Muriel Paraboni: a Skype interview

Di Anna Papale

 

Nuovo contributo dedicato alle attività di Viafarini (Milano): Anna Papale ha intervistato per noi Muriel Paraboni, artista trasversale in residenza da Maggio ad Agosto 2020 presso VIR (Viafarini in residence).

Multimedia artist, Muriel Paraboni ha una formazione ibrida a cavallo tra tantissimi generi contemporanei, dal cinema alla pittura, dall’installazione alle recenti sperimentazioni in ambito performativo. In questa intervista ci spiega le intenzioni e le prospettive della sua ricerca.

 

 

-Definisci te stesso un ‘multimedia artist’, cosa fai di preciso? Come sei arrivato all’arte contemporanea?

Ho deciso di definire me stesso un multimedia artist da poco, prima di questo momento vivevo una crisi d’identità (in senso positivo). All’inizio, lavorando nel cinema, i miei film venivano sviluppati più su concetti formali e sperimentali che sulla narrazione; tutto ciò mi ha portato in modo naturale allo studio delle arti visive. Ho cominciato dalla pittura e dall’esplorazione di altri media circa dieci anni fa. All’improvviso, nel 2015, quando cominciai il mio Master in arte, il cinema e i video si ripresentarono nella mia vita con sorpresa. Da lì cominciai a produrre video e installazioni e iniziai a definirmi contemporaneamente sia filmmaker che visual artist, perché da un punto di vista professionale mi ritrovai diviso tra questi due mondi. Con il passare del tempo, il mio lavoro continuava a maturare e i due mondi iniziarono ad allinearsi: non scartavo niente che incontrasse la mia strada perché “è invano” come recita lo stalker di Tarkovsky. Tutto viene accumulato e oggi è naturale che una determinata idea o un progetto vengano pensati per un media o un altro in modo spontaneo e fluido. Da allora, non avrei più potuto definire me stesso filmmaker o visual artist.

 

-Quali sono i punti di partenza della tua riflessione che poi porta a un nuovo lavoro?

Spesso il mio lavoro si realizza nel suo stesso processo, nei movimenti e nelle sperimentazioni, guidati dall’intuizione. Questo di solito accade partendo da ricerche esplorative che includono fotografia e video, catturando immagini e scoprendo nuove possibilità, cosa che mi succede sempre. È chiaro che i risultati di tali esplorazioni sono coerenti con idee e progetti già esistenti, sopiti o ancora in progress. Ci sono dunque dei progetti che vengono sviluppati e altri che aprono a una serie di nuovi lavori che non erano neanche stati concepiti. Lavoro sempre con un planning, mirando a obiettivi a breve e lungo termine, altrimenti senza organizzazione si cadrebbe nel caos. Al momento della creazione, il focus si sposta sul processo e per uscire fuori dagli schemi è necessaria la flessibilità, al contrario si rischia la vuota ripetizione e l’insorgere di nulla di nuovo. Fare spazio per l’inaspettato è essenziale per rinnovare costantemente la produzione, l’uso di media diversi si trasforma in un importante alleato. È fondamentale non dare per certo ciò che verrà, è un buon segno. Il lavoro inizia a svelarsi a metà del suo cammino.

 

-Cosa significa per te spazio? Non solo all’interno della tua ricerca ma anche nel display dei tuoi lavori

Lo spazio per me è innanzitutto quello intrinseco, soggettivo, lo spazio mentale. La nostra mente (includendo anche il corpo) è spazio, un posto dove teniamo molte cose. E come a chiunque altro, a me piace tenere memoria delle cose; in verità trovo spiacevole quando la mente è sovraffollata, troppo pesante, intasata. Cosa intendo? Se ricorro a troppe idee, concetti, pensieri, eccessiva curiosità, corro il rischio di non essere più in grado di pensare rettamente o formulare idee mie, non vedo chiaramente e perdo la flessibilità. Dunque penso sia importante conservare dello spazio vuoto per lasciare che le idee fluiscano, senza necessariamente aggrapparmi o identificarmi con tutto ciò che leggo, vedo o ascolto. Lo spazio fisico e reale che dedico ai lavori ha le caratteristiche che ho descritto. L’intento nel produrre un’installazione è che il loro spazio possa essere percorribile, senza però che le mie disposizioni possano influenzare. Mi piace suggerire, creare input, immagini, suoni, vibrazioni, colorare e comporre l’ambiente. In questo modo, il fruitore si sente libero di circolare, dialogare con il lavoro, pensare e interpretare senza eccessive imposizioni o manipolazioni. Non c’è messaggio, non una conclusione da afferrare. Per questo il mio lavoro con le immagini tende a essere minimal e ad avere una temporalità estesa, perché sperimentiamo quotidianamente sia fretta che eccessi, per questo penso che il compito fondamentale dell’arte sia fare da contrappunto all’ordinarietà.

 

-Sia i tuoi dipinti che video sono basati sui concetti di astrazione dalla realtà e del non-finito. Sono anche presupposti della Fotografia Informale, è una tua ispirazione? Ti sei mai approcciato alla fotografia?

La fotografia è stato il dispositivo esplorativo più importante del mio lavoro per la creazione nel cinema, la sceneggiatura e recentemente per la pittura e altri media. Alcuni anni fa ho iniziato a considerare il processo fotografico come arte esso stesso. La fotografia è diventata documentazione ed esposizione insieme. Non c’è dubbio che non solo la pittura, bensì la scultura astratta e l’architettura sono tra le ispirazioni della mia fotografia. L’astrazione è sempre una sfida per la camera perché deve cominciare dalle forme reali e riconoscibili per arrivare a composizioni non facilmente e direttamente percepibili, ma che stanno lì. È come immergersi sulla superficie della realtà, osservare ciò che è nascosto. Si dice che le tele bianche siano già piene di figurazioni e clichès, di conseguenza si lascia al pittore il compito di liberarle in modo da trovare qualcosa di nuovo – la pittura! Penso alla fotografia in modo simile, è un processo di depurazione, di liberazione dall’eccesso, capace di aprire il campo della visione a ciò che non è stato ancora percepito e renderlo visibile. In questo senso, proprio come non considero me stesso un filmmaker, non mi reputo neanche un fotografo. Uso pochi dei tecnicismi dei fotografi, come la profondità di campo, ad esempio. La mia fotografia ha pochi effetti ottici, è piatta e grafica. Quando fotografo, mi sento decisamente più pittore, in cerca di volume, piani, linee divergenti, punti in cui pongo la massima attenzione.

 

-Alcuni tuoi lavori sono più che delle installazioni, diventano delle vere e proprie esperienze immersive. Durante la nostra conversazione su Skype abbiamo chiarito l’entità del termine immersivo: non è riferito alle soluzioni digitali che questo momento spinge a guardare. Puoi spiegarci?

Come ho detto prima, e come hai ricordato, viviamo in un momento di abusi, specialmente quelli che riguardano immagini, suoni, informazioni. Ciò che sta dietro tale profusione è la tecnologia digitale e le finestre creative che questa ha aperto. Tuttavia, da artista penso che sta a me proporre un contrappunto, per quanto sia possibile. Non si tratta di porsi contro la tecnologia ma di esplorarla criticamente e trovare una relazione differente con essa, un approccio sereno alle immagini, senza eccessi per non seppellire il pubblico con le informazioni. Questo già succede quotidianamente, siamo costantemente bombardati dalle immagini dei nostri cellulari, computer, televisioni, schermi. Perché in una galleria la gente dovrebbe volerne vedere di più? Per questo penso che l’arte possa essere un’opportunità per sperimentare in altro modo spazio e tempo. Lo spazio che propongo non è immersivo nel senso stretto. Vorrei che il fruitore si approcciasse allo spazio in senso pieno, con consapevolezza critica e auto-coscienza, perché per me è la totalità che costituisce una esperienza autentica, notando la propria presenza nello spazio. Questo sarebbe il concetto di immersione che vorrei perseguire con il mio lavoro.

 

-Hai già in mente in cosa potrebbe consistere il progetto per la residenza? Ti sei dato delle direttive?

La mia idea era di sfruttare i due mesi precedenti l’inizio della residenza come lavoro di esplorazione, per catturare immagini e suoni in modo da organizzare un punto di partenza. Come sappiamo, è arrivata la pandemia ed ha cambiato tutto. Bloccato in casa, ho tirato fuori dal cassetto alcuni progetti. Tra questi: studiare il genere pittorico della natura morta da una prospettiva astratta e videografica. Ho cominciato a esplorare le possibilità di comporre a casa e registrare su video. Per fortuna, adesso stiamo ritornando a una certa normalità e la possibilità di circolare in strada, dunque posso allargare lo spettro della natura morta al mondo esterno, includendo composizioni più casuali e quotidiane. Per spezzare il carattere tradizionale di questo genere vorrei utilizzare un approccio metalinguistico e un uso critico dei media digitali. Non so dove porterà ma mi godo il viaggio. Allo stesso tempo, non mi lascio scappare l’opportunità, una volta tornato in strada, di esplorare altro, specialmente le vestigia delle differenti stratificazioni temporali delle città italiane, di viaggiare dall’antichità alla modernità in un colpo d’occhio, grazie all’architettura. Lo trovo affascinante e ho accumulato del materiale, possibile punto di partenza per un’istallazione ambientale che mi piacerebbe integrare con oggetti, ready-made, elementi fisici, giustapposti a materiali diversi, non solo proiezioni video.