Intervista a Matteo Costanzo

di Laura Cantale

 

Matteo Costanzo si è formato presso l’Accademia di Urbino; vive tra Pesaro e Roma e attualmente è uno degli artisti in residenza presso VIR – ViaFarini in Residence a Milano. Il suo lavoro è di sperimentazione e ricerca attraverso i materiali di comunicazione, visione e rigenerazione per stimolare domande che mettono in discussione il confortevole mondo che circonda l’individuo e le società.

 

 

Quale è il comune denominatore della tua ricerca?

La mia ricerca evolve attraverso un processo psicofisico di selezione e accumulazione di contenuti che vengono trasfigurati, esplorando la natura dell’immagine, del taglio e del dispositivo/ibrido, nel tentativo di porre quesiti sul tempo, sulla condizione umana, sulla soggettivazione e sull’arte. 

Il comune denominatore si forma attraverso questi tre concetti che sono le fondamenta della mia architettura concettuale: l’immagine, il taglio e il dispositivo/ibrido.

L’immagine non è una cosa, ma piuttosto una relazione; per comprenderne il vero potere bisogna decifrarla, riconoscere che si tratta di un artificio e che nessuna immagine piove da alcun iperuranio. È necessario comprendere cosa nasconde.

Ogni immagine nasce da un taglio della realtà, da un suo dettaglio, dalla sua cornice. 

Il taglio è quindi un linguaggio, un’azione; taglio come apologia della rivolta, come principio di auto-soggettivazione. L’opera d’arte è un taglio che genera tagli molteplici alla soggettivazione del pubblico. 

Il dispositivo/ibrido per pensare continuamente in direzione di un possibile mutamento. Perpetrare la possibilità di soggettivazione dell’individuo/pubblico. Per un divenire. È il solo movimento che permette la costituzione di un’identità. Continuando così tra potenziali grandi visioni, rigorosa ricerca e bellezza del gesto. 

 

Come evolve il processo che porta all’opera definitiva (spunti, influenze, tecnica)?

Non c’è un vero e proprio modus attraverso cui posso descrivere il processo che porta a una formalizzazione del mio lavoro. I materiali che utilizzo sono oggetti o media che hanno perso o perdono la loro utilità, il loro consumo, o la loro primaria e prestabilita funzione. Preesistenti, re-inquadrati e manipolati per venire dirottati su nuovi formati e funzionalità inedite. I risultati vanno dalla messa in discussione del collage e della pittura a quelli della scultura/installazione; dal consumismo capitalista a quello dello spazio-tempo individuale, tracciando un percorso in divenire in cui convivono schermi e appropriazione, assemblaggi e prodotti industriali, videomaking e photoediting, procedimenti di arte generativa e bisturi chirurgico. 

Mi avvalgo di diversi tipi di post-produzione: dal semplice reperimento e re-inquadramento di oggetti all’editing digitale, dalla post-produzione sui materiali al cut-up video, dal collage fino ad una pittura che definisco post-prodotta. 

La tensione incessante di questo lavorio è quella di porre nuove domande incurante delle risposte, pretesto per una continua analisi della realtà fondata sull’esperienza. Ciò che ottengo non è più lo scopo o il risultato ma il mezzo per non rimanere paralizzati. Può funzionare come monito o come interruttore, come confine o come faro. Il bersaglio è sempre il meccanismo soggettivante dell’essere umano; configurazione del disfarsi come epistemologia della ricerca stessa. 

 

Quale pensi sia il ruolo dell’arte contemporanea e della cultura in questo periodo di crisi?

L’arte non ha ruolo né regole; assume forme che si auto-regolamentano. L’arte è forzare i limiti delle condizioni che ne influenzano lo sviluppo. L’arte non è uno spazio, l’arte è l’oltre di uno spazio, è l’insieme dei tentativi che lo manifestano. Mantenendo le antenne orientate, il discernimento di cosa è un’opera e perché lo è, lo conosciamo. Non c’è nessuna esigenza di nuove narrazioni totalizzanti o di strade a senso unico; si tratta del lasciarsi sprofondare nella propria ossessione (manchevole) con serietà, preparazione, consapevolezza.  

È necessario attivare la circostanza e le istanze del presente, per non lasciarle in esclusiva all’ideologia globale. L’arte resta l’unica attività deviante per eccellenza, consentita e mimetizzata nelle società consumistico-capitaliste contemporanee. Gli artisti sono outsiders, non per loro volere, ma per la scelta che la società effettua su di loro. Questo modus operandi degli artisti mette in discussione e solleva problemi di diversa natura attraverso l’esperienza delle loro formalizzazioni: questiona i sensi del pubblico, la sua facoltà di associazione, la sua libertà, la sua responsabilità e la sua consapevolezza critica.

 

Parlaci delle tue esperienze in residenza.

Quello che chiedo alla residenza artistica è la possibilità di mettersi in discussione fuori da uno spazio di confort come quello del proprio studio – che per me è un teatro feroce; la possibilità di conoscere e confrontarsi con altri artisti, intellettuali, persone con cui difficilmente avrei avuto modo di passare del tempo e di stringere sinergici legami. Per questi motivi quando affronto una residenza cerco sempre di innescare un procedimento inedito per l’occasione, mi pongo in una condizione di verginità, pronto a calarmi completamente nella realtà che mi ospita. 

Ai Bocs Art di Cosenza, invitato da Giacinto di Pietrantonio, ho formalizzato i primi reverse engineering, saccheggiando i mercatini dell’usato, le discariche e i mercati rionali della città calabra, sub-appaltando il mio inconscio a questi luoghi e riprogrammando gli oggetti in un’impossibile volontà eversiva. Innestando questo, con i miei processi già in atto, è scaturita l’installazione To infinity and beyond che vedeva cinque reverse engineering al piano terra (visitabile) e un frames of ideology sull’intero vetro del piano superiore (interdetto al visitatore) e visibile solo dall’esterno.

Successivamente, c’è stata Viafarini.

 

Come sei arrivato in VIR? E quale è il tuo progetto per l’archivio?

Sono stato invitato da Giulio Verago, curatore della residenza, e sono stato accolto da lui e dalla direttrice Patrizia Brusarosco. È un luogo storico e conosciuto per gli artisti italiani, tanti amici ci sono passati negli anni; sentivo inoltre la curiosità e la necessità di vivere ancora Milano per un periodo lungo. L’emergenza in cui mi sono ritrovato ha reso il tutto ancor più irripetibile, estraniante, inverosimile. 

Quando ho raggiunto la residenza non c’era un vero e proprio progetto; avevo delle linee di riflessione che iniziavano a sovrapporsi e a incrociarsi, coinvolgendo poliuretano espanso e giocattoli della serie He-Man Masters of the Universe degli anni 80/90. Il personaggio di Skeletor è uno dei vari alter ego che mi attraversano dall’infanzia. Del poliuretano espanso invece mi affascinano le sue potenzialità materiche imprevedibili e il suo compito di gregario nascosto nell’edilizia.

Ho iniziato a sperimentare questo binomio dal quale è scaturita la serie Self_redemption. 

Sono delle installazioni formate da videoproiezioni, sculture, luci modificate e sonoro. In queste sculture Skeletor è bloccato nel tentativo di liberarsi da una massa ideologica formata dal poliuretano espanso, trascinato fuori dal suo scopo e messo in bella vista al centro della scena; il titolo Self_redemption gioca anche sull’assonanza tra autoritratto e auto-riscatto. 

Per l’Open studio erano previste due installazioni, una all’Archivio della Fabbrica del Vapore più grande e una in Via Farini 35. 

Vedremo cosa succederà.

 

Parlaci della tua formazione e quali sono le influenze maggiori che ti porti dietro.

Ho frequentato l’Accademia di Belle arti di Urbino per cinque anni, trasferendomi da Roma. È stata un rifugio, un luogo dove potermi sverminare. Quando ho deciso di affrontare il percorso all’interno dell’accademia, ero pervaso da una feroce brama di nozioni e allo stesso tempo dall’aspettativa di ampliare i miei strumenti e le mie abilità di creatore. Più tardi mi sono avveduto: l’opera incarna di un artista solamente il suo dramma intellettuale. In questo pellegrinaggio senza meta del pensiero ho lambito e accarezzato voci che sentivo – per una sorta di prossimità dolci, familiari – generare echi che risuonano senza sosta e che producono residui pesanti. Questo processo m’impone di dar forma a quei residui rendendoli per me, in primis, esperibili e trasportabili. 

Sono stato influenzato e sono frequentemente attraversato da grandi capolavori e alter ego. Carmelo Bene, Elsa Von Freytag Loringhoven, Albert Camus, Buzz Lightyear e Buster Keaton sono solo alcuni di questi. Il Clown di Soir Bleu di Edward Hopper è un altro. Sono affascinato e sedotto dalla visione del mondo di Mike Kelley, Vettor Pisani, Bruno Gironcoli, giusto per citare i primi tre che mi vengono in mente. I libri sono tra le influenze maggiori, ultimamente mi verrebbe da rinfrescare Futurabilità di Franco Berardi e Hyperobjects di Timothy Morton editi entrambi da NERO.

 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Nel futuro, quando sarà passata questa emergenza, c’è in programma una mostra personale che mi vedrà impegnato presso il TOMAV Torre Morresco Arti Visive, diretto da Andrea Giusti e a cura di Milena Becci dal titolo: sicura come il ritorno della primavera dopo l’inverno. Sarà un intervento muscolare che germoglierà dall’epopea della figura di Enrico Mattei verso una disseminazione installativa che coinvolgerà tutta la torre eptagonale e il teatro.  Ci saranno altre residenze artistiche, in Italia e all’estero, e ci sono altri progetti sui quali, preferisco tacermi.