Il rovescio delle Pettegole
A Lasnigo un processo che non si lascia chiudere
A Lasnigo non c’era una mostra, né un evento da seguire. Sono salita fin qui perché mesi fa, a Monza, le Pettegole di Paolo Cabrini mi erano rimaste addosso. Non in modo teorico o “da critica”, proprio fisicamente, come qualcosa che continua a tornare quando pensi di averlo già archiviato.
E proprio l’ultimo sabato di gennaio, malgrado il freddo, sono andata a vedere da dove arrivassero. Non era una visita per vedere qualcosa, ma per capire cosa rimaneva di quell’immagine quando la si toglieva dal contesto.
Pratiche dello Yajè è uno studio, una microtipografia, un luogo di lavoro.
Non c’è una soglia chiara tra ciò che è progetto e ciò che è processo. Si entra e basta, e lo spazio continua a funzionare mentre lo attraversi. Macchine, carta, ferro. Il resto si aggiusta da solo.
Non c’è nulla da decifrare subito, solo un tempo diverso da assumere.
Le Pettegole viste dopo.
Le avevo viste prima come figure quasi autonome. A Monza stavano in piedi da sole, come se parlassero. Qui no. Qui si vede il rovescio, il dietro, il lavoro. E cambia tutto.
Il tempo della tipografia.
La tipografia non accelera nulla. Non è una scelta estetica, è una condizione.
Ogni gesto richiede attenzione: pressione, errore, ripetizione. Il corpo entra dentro il processo, inevitabilmente.
Non si osserva soltanto, si resta dentro il ritmo delle cose.
Collettività senza rappresentazione.
Il lavoro di Cabrini si muove spesso sulla dimensione collettiva, anche in contesti sociali. Ma nello spazio questo non diventa mai scena. Non c’è una messa in mostra della partecipazione né una narrazione del “fare insieme”.
Succede, oppure no. E non viene esplicitato.
Le parole che disturbano.
Le Pettegole non sono mai davvero carine. E non funzionano nemmeno solo come ironia.
Stanno in quella zona un po’ sporca del linguaggio: gossip, insinuazioni, cose che passano di bocca in bocca senza autorizzazione, senza un posto preciso.
Non si lasciano sistemare. È questo che le rende fastidiose, più che “scandalose” in senso classico. Restano in movimento, scivolano via, non diventano mai un oggetto fermo.
In un certo modo lavorano proprio lì, dove il discorso dovrebbe essere controllato ma non lo è mai del tutto. E forse anche dove il politically correct prova a mettere ordine, ma finisce per appiattire tutto invece che aprire spazio.
Uscendo da lì resta addosso una specie di attrito, un modo diverso di guardare le cose, forse. Solo che non tutto deve diventare chiaro per avere senso. Resta qualcosa di non completamente risolto, una tensione lieve ma persistente, perché Pratiche dello Yajè non produce spiegazioni, ma sposta la percezione del reale.
Chi è Paolo Cabrini?
Paolo Cabrini nasce a Firenze nel 1967 e cresce a Milano, dove si forma al Liceo Artistico Statale II e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Brera. Nei primi anni Novanta entra nella Stamperia d’Arte Calcografica dell’editore Raffaele Bandini, affinando per otto anni la propria tecnica calcografica e xilografica. Un viaggio in Nicaragua nel 1994 lo avvicina all’uso politico della stampa, influenza che attraversa tutta la sua ricerca successiva. Collabora con le Edizioni Pulcinoelefante di Alberto Casiraghi, con cui realizza quattordici libri d’artista, e con i Quaderni d’Orfeo di Roberto Dossi. Nel 2007 fonda Pratiche dello Yajè, casa editrice volutamente informale dedicata a edizioni d’arte, manifesti e cartoline tipografiche. Da anni conduce il progetto Arte Tipografica Collettiva in scuole, biblioteche e contesti di salute mentale, dove la tipografia diventa strumento di creazione condivisa e relazione umana.
INTERVISTA A PAOLO CABRINI
Mariateresa Zagone: le Pettegole ti sfuggono mai di mano?
Paolo Cabrini: eccome, anzi sarebbe un guaio se non avessero una loro natura libera e distaccata dal suo autore. All’inizio della loro creazione arrivavano ad insultarmi ed essere fortemente critiche sul mio modo di pensare. Il loro ruolo è fondamentale, incarnano l’atteggiamento populista, portandolo alle estreme conseguenze, con il solo scopo di prendere in giro il sistema, ma anche far riflettere. Non sono anziane, come molti credono, al contrario: quella di sinistra è una giovane donna di 25/30 anni e l’altra è transessuale. Vestono perennemente con un cappotto nero e biancheria intima nera, quella di destra è molto sadica e feroce. Le pettegole o le ami o le odi, non c’è via di mezzo.
Mariateresa: quando il lavoro entra nello spazio espositivo, cosa si perde?
Paolo: quando penso allo spazio espositivo per me non è solo la galleria, ma qualsiasi luogo dove si può mostrare ad un pubblico il proprio lavoro, quindi per me anche la strada, un luogo abbandonato, un’osteria, una stazione o anche una portineria. No, non si perde nulla purché l’allestitore o curato creda seriamente in quello che fai e non ti sfrutti a fini commerciali che è poi quello che accade per la maggiore. Per non parlare di chi fa pagare per esporre.
Mariateresa: la microtipografia è una scelta o una sopravvivenza?
Paolo: ho scelto il mezzo tipografico per comunicare ancora prima che pensare di fare arte, e l’ho scelto come strumento di protesta, in contrasto con l’imperante digitalizzazione grafica contemporanea. D’altronde la tipografia è stata rivoluzionaria per aver contribuito alla diffusione della cultura su vasta scala. Non sono un artista che crea opere d’arte ma piuttosto desidero comunicare una ideologia libertaria. L’errore più grosso che un artista possa fare, è disinteressarsi dei fatti storici della quotidianità e rifiutarsi di considerarli.
Mariateresa: quanto regge davvero l’idea di collettivo quando non è “messa in scena”?
Paolo: l’idea di collettivo, di gruppo o comunità è fondamentale per il pensiero creativo, c’è l’idea di confronto, scambio e interazione tra le singole menti. Lo studio d’arte tipografica Pratiche dello Yajè ha sempre pensato e proposto un’arte collettiva tipografica: come la creazione di un manifesto collettivo, dove i partecipanti si impegnano ad un raggiungimento consensuale.
Mariateresa: il linguaggio scorretto oggi è ancora pericoloso o è già stato digerito?
Paolo: non riesco bene a ipotizzare cosa si possa ritenere scorretto o corretto. Le Pettegole ad esempio hanno un linguaggio volgare perché l’atteggiamento populista è di per sé volgare. Oggi si vive in un’epoca dove la comunicazione è tutto e direi che non esistono più regole o moralità, tutto è dicibile.
Mariateresa: ti interessa che chi entra partecipi o che semplicemente resti lì?
Paolo: la cultura ha una funzione di interscambio e di partecipazione, preferisco di gran lunga un pubblico che reagisce quando si trova di fronte ad un dialogo tra le Pettegole o ad un mio manifesto provocatorio. Anche Caravaggio indignava i suoi committenti. Provocare è fondamentale per creare una coscienza critica, indispensabile al pensiero libero.
Mariateresa: il processo vale anche quando non produce niente?
Paolo: Marx diceva che l’arte è un po’ figlia del capitalismo se si piega al fenomeno della riproducibilità e del ciclo produttivo commerciale. Quindi è indispensabile che il processo creativo valga anche quando non produce nulla.
www.facebook.com/pratichedelloyaje/
© Ph. Pratiche dello Yajé – Paolo Cabrini














