Intervista a Massimo Siragusa

fotografo e direttore artistico di Plenum

di Anna Papale

 

Abbiamo avuto il piacere di conversare, seppur virtualmente tramite una piacevolissima chiamata Skype, con il fotografo Massimo Siragusa. Dopo le prime domande di cortesia in questi casi (“mi sente?” “mi vede bene?”), ci confessa che aveva appena concluso tre ore di lezione per il corso che tiene allo IED – Istituto Europeo del Design. Prima di essere docente, Massimo Siragusa è fotografo, vincitore di quattro edizioni del World Press Photo, per citare uno dei fiori all’occhiello del suo curriculum. Dagli scatti percepiamo il suo amore per l’architettura, i monumenti della città e la vita quotidiana che vi si svolge attorno. Oltre alle influenze di certa New Wave italiana, per i lavori commissionati da grandi corporate, notiamo interferenze del tedesco Thomas Struth, fotografo dei luoghi-non-luoghi, talvolta ripresi da Massimo dall’alto come amavano fare Massimo Vitali o Mario Giacomelli. Come se non bastasse è anche direttore artistico della galleria catanese Plenum Fotografia Contemporanea, che recentemente ha inaugurato un format che speriamo prenda subito piede nella nostra città: L’Arte esce in strada. Portando la loro mostra in giro per le vie metropolitane, la galleria restituisce al pubblico ciò da cui è stato privato dalle restrizioni. In collaborazione con l’Assessorato alle Attività e ai Beni Culturali del Comune di Catania e CityMap Sicilia, il percorso si districa per le architetture più rilevanti della città (Palazzo Tezzano, Anfiteatro Romano, Via Crociferi, Arco S. Benedetto, Chiesa S. Benedetto, Monastero S. Benedetto e molti altri), portando in giro i lavori degli artisti in mostra: Angelo Turetta, Annette Schreyer, Camilla Borghese, Cristina Vatielli, Davide Monteleone, Lorenzo Castore, Lorenzo Cicconi Massi, Luca Campigotto, Paolo Verzone, Silvia Camporesi, Stefano De Luigi, Tommaso Bonaventura. Se prima gli artisti erano in dialogo tra loro sulle pareti della galleria adesso approfittano di un display più ampio e di un interlocutore di lunga data come il patrimonio architettonico della città. Ecco cosa ci ha raccontato.

 

Massimo, la prima domanda la faccio al direttore artistico della galleria Plenum di Catania. Parlaci del progetto “L’Arte esce in strada”, ancora in corso seppur in dirittura di arrivo. Qual è il bilancio di una esperienza così inconsueta?

Le gallerie sono state tutte obbligatoriamente chiuse e di riflesso abbiamo pensato al modo di aprirle in totale sicurezza per il nostro pubblico con qualcosa che potesse continuare a farci avere il feedback positivo della nostra community. Come galleria, e quindi come realtà privata, ci siamo rivolti al pubblico, al nostro, per consolidare e creare nuove relazioni; e alle istituzioni. Ci siamo messi in contatto con l’Assessorato alla Cultura della città, il quale ha accolto con entusiasmo il nostro progetto. Abbiamo pensato a una mostra itinerante en plein air, che permetta di fruire dei lavori che sarebbero stati visibili in galleria, lungo un percorso le cui soste fondamentali sono tre: arte, territorio e architettura. La prima tappa permette di soffermarsi sull’intreccio che l’iniziativa propone tra l’arte contemporanea, in particolare la fotografia, e il palinsesto artistico che la città offre spontaneamente, alzando semplicemente lo sguardo. Le fotografie dei nostri artisti si intrecciano all’architettura, così legata al suo tessuto urbanistico e storico.

 

È una delle prime volte, se non la prima, che una realtà privata come la vostra si rivolge alle Istituzioni, al pubblico. È il momento in cui gli spazi espositivi stanno urlando maggiormente alla collaborazione. Com’è andata?

Credo fermamente che non possiamo rimanere autoreferenziali e auto-referenziati. Il Comune di Catania, nella persona di Barbara Mirabella, ha risposto positivamente. Il progetto non è stato pensato per essere una collaborazione una tantum, mi piacerebbe che fosse considerato la pietra iniziale di un lungo e armonioso viaggio. Mai come adesso le arti, accademicamente distinte tra contemporanee e moderne o medievali, hanno bisogno di sinergia, e in una città come Catania è possibile a costo zero. Gli strumenti di divulgazione ormai tipici di una mostra di arte contemporanea, come qrcode e hashtags, possono essere traslati per una fruizione semplice e immediata del complesso patrimonio della città. Personalmente, vivendo da parecchio tempo in altre città italiane, ritengo che Catania si collochi in posizione privilegiata essenzialmente per due motivi. La città si trova ancora in una dimensione vivibile; la popolazione, per intero, ha ancora il vantaggio di godere del suo centro storico in modo più o meno accessibile. In secondo luogo, il clima agevola progetti di tale entità anche in inverno, come nel nostro caso. In ultimo ma non meno importante, la città ha un’identità strutturale e architettonica unica, dalla pietra lavica inedita in altre città europee se non mondiali, al colpo d’occhio che la via principale offre sull’Etna.

 

Come fotografo ti sei ritrovato a lavorare in modo indipendente – fino ad arrivare a uno dei premi più ambiti per il settore, il World Press Photo – e per commissioni: sul tuo portfolio figurano collaborazioni con importanti marchi dell’industria dei motori italiana, brand di alta moda e i maggiori competitors dell’hotellerie, giusto per citarne alcuni. Quali sono le differenze?

Premetto che sono grato a ogni tipo di lavoro, però ammettiamolo, la possibilità di vedere le nostre fotografie pubblicate, è rara: i giornali non commissionano molto, almeno in Italia; la galleria è rimasta unico luogo d’elezione per mostrare la propria ricerca. Nel caso dei lavori corporate, il tema è già proposto sebbene le aziende lascino sempre ampio margine di libertà. Però, come in ogni compito svolto per bene, bisogna capire, interpretare e tradurre in foto la mission dell’azienda. In breve, è una sfida e a me piace mettermi in gioco. Per i lavori che sono arrivati al World Press Photo (ndr edizioni 1997, 1999, 2008 e 2009), sono stato stimolato dalla realtà che vivo. Non sono pienamente cosciente del fatto che, quando racconto le storie queste abbiano poi risonanza mondiale. È qui che risiede la sensibilità dell’artista, consapevole di possederla o meno.

 

Osservando le tue foto, dai primi lavori ad oggi, è inevitabile notare un’evoluzione, come è giusto che sia. Tuttavia, salta subito all’occhio un passaggio, un’assenza: le foto che scatti adesso ai luoghi e alle strutture sono prive di umano ma colme di umanità, ai tuoi esordi hai anche compiuto dei ritratti fuori dal comune come i Sub portraits. Cosa è successo nel frattempo? Gli scatti successivi oggi risultano molto attuali, quali sono state le loro premesse?

L’assenza è assieme alla struttura un altro mio punto di partenza. Come notato, l’assenza di umano non è indice di spazi dis-umani, al contrario, gli ambienti mi attirano proprio per il loro carattere di testimonianza del passaggio degli uomini, trasudano umanità dalla narrativa insita nelle crepe, nell’intonaco venuto giù, nell’atmosfera asettica, potenziale allo stesso tempo di presenze e vita futura; è suspance nel senso di sospensione, intervallo tra un’assenza e una presenza. Mi ha molto colpito che a una rilettura, immagini come quelle di Lo spazio condiviso siano risultate tanto attuali. Come è successo, appunto, è possibile, adesso più di prima, scoprire dimensioni nuove nell’assenza che ci circonda. Se all’inizio mi prestavo a fare dei ritratti, mi sono accorto che potevo raccontare la gente anche senza di loro, in loro assenza appunto, attraverso le loro strutture e le architetture che abitano.

 

Infine, una domanda valida sia per Massimo Siragusa fotografo che direttore artistico di Plenum, quali sono i progetti correnti e futuri?

Mi viene più semplice dare prima voce al direttore artistico. La galleria è espressione di quattro personalità: oltre la mia, quella di Alberto Castro, Franco Ferro e Maurizio Malfa Martena. È luogo di confronto per gli altri e ancor prima per noi. Nelle nostre ultime conversazioni abbiamo delineato quattro direttive per il futuro di Plenum, alcune sono già avviate come il programma di mostre; il rafforzamento della didattica attraverso la somministrazione di workshop tenuti da grandi maestri ed esperti in materia di fotografia; la collaborazione con operatori del settore per un ciclo di incontri e dibattiti. Infine, una novità esclusiva: sono lieto di annunciare che Plenum si dedicherà ufficialmente anche all’editoria con l’avviamento di una piccola casa editrice, con la quale pubblicheremo i lavori dei nostri artisti. Al momento ospitiamo la personale di Tommaso Bonaventura, 100 marchi-Berlino 2019, il fotografo si dedica a progetti a lungo termine utilizzando fotografia e scrittura. In questo caso il racconto è di matrice storica perché ci porta al muro di Berlino e i 100 marchi che venivano offerti a coloro che decidevano di passare dal lato Est al lato Ovest della città, gli scatti sono dei veri e propri documenti degli oggetti acquistati, concretizzazioni del passaggio da un mondo a un altro, da un assetto politico a un altro. Da fotografo, ho recentemente pubblicato un libro sulla periferia di Roma, una zona in fermento che non rimarrà indifferente, sia per la sua continua espansione sia per le sue dinamiche diverse da quelle della città. Mi piacerebbe molto tornare a far parlare il territorio siciliano tramite i miei scatti adesso che sono tornato più stabile nell’isola.

 

In copertina: Massimo Siragusa – Leisume Time, 2008 World Press Photo winner