e nei luoghi dell’arte, vedendo mostre, comprando cataloghi, frequentando la biblioteca. Le mie prime considerazioni si sono concentrate sull’idea di spazio, l’environment, in relazione alla concezione di elemento scultoreo, quasi mai pensato come “unico”, ma sviluppato come un insieme di singoli elementi addizionati, i quali sfociano nella realizzazione di una installazione all’interno di uno spazio “immersivo”. Il mio riferimento principale, argomento anche di tesi, è l’artista americano Bruce Nauman e il suo “Green Light Corridor” (1970). Da qui è scaturita la mia volontà di fare interagire attivamente il fruitore con l’opera attraverso vari input sensoriali. Ultimamente sto sperimentando anche il suono e la composizione sperimentale, elementi fondamentali nello sviluppo della mia ricerca.

 

Ti definisci allora uno scultore?

In realtà no, credo che in un panorama contemporaneo così vasto, dalla tecnologia alle nuove scoperte in campo fisico e tecnico, sarebbe riduttivo fossilizzarsi su un solo medium. Ad esempio, mi sono cimentato e continuo a sperimentare la pittura, la sua bidimensionalità, la sua matericità. C’è un periodo dell’anno in cui sento l’esigenza di dipingere, come se avessi la necessità di una valvola di sfogo che si palesa con il colore. Per esempio, proprio all’inizio della residenza, ho iniziato a dipingere prendendo spunto dall’immaginario di questo maxi archivio che è internet. Sviluppando l’immagine attraverso una visione zoomata, ho giocato sulla non riconoscibilità iconografica immediata, interagendo con il fruitore tentando di farlo riflettere sull’immagine stessa, creando un cortocircuito di matrice ‘gestaltica’.
La pittura va bene, ma sento l’esigenza di operare più in profondità e ad andare oltre, capire la materia fisica e interagire con essa.

 

Perché decidi di lasciare Palermo? A Venezia partecipi alle tue prime esposizioni “Nerve_Storm” ideata da Luca Reffo e “Insetticida Mon Amour”, bi-personale con g. olmo stuppia.

A Palermo non riuscivo più a progettare, avevo raggiunto una sorta di stato di aridità, di stallo emotivo. Mi è arrivata questa proposta di lavoro per una mostra collaterale di Biennale che mi è sembrata un’ottima occasione, o scusa, per partire verso “la Serenissima”. Venezia è un importante polo culturale, dalla Biennale allo IUAV, dalle gallerie alle biblioteche (Querini Stampalia), che creano una fitta rete di contatti ed incontri internazionali. È una città ricca di stimoli. Palermo, e in particolare l’Accademia, è stata per me un laboratorio di vita, fucina di idee e terreno di amicizie a me carissime come Francesco Albano, lo stesso Giuseppe Agnello, o Daniele Franzella con i quali sono sempre in contatto. Ed è stato proprio Francesco Albano che mi ha fatto conoscere Luca Reffo, artista e professore di pittura presso l’Accademia di Belle Arti a Venezia che, vedendo i miei lavori, mi ha invitato a partecipare, con la scultura “Reliquia” (Fig. 1), il mio lavoro finale di tesi, all’Art Night, un evento realizzato da Ca’ Foscari, dall’Accademia e dalle varie realtà artistico-culturali veneziane (https://departpourlimage.com/Atelier-12).
“Insetticida Mon Amour” invece è stata una mostra pensata e realizzata insieme all’artista e amico g. olmo stuppia (1991), esposta nel vano scala e sulla terrazza della splendida casa di una nostra cara amica che si è occupata anche della curatela.
Le opere di Olmo, un intervento sonoro immersivo, un video e delle sculture (calchi di elementi presenti nella casa realizzati in ottone), si sviluppano negli anfratti delle scale che portano in terrazza, dove vi è il mio pezzo, concepito e ideato ad hoc per l’ambiente, “Sotto la vostra pelle, voi lo sapete” (Fig. 3). La mia riflessione riguarda l’idea di tortura contemporanea fisica ma soprattutto mentale. Ho pensato all’opera scultorea, un calco positivato in lattice e tirato da cinghie per il traporto merci, insieme ad una registrazione in loop che simulava il suono del cigolio delle corde tese. Suono immaginato come elemento disturbante. Infatti, il mio scopo è quello di lanciare allo spettatore degli input sensoriali che fanno da elementi di trauma. Io voglio “traumatizzare” il fruitore, in eccezione positiva del termine, vorrei che abbia la possibilità di riflettere su ciò che vede. Anche la scelta e l’utilizzo del lattice è fondamentale in tutti i miei pezzi. È un medium congeniale per la trasposizione figurativa della mia ricerca: è un materiale organico che cambia, muta, è vivo internamente. Il colore ricorda la pelle tumefatta, la pelle squarciata, credo che il lattice sia un mezzo che abbia una fortissima carica espressiva ed emotiva.

 

Come nasce invece la tua ricerca? Si tratta di un argomento così misterioso ancora per l’umanità, un pensiero molto dibattuto su più fronti dalla nostra tradizione occidentale. Puoi illustrarci la tua poetica in relazione ai tuoi pezzi?

I miei lavori sono concatenati a livello cronologico, annessi e connessi ad un’unica tematica, senza però una sequenzialità specifica. Mi interessa soprattutto la relazione tra scultura, spazio e fruitore (Fig. 4).
Le tematiche della mia indagine derivano dalla rielaborazione di vicende personali e familiari, in quanto entri personalmente in contatto con la morte. Ti rendi conto di quanto fisicamente il corpo e la mente umana siano totalmente vulnerabili a tutto. Ma la mia riflessione parte principalmente da uno scrupoloso studio bibliografico e sitografico (saggi sul tema della morte pubblicati su Kabul Magazine). In questo momento, sto per esempio leggendo “L’Ordine del tempo” di Carlo Rovelli che sviscera e svincola totalmente l’idea di tempo nella sua accezione fisico-quantistica. Altro scritto essenziale sulla concezione del tempo in relazione alla morte e della morte in relazione ai tempi è “Storia della morte in Occidente” dello storico francese Philippe Ariès, fondamentale per capire come l’idea di fine fisica si sia sviluppata nel corso del tempo. In particolare lo studioso analizza gli effetti che essa provoca al contesto sociale che sta intorno al morente e, infine, di come viene combattuta oggi negli ospedali. Egli stabilisce così uno spaccato dei quattro tipi di morte fondamentali che si sarebbero succeduti nel millennio appena conclusosi: “la morte addomesticata”, “la morte di sé”, “la morte dell’altro”, “la morte proibita” e infine, arrivando ai nostri giorni, “l’eliminazione della morte ai giorni d’oggi”. L’individuo viene defraudato di quell’intimo momento che avviene nel luogo in cui vi è l’esalazione dell’ultimo respiro. Oggi la morte non è altro che un processo che avviene attraverso l’interruzione delle cure, decisa dall’equipe ospedaliera o dal medico. Sono rimasto impressionato anche da come le persone in fin di vita fossero pienamente coscienti del loro stato. Si tratta di un pensiero molto attuale, vicinissimo alla situazione di pandemia che stiamo vivendo. Negli ultimi mesi ci siamo tutti dovuti confrontare con l’idea di limitatezza della vita e di precarietà. Si è sempre più insinuata una paura della morte, un’isteria del contagio e una ricerca estenuante ad un antidoto. La morte ora più che mai è presente nel quotidiano della gente, attraverso i mass media che la spettacolarizzano. Ma, come affermano anche molti studi sociologici, nella nostra società attuale la fine viene concepita come un tabù. L’essere umano sta cercando di raggiungere l’immortalità a tutti i costi, vuole diventare un cyborg servendosi dello sviluppo tecnologico della medicina. La morte però fa parte della vita e non c’è motivo di non aspettarsela. Si è così realizzata una vera e propria perdita dei fondamenti dell’essere umano, come la religione e la politica. La vita si è relativizzata e proiettata esclusivamente alla materia.
Queste idee si trovavano nei miei lavori implicitamente, ora invece ho trovato il modo di esplicitarle e palesarle. Sei tu a relazionarti con il tuo vissuto e con la tua arte. Attraverso l’aiuto dei vari medium, concretizzo il mio pensiero con le mie sculture. Non c’è nessun filtro. Il filtro lo crei con il tuo modo di vedere la realtà (Fig. 5).

 

Potresti spiegarci bene come operi?

Per quanto concerne la ricerca iconografica, il mio approccio è prettamente figurativo. Non c’è nulla di troppo concettuale, o almeno i concettualismi ci sono, ma sono sempre accompagnati da questo voler palesare la cosa, non però in maniera didascalica. L’opera d’arte deve avere una sua valenza estetica, accattivante, bella da vedere. Come ho detto, sento il bisogno di lasciare qualcosa a chi sta guardando. Il ruolo dell’artista è quello di avanzare delle proposte, di trasformare il sentimento, la razionalità, di captare dalla realtà degli elementi e trasmutarli.
La mia ricerca iconografica è svariata e non si fossilizza su un solo campo d’indagine, molte immagini sono prese da fotografie di archivio o da foto scattate da me e bloccate in zoom che restituiscono un aspetto irriconoscibile del soggetto, compresso dal formato del dipinto o del disegno adoperando così un’addizione gestaltica.
Vi è una ricerca sperimentale sul medium scultoreo e sullo spazio di interazione. Il lattice è un materiale malleabile che soccombe alle leggi della fisica, quindi lo tendo, lo lavoro, lo deformo/si deforma.
E ultimamente lo sto utilizzando come supporto per lavori bidimensionali come dipinti sullo stesso o stampe serigrafiche. Cerco così di interagire con le peculiarità del lattice in relazione all’immagine, come ad esempio in “Ars moriendi” (Fig. 6). La raffigurazione è ricalcata da una tavoletta bavarese del Medioevo, creata dai monaci amanuensi, che ho visto digitalizzata all’interno di un archivio di una biblioteca.
Ultimamente mi sono interessato e avvicinato molto alla grafica e al mondo dell’editoria indipendente, realizzando così un libro d’artista (Fig. 8). Tutto è partito dall’idea di scannerizzare un rametto di alloro, derivante da una delle tante corone funebri celebrative presenti a Venezia, in giro per le strade. Ho così bloccato la “morte” dell’elemento attraverso un bagno di cera, riprendendo la pratica del calco delle maschere mortuarie (Fig. 7).

 

Puoi parlarci invece della tua scultura-video pensata per Spazio Y?

Durante il periodo della quarantena, sono stato contattato da Paolo Assenza di Spazio Y (Roma) per partecipare ad un progetto nato da un’idea di ABC Art Collective, in collaborazione con Spazio Y, Nation 2.0 e con il supporto di Editions Mincione, progetto che intende riflettere sul concetto di prima necessità e di utilità, rivendicando l’esigenza di espressione personale e l’atto artistico come condizione umana imprescindibile.
Ho concepito quest’installazione scultorea realizzando dei calchi di ossi di seppia fatti in paraffina, e un video proiettato di fronte alla casa in cui vivevo. Idea che nasce dopo aver visto le immagini delle sessanta bare trasportate al di fuori di Bergamo, a causa di mancanza di collocazione nei cimiteri, e di quelle delle fosse comuni filmate da un drone su Hart Island, a New York.
L’opera si chiama “Minuto di silenzio” (Fig. 11) ed è stato il mio primo video montato autonomamente dalla durata di circa quaranta secondi. Ho raccolto insieme una serie di filmati di ghirlande viste tra Bologna e Venezia. L’elemento degli ossi di seppia, lasciati per terra, riflette l’idea di tempo e di scarto, trasmutato nella sua forma, nella sua sostanza. La relazione tra i due elementi, scultura e video, è il tempo e la mancanza del contatto fisico. Il funerale è una tappa fondamentale del rito funebre, il quale ha lo scopo di far prendere coscienza della fine della vita del corpo ormai non più vivo. Il contatto fisico è dunque venuto totalmente a mancare anche nell’ultimo saluto in questo stato di cose. Ho trasferito l’idea di mutazione della condizione fisica nell’azione del sole che modella e cambia la forma originaria della paraffina attraverso anche una riflessione sull’idea di tempo fisicamente concepito. Le visioni ravvicinate delle ghirlande, nel video, mi hanno permesso di simulare il gesto di toccare e avvicinarsi materialmente all’oggetto. Si perde la reale essenza per coglierne la fisicità.

 

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Il Curatorial Studies Venice, programma curatoriale per giovani aspiranti curatori/curatrici, mi ha proposto di partecipare ad una mostra collettiva dal titolo “Whatever It Takes” che si terrà il 24-25-26 settembre a Venezia presso di spazi della galleria APlusA. Sarà una sorta di mercato del baratto di tre giorni, in cui ci si sottrae alle logiche del mercato. Le opere non saranno vendute, ma barattate appunto con degli oggetti o con delle discussioni sul tempo, sulla vita e sulla morte, per quanto mi riguarda.
Nei mesi scorsi invece ho avuto il piacere di essere stato invitato da Edoardo Monti per una residenza artistica, della durata di un mese, che si svolgerà ad ottobre presso i locali di Palazzo Monti a Brescia, dove avrò uno studio per progettare e realizzare nuovi lavori, e alla fine di essa verrà organizzata una grossa collettiva con tutte le/gli artiste/i che hanno collaborato col Palazzo, dove esporrò i lavori prodotti. Penso che continuerò a sperimentare ancor di più il rapporto tra ambiente e musica come insieme installativo e collaborare con un mio carissimo amico, Federico Pipia, che studia musica elettronica al conservatorio di Bologna.
Per concludere, la mostra finale della residenza della Fondazione Bevilacqua La Masa che si svolgerà durante il periodo dell’opening di Biennale Architettura 2021, negli spazi della galleria di Piazza San Marco a Venezia, dove tutte/i voi siete calorosamente invitate/i.
Mi piace concludere con queste parole dell’artista romano Gianmaria Tosatti che riescono a cogliere perfettamente il mio concetto del fare artistico. “L’artista non è l’autore delle sue opere ma è colui che tende di rendere visibile ciò che non lo sarebbe, ma che esiste e ha urgenza di manifestarsi in questo momento, in questo tempo. L’artista deve obbedire allo spirito del tempo rendendolo visibile.”

 

Azzurro 3

Ph. credits: Giacomo Bianco, Giuseppe Di Liberto, Giulia Vaccari