TRE DOMANDE PER MATTEO MESSORI

di Bianca Basile

 

Le parole-chiave? Forma, Spazio, Comunità. L’intervista nasce a seguito della “diretta” Instagram di Galleria Ramo, che ha avuto come ospite l’artista Matteo Messori (Reggo Emilia, 1993), con l’intento di approfondire alcune tematiche da lui affrontate durante la live.

 

 

Hai parlato di Antiforma e di Formastante, ma il loro comune denominatore, la forma, cos’è per te? Come si è evoluta in passato e come sta evolvendo questa idea nella tua ricerca?

Antiforma e Formastante sono figlie di una ricerca nata osservando i mutamenti dell’uomo. La forma per me è come un’argilla cangiante che utilizzo per raccogliere le informazioni che mi servono. Entrambi i miei percorsi lavorativi lavorano su due stadi differenti: se l’Antiforma osserva l’uomo a livello empatico, la Formastante ne studia la fisicità. Ambedue sono in continua mutazione perché dipendono dal modo in cui assimilo ciò che mi circonda, che è sempre differente. Per questo dico che le persone che mi accompagnano in un’esperienza come quella di residenza, sono davvero importanti. Il mio percorso artistico in passato si è evoluto un po’ alla volta acquisendo sempre più maturità nel tempo. Ogni mia serie pittorica è come una pianta che cresce e raggiunge una fine, che appassendo dona linfa a quella successiva, rinvigorendo sempre più il terreno dal quale è cresciuta. Lo stesso vale anche per la scultura, ma essendo una ricerca ancora giovane per me, sto imparando a conoscerne qualità e caratteristiche.

In sostanza, la mia ricerca vuole indagare le debolezze e le discontinuità dell’uomo attraverso una chiave risolutiva e non pessimistica. Prendiamo ad esempio questo periodo storico in cui ci troviamo; tutti noi siamo costretti a rispettare dei limiti. Così adattiamo noi stessi e plasmiamo lo spazio che ci circonda per via dello “status” in cui ci troviamo. Anche la mia ricerca sta subendo una mutazione, adeguandosi alle costrizioni in cui vivo, ne assorbe le emozioni e le ambientazioni. Di conseguenza mutano gli scenari e i materiali con i quali lavoro principalmente. La “Forma” può essere qualsiasi cosa: una metodologia, un’attitudine, una tecnica. E in ognuno di noi, compresi coloro che non praticano arte, la forma è differente e soggettiva. Sono dell’idea che l’uomo stesso sia una “Forma” che catalizza e accoglie, in maniera molto selettiva, le emozioni che la circondano.

 

Sempre partendo dalla stessa parola, quali forme stanno prendendo, secondo te, i concetti di SPAZIO di CONDIVISIONE? Puoi parlarci del progetto – anche se ipotetico – di Spazio Neutro o del ragionamento che ne è alla base?

Riferendosi al termine “condivisione” pensiamo subito a un canale mediatico che condivide dei contenuti. Così fanno oggi anche gli spazi per l’arte contemporanea, e il periodo che stiamo vivendo sta accelerando questa mutazione. I musei, le fondazioni le gallerie hanno l’obiettivo di raggiungere il maggior numero di persone possibili. Grazie alla “realtà aumentata” e alle “dirette” che stanno prendendo piede già da qualche anno, possiamo permetterci di visionare una intera mostra da casa nostra. Ciò di cui parlo non è nuovo, anzi forse quasi obsoleto, ed è questo che mi spaventa perché non vediamo più queste cose come una “novità” e ne siamo ingordi. L’uomo non attende ma prende senza guardare, e così gli spazi per l’arte contemporanea – compresi quelli indipendenti – devono tener conto di queste esigenze. In tutto ciò non vedo niente di malefico in realtà, l’importante è che teniamo bene in considerazione le differenze. Stimo i giovani intrepidi che hanno il coraggio di realizzare realtà artistiche sempre differenti: facendo sì, ad esempio, che lo spazio stesso diventi un’opera, o in altri casi, “artista” assumendo una propria personalità. Credo che, nell’ambito dell’arte contemporanea, stiano avendo origine nuove spazialità morfologiche dove si possa plasmare l’arte. È un vantaggio che non possiamo sottovalutare, e che va sfruttato con forza. Penso che la bellezza di queste realtà si veda già in come nascono e nell’energia che trasmettono nei loro primi anni di ricerca; la parte veramente difficile credo sia mantenere lo stesso vigore nel tempo.

Da qualche mese a questa parte io e Andrea Da Villa, abbiamo intrapreso l’iniziativa di aprire un nostro spazio indipendente a Reggio Emilia. La cosa è nata, come credo in altri casi, per euforia e smania di sperimentare e mostrare al fruitore uno nuovo tipo di ricerca espografica tale da poter raggiungere un’identità tutta nostra. Perché ciò che a me e ad Andrea interessa principalmente in uno spazio non è la grandezza, ma la singolarità. Lo spazio dev’essere caratterizzato a tal punto da poter essere ricordato con o senza una mostra in atto.

 

Questa emergenza sta portando tutti ad essere un po’ più riflessivi e quindi colgo l’occasione per chiederti se hai risemantizzato o aggiunto solamente più significati a una o più parole che per te erano abbastanza codificate nelle loro definizioni e, se sì, in che misura questo ha influito sulla tua ricerca corrente?

Sì, certamente molti dei concetti che stanno alla base della nostra vita si stanno ridimensionando e adeguando a nuovi punti di vista. Il concetto di “casa” in sé è quello più toccato dal cambiamento secondo me, perché se prima la dimora era per noi solo un passaggio che ci separava dall’esterno, oggi è una permanenza. E se pensavamo di conoscere a pieno la nostra abitazione ci sbagliavamo. Grazie a questa emergenza abbiamo adesso piena coscienza della quotidianità che possiamo vivere in casa, nelle sue dimensioni. Io stesso, in questo periodo, vedo casa mia come una residenza d’artista e godo delle possibilità da lei offerte che prima non comprendevo.

Nuove sono anche le potenzialità e qualità che stiamo riscoprendo nel concetto di “media”. Finalmente stiamo usufruendo, in maniera produttiva e migliore, delle capacità conferite dagli strumenti di comunicazione. Il “Villaggio Globale” che prima era motore di disgregazione, ora ci sta unificando e riconnettendo a ciò che è reale. Lo stesso concetto di “comunità” è cambiato, ora diamo più valore al “contatto” che possiamo avere con gli altri. In balìa di questa emergenza abbiamo compreso anche quanto siamo deboli e fragili, e come siamo più sensibili ai mutamenti. La percezione della comunità, nei modi di vivere o nella cultura che appartiene a una popolazione, credo cambi di nazione in nazione, tralasciando quelle che sono le ideologie politiche – alle quali credo poco. Ritengo davvero importante tener in considerazione quanto questa pandemia stia modificando le abitudini delle nostre società. Dettati da una nuova “velocità” forse più sana e congeniale a quelle che sono le nostre esigenze primordiali, ci accorgiamo di problemi più grandi, tra i quali personalmente annovero la perdita dell’umanità da parte dell’uomo. Sono convinto nell’affermare che l’uomo, ora come ora, non sia propenso alla prosperità di sé stesso come individuo nel mondo. I desideri e i vizi futili prendono il sopravvento e proporzionalmente il senso di “umanità” perde potere. Quindi credo che dovremmo approfittare di questo periodo, seppur insignificante in confronto al tempo della nostra esistenza sulla terra.

Tutti questi miei personalissimi ragionamenti influiscono senz’altro nella mia ricerca perché, come ho già specificato, è una forma cangiante e si nutre di stati emotivi e fisici. So di parlare della mia ricerca artistica come di una persona vivente, ne sono consapevole perché è vivida e accompagna la mia vita. Senza di lei la mia identità non può sussistere. Se devo stabilire in che “misura” stia condizionando il mio lavoro non te lo so dire con certezza, ma credo che, insieme a me, la mia arte stia rispondendo delle proprie mancanze

dinnanzi al limite. Forse per la prima volta l’Antiforma e la Formastante si stanno plasmando sul mio stato emotivo e non su quello degli altri. E non vedo l’ora di scoprire cosa ne verrà fuori.