CRUISE COLLECTION 2021:

MARINELLA SENATORE PER DIOR

di Laura Cantale

 

Marinella Senatore è un’artista visuale multidisciplinare che lavora creando dimensioni di comunità e partecipazione che coinvolgono intere realtà di strada o tradizionali e caratteristiche di un preciso territorio. Ha studiato Arti Visive e Musica e perfezionato la sua ricerca in ambito cinematografico al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Ha partecipato a diverse residenze come FAR – Antonio Ratti Foundation, Les Laboratoires d‘Aubervilliers a Parigi, International Studio & Curatorial Program ISCP, New York; il suo lavoro è stato premiato più volte: finalista al Premio Furla nel 2011, Premio MAXXI nel 2014, Italian Council nel 2018 e nel 2020. Ha fondato The School Of Narrative Dance, un progetto “nomade” che dal 2012 indaga le possibilità dell’educazione informale e dell’auto-formazione come sistema basato sull’emancipazione, l’inclusione e l’auto-cultura attraverso l’insegnamento di svariate discipline come storia, storia dell’arte, falegnameria, danza, cinema, ecc. 

In questa intervista ci parla della sua collaborazione con la Maison Dior per la sfilata della collezione Cruise 2021, che si è svolta nella città di Lecce il 22 luglio 2020. Marinella Senatore ci offre anche un interessante considerazione sull’arte contemporanea in tempi di Covid-19.

  

Il tuo percorso ha ottenuto, nel tempo, una definizione che può considerarsi “sociale”. I media come la fotografia, il video, le installazioni, finanche il disegno, la pittura e il collage hanno trovato collocazione corale in quella che poi è l’azione; come, il tuo lavoro, ha raggiunto questa evoluzione?

Penso che un artista debba sempre mettersi in discussione: continuare a lavorare, a ricercare e anche a studiare, ed è così che, secondo me, il lavoro può evolvere, può arrivare anche a delle soluzioni che non si potevano immaginare. Ho sempre lavorato con tanti media ed è abbastanza anacronistico per me non pensare agli artisti contemporanei come ad artisti non multidisciplinari; sicuramente sono un’artista multidisciplinare, anche solo per il mio background. Vengo dall’arte, ma anche dalla musica e dalla cinematografia – in tutti questi ambiti ho lavorato professionalmente – e anche dalla didattica, per cui, già nella mia formazione, è presente questa vocazione multidisciplinare.

Non è un caso che abbia voluto lavorare nel cinema – ho studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma – e che abbia voluto lavorare in un’orchestra. Sono tutte esperienze a latere, anche se poi sono le esperienze più prossime alle arti visive, e ai contesti corali: evidentemente, “inconsciamente”, avevo avuto già questa intuizione. All’epoca forse non capivo perché m’interessasse più la coralità nel processo di creazione artistica che non la solitudine o l’introspezione del lavoro da studio.

Il disegno, la pittura, il collage: chiamo tutto collage. In realtà, per me è tutto un assemblaggio di cose, anche dissonanti tra di loro, che è un po’ quello che succede anche nelle azioni di strada o con la School of Narrative Dance. L’energia che scaturisce dalle diverse combinazioni di elementi che fanno parte sia del mio modo di vedere le cose che del mio naturale modo di utilizzare i linguaggi, è forse l’unica vera grande risorsa che ho e che riverso sulla carta, su un collage, per strada con le performance… Peraltro, non sono una performer che agisce; mi distacco molto sia dall’arte relazionale che dalla performance storicamente definite, perché non sono un’artista che compie delle azioni, e nemmeno organizzo semplicemente azioni altrui: divento l’attivatore delle azioni degli altri, il che sprigiona sempre energia.

Il disegno poi, in particolare, è il mio modo di progettare le cose, di pensarle. Non sono una che scrive i progetti o che utilizza moltissimo testo per ragionare sulle cose, sono una che disegna tantissimo, prima, durante e dopo. È proprio il mio modo di essere al mondo, il mio più naturale modo di pensare, di ragionare sulle cose; in generale, non solo sul lavoro artistico.

 

Come è nata la collaborazione con Dior per la collezione Cruise 2021?

La Maison Dior e, in particolare, la stilista Maria Grazia Chiuri, è stata sempre molto attenta all’arte contemporanea. La Chiuri, oltre ad essere una collezionista, è anche vicina alle istanze femministe; ha voluto sempre lavorare con artiste donne che avessero delle pratiche anche molto difficili, a volte, ma che potessero, in un certo senso, combinarsi con la sua visione del mondo. Connette le visioni degli artisti visivi con le sue, che sicuramente si declinano in un contesto diverso che è quello del “fashion”, in modo da arrivare a creare ancora di più energia, a mischiarsi e attingere l’uno dall’altro. Osservo molto gli altri contesti; questa mia attitudine stride con un approccio abbastanza diffuso nell’ambito dell’arte contemporanea, di una parte della critica che, invece, si estranea e prende le distanze da altri contesti creativi. Sono felicissima di poter lavorare e poter fare delle incursioni nel mondo della musica, del teatro, del “fashion”. Credo che, oltre ad essere grandissime macchine di comunicazione, questi contesti abbiano qualcosa che in realtà all’arte visiva manca, nella proporzione in cui ce l’hanno, e cioè il grandissimo pubblico, fatto non solo di addetti ai lavori, ma da quelli che, semplicemente, guardano una cosa e giudicano se gli piace o no. Questo mi manca un po’ del cinema e del contesto musicale. Più pubblico di non addetti ai lavori, di gente che fruisce e che rimanda immediatamente sensazioni e feedback. È una dimensione che manca un po’ nell’arte contemporanea, che considero un circuito troppo autoreferenziale, soprattutto in alcuni momenti. Ecco perché credo moltissimo nelle istituzioni; penso che debbano anche fare un passo diverso, più coraggioso, ed aprirsi a un pubblico ancora più vasto. Quindi, diciamo, è in quest’ottica che non solo sono stata invitata, ma soprattutto che ho accettato con grande piacere. Maria Grazia Chiuri, in particolare, conosceva il mio lavoro, sostiene le artiste donne, e voleva fortemente supportare anche un’artista italiana, oltre che donna; voleva avere una collaborazione con una persona che lavora sull’emancipazione non solo femminile, che ha delle istanze femministe, ma che non lavora esclusivamente su questo, ma soprattutto sull’empowerment delle persone. Arrivare a un lavoro collettivo, comunitario, che si basa molto sulla partecipazione e quindi confrontarsi con chi fa questo tipo di pratica abbastanza unica in Italia – sin da tempi non sospetti, ovvero, quando in Italia non la faceva assolutamente nessuno, ottenendo credibilità e riscontri positivi.

 

La scelta della città di Lecce è emblematica; l’energia della Puglia è espressa dalla tua scenografia per la sfilata tenutasi il 22 luglio 2020 online. Vuoi raccontarci come e perché hai scelto di usare le luminarie?

Portare la Cruise in Puglia (cosa che mi ha fatto molto piacere) – il Sud Italia è una terra meravigliosa – in tempi di Covid, è un aspetto molto importante di questo progetto. Tantissimi artigiani e, in generale, tantissimi lavoratori hanno perso il lavoro, in questo periodo; credo che la Maison abbia voluto creare anche attraverso la mia pratica artistica che prevede sempre una stretta collaborazione con le maestranze, un’occasione di ripartenza, di collaborazione, di attivazione di processi positivi.

L’idea delle luminarie non è stata un’idea creata apposta per Dior. È dal 2017 che lavoro con maestranze pugliesi, creando luminarie enormi come quella dell’High Line, che è stata tanto amata dal pubblico e dai cittadini newyorkesi, o le luminarie del Queens Museum, o ancora quelle che porto in tantissime mostre personali e collettive; per cui è proprio un codice che mi appartiene e nel quale interseco il linguaggio, la parola, e ne faccio una rivisitazione completamente diversa.

Ed è un po’ quello che voleva fare Maria Grazia Chiuri con la collezione.

Perciò, questo progetto, è stato un’integrazione della mia visione con quella della Chiuri. Sono molto soddisfatta anche di un’altra parte di progetto fatta da Pietro Ruffo, un artista italiano al quale voglio molto bene, che ha re-interpretato tutta la flora tipica del luogo, forse più campestre rispetto a quella di Miss Dior, ma più legata alla terra. E poi la musica, la danza locale, tutte cose che mi sono molto vicine; è chiaro che tutto questo è stato talmente armonico che ha creato qualcosa che coesisteva bene, al di là della sfilata, che è stata un momento che moltissimi cittadini hanno definito di poesia e di grande gioia ma soprattutto di bellezza di cui si sentiva molto la mancanza. Ed essendo molto attenta al mondo del lavoro, credo che questo piccolo grandissimo dettaglio non vada assolutamente ignorato perché, se una grande Maison, una grande casa di moda come Dior, può venire nel Sud Italia a dare lavoro a tantissime persone e non cedere, nemmeno nei momenti in cui sembrava impossibile realizzare tutto questo, credo che sottolinearlo sia un dovere. Niente, come questa pandemia, ci ha fatto rendere conto di quanto siamo fragili e di quanto l’economia stia collassando e non è poco tentare di fare qualcosa con tutte le nostre forze. Questa è la verità di questa sfilata e di questo progetto: pensare di non mollare anche in tempi di restrizioni giustissime, e di norme sanitarie, di distanze sociali e di non rinunciare proprio per tutte queste persone. Dai ceramisti ai tessitori, ai ricamatori e alle ricamatrici, alle maestranze delle luminarie e a tantissimi altri come i performer, i musicisti, ecc.: non abbiamo mollato per loro, cercando di fare veramente l’impossibile per non deludere i cittadini di Lecce e, soprattutto, tutti i lavoratori che attendevano questo evento.

 

Non solo luminarie. Gli “archi” contengono messaggi, affermazioni, forse moniti… Che tipo di ispirazioni le hanno generate?

Non sono affermazioni assertive, sono dei pensieri che lasciano una grandissima porta aperta all’interpretazione dei singoli; sono dei lemmi, sono delle citazioni, alcune mie, alcune di poetesse, anche vicine a temi femministi. C’è una citazione in particolare di Carla Lonzi, altre di poetesse o artiste che hanno messo in rilievo, e questo ha tanta risonanza in me, l’empowerment non solo femminile, ma della persona, la dignità della persona, la possibilità che la bellezza e la poesia ci aiutino ad andare avanti. Non sono moniti, assolutamente, ma porte aperte di riflessione. Amo molto la poesia e la ritengo, come tantissime femministe contemporanee e non solo, un grandissimo linguaggio, per la resistenza, ma soprattutto, per la trasformazione. Ho scelto una selezione basata su questo, sulla dimensione poetica.

Volevo parlare di energia, di possibilità e lo faccio di solito anche in altri lavori, quindi non è niente di nuovo, attraverso brevissimi testi che hanno molto più a che fare con la poesia che con messaggi di rivoluzione o politici, ma che aprono a scenari sia di rivoluzione che politici, perché possono fare pensare alla trasformazione.

 

La luce, gli elementi e i toni luminosi; sono concetti, forme all’interno del tuo lavoro. Che ruolo hanno giocato in questo progetto?

Proprio il mio interesse per le luminarie ha a che fare tantissimo, innanzitutto, con la dimensione sociale delle luminarie, col fatto che le considero delle architetture effimere non solo per la celebrazione del santo, ma soprattutto, per la celebrazione della socialità. Definiscono degli spazi laddove non esistono, delle temporanee piazze; circoscrivono degli spazi dove possono accadere delle cose e, la più interessante tra queste, sono le assemblee delle persone. Il concetto di assemblea per me rimanda a una riunione di persone, non mi riferisco soltanto all’assemblee politiche o all’assemblee dove si prendono delle decisioni, mi riferisco ai corpi in assemblea, questo è più interessante per me: una sorta di alleanza di corpi. È chiaro, per me, che le luminarie sono interessanti anche da un punto di vista forse affettivo, e non perché, come molti hanno scritto, sono nata nel Sud Italia e quello è il mio immaginario, ma per il mio lavoro nel cinema. Al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma ho lavorato con grandi direttori della fotografia e, quindi, ho lavorato con la luce; il corso di fotografia, tradotto per la cinematografia, significa direzione della fotografia e quindi delle luci, e camera, quindi movimenti, angolazioni e punti di vista. Tutto era molto poetico, ma il mio ruolo era anche molto tecnico e ho lavorato così, infatti, nei miei lavori video, nei film, c’è un’attenzione estrema alla luce. Per il progetto nella città di Lecce mi sono relazionata, innanzitutto, con la luce, in modo da non coprire il bellissimo barocco leccese ma interagire con la piazza Duomo; in merito a questo, non mi sento di validare le pochissime polemiche fatte, non nei miei confronti, ma nei confronti dei costruttori delle luminarie che, per alcuni, in teoria, avrebbero coperto il bellissimo barocco. Noi abbiamo fatto una sovrascrittura.

In questo progetto ci sono tanti livelli narrativi: la musica, il canto e gli strumenti, la danza, le modelle con il loro percorso, che era ben definito e ripeteva la raggiera del pavimento della piazza, tutto assolutamente studiato. La sovrascrittura era anche nei vestiti che riprendevano elementi precipui della zona.

Poi c’erano le luminarie, e poi ancora c’era il barocco leccese; sono tutte incursioni artistiche volte ad un’armonia di tutti gli elementi, gli artisti quello fanno, o dovrebbero fare, nello spazio pubblico. Tu sai quanto tenga allo spazio pubblico, sia fisico che mentale e sociale, e, per un momento, tutto questo è diventato una scatola magica.

L’elemento luminoso: ho osservato tantissimo la luce, come lavorava sui monumenti, quindi sulla cattedrale, sui palazzi adiacenti, ma anche nelle strade che portavano alla piazza Duomo. Abbiamo pensato ai colori, in contrapposizione ma, a volte, in armonia con i colori del lavoro stilistico di Maria Grazia Chiuri, per generare appunto delle energie. Ho pensato molto anche assieme agli artigiani che hanno costruito le luminarie, i fratelli Parisi, a come poter lavorare sulla luce in una maniera anche discrezionale, tanto è vero che non tutte le luminarie erano accese nello stesso tempo – c’erano delle accensioni diverse – si è lavorato addirittura sul buio, per cui anche la luce è una scrittura ulteriore: si parla di narrazione.

 

Per un’artista come te, che si muove a livello globale, come vedi il panorama culturale e il sistema dell’arte contemporanea in Italia e nella sua condizione “post-Covid”?

In generale, davvero posso parlare di moltissimi paesi, non solo il nostro; c’è un profondo collasso economico e questo è sotto gli occhi di tutti, per cui credo che tantissimi spazi chiuderanno o faranno molta fatica ad andare avanti e tantissime cose del sistema dell’arte, tra le quali Biennali e Fiere – che sono tantissime, troppe a mio avviso – dovranno rivedere dei protocolli, dovranno anche ridimensionarsi, perché altrimenti non saranno più sostenibili. Purtroppo, quello che vedo e che mi auguravo cambiasse, è che non credo siamo in una situazione post-Covid, mi piacerebbe molto dire che sia così, ma i dati che ci arrivano da altri paesi dicono che assolutamente la cosa non sia scomparsa dalle nostre vite. Del resto, se continuiamo a distruggere l’ecosistema ne avremo tanti di Coronavirus; lo sciacallaggio che abbiamo fatto con il nostro pianeta si vede, e la natura è più forte di noi. Nel momento in cui l’essere umano si è sottratto per un attimo, abbiamo rivisto i pesci nella Laguna di Venezia, o i delfini vicino Cagliari; la natura ci ha messo meno di un mese a riprendersi i suoi spazi. Adesso siamo tornati, e lo abbiamo fatto con le stesse modalità abusive di prima, e sicuramente la storia del Covid non è finita qui, e la storia delle pandemie purtroppo non finisce qui. Sono una grande sostenitrice dei movimenti ecologisti e lavoro come attivista da tanti anni e queste cose si dicevano già dieci, quindici anni fa e sono state inascoltate e, per come vedo le aziende muoversi, saranno inascoltate ancora.

Quello che mi aspettavo era il meglio o il peggio dalle persone; ovviamente pensavo fosse una chance per tirare fuori il meglio, per tirare fuori anche delle nozioni diverse, delle idee di come fare le cose in maniera diversa, più sostenibile, sia a livello ecologico/ambientale, sia a livello strutturale economico, ma soprattutto, a livello sentimentale/emotivo, affettivo.

Vedo il sistema dell’arte autoreferenziale come prima, vedo che tutto si vorrebbe portare esattamente come era prima: una mancanza di rispetto nei confronti degli artisti con pochissime commissioni, quasi nulle, come se gli artisti non fossero la matrice su cui si basa tutto il sistema dell’arte e, soprattutto, cosa veramente agghiacciante, come se non fossero lavoratori. Ben vengano, allora, tutte le commissioni, come questa di Dior o di qualunque altro contesto, che possa dare modo agli artisti, non solo di esprimersi, ma anche di poter lavorare, e il lavoro è sempre dignitoso. Ricordo, inoltre, che lavorare con una casa di moda, come lavorare con un’etichetta musicale, una collaborazione specifica una tantum o in teatro o anche tante incursioni nel cinema, come tanti artisti fanno, non è meno lodevole che lavorare nel sistema arte e basta. Proprio per rompere radicalmente questa autoreferenzialità che, nel mio piccolo, trovo insopportabile, ma anche per comprendere che la mercificazione dell’arte esiste. Nelle fiere noi non stiamo facendo un’operazione museale culturale, noi stiamo vendendo le opere, viviamo vendendo le opere, le gallerie vendono le opere altrimenti chiudono; i collezionisti comprano le opere e, a volte, i collezionisti sono persone che producono armi, o munizioni, o che fanno un lavoro, non sto generalizzando, molto meno lodevole di una casa di moda; per cui parlare di artisti e di collaborazioni che si fanno con sistemi commerciali mi sembra quantomeno poco realista per non dire anche altro.

 

Foto Laura Sciacovelli, Courtesy Dior