Intervista a Chiaralice Rizzi
di Maria Giovanna Virga

La terza intervista di Live in Venice racconta il lavoro artistico di Chiaralice Rizzi, artista il cui linguaggio, denso di esperienze personali, fa di lei un’indagatrice sensibile del reale.

Quando hai cominciato ad avvicinarti alla pratica artistica?
Forse ci sono stati degli episodi precisi che hanno influenzato la mia formazione, ma non li ritengo più decisivi delle scelte quotidiane che continuo a prendere a riguardo. Ho passato i primi anni della mia vita nello studio veneziano dove mio padre disegnava, dipingeva, lavorava il vetro, preparava incisioni. Era un posto davvero piccolo, dove ad una certa ora del mattino l’acqua del canale riusciva ad illuminare con il suo riflesso tutto il soffitto; così, in mezzo a strumenti e colori, giocavo con mia madre e mia sorella disegnando moltissimo, copiando le immagini dalle pile di libri, per lo più d’arte, che avevamo. Non so come sarebbero andate le cose se avessi avuto un’altra madre e un altro padre o solo una casa più grande, ma sono state queste circostanze a stimolare la mia sensibilità, senza soluzione di continuità fino ad ora.

Ci sono stati degli incontri o eventi diventati centrali per lo sviluppo del tuo lavoro e delle tue ricerche?
Gli incontri, tutti diversi, con Alessandro Laita, Maja Bajevic, Antonello Frongia, Lewis Baltz, Anne Bertrand, Leigh Ledare , Adrian Paci.
La morte di mio padre.

Quando descrivi i tuoi lavori, fai sempre riferimento a ricordi e sensazioni personali; eppure queste vengono tradotte visivamente in paesaggi naturali o vedute d’interni. Che tipo di rapporto coesiste tra la memoria ed il paesaggio all’interno dei tuoi lavori?
Il mio lavoro si muove attorno a due ambiti tematici: l’interrogazione della sintassi racchiusa nel paesaggio e il dialogo ad una voce tra la storia mia e quella di mio padre.
Ciò che accomuna queste due sfere è il condividere un momento comune, di bellezza, con lo spettatore e costruire un’altra condizione di significato, che intenda quella bellezza come misura dell’emergere preciso del tempo, un’esperienza di noi scanditi in esso.

Mi ha colpito molto l’espressione “bellezza come misura dell’emergere preciso del tempo”. Potresti approfondirne il significato?
Intendo la bellezza come un accadere. Come scrive John Berger, il desiderio di aver visto – l’oceano, il deserto, l’aurora boreale – ha una profonda base ontologica e, quali che siano le categorie normative utilizzate, tale “bellezza naturale” è vissuta come una forma di rivelazione. Il rapporto con il mondo esterno, quello che io richiamo come interlocutore principale, è essenziale perché mi scontro con la sua imprevedibilità e bellezza indifferente, ed entrambi questi caratteri concorrono a definirmi.

L’utilizzo di materiale preesistente è ricorrente nelle tue opere. In che modo selezioni le immagini che comporranno i tuoi lavori e quanto è importante il tuo legame con queste per la scelta finale?
Ho usato materiale preesistente per le fotoincisioni A Perfect Commotion (2012) e il libro Live In The House And It Will Not Fall Down (2010). Anche il prossimo lavoro avrà questa caratteristica.
Non si tratta di selezionare, piuttosto fare i conti con qualcosa che richiama la mia attenzione, mostrando le sue potenzialità.
Il legame che si instaura riguarda la necessità di lavorare con quel materiale.

In A Perfect Commotion (2012) e Live In The House And It Will Not Fall Down (2010), utilizzi materiale fotografico appartenuto a tuo padre. Questo ti permette di parlare della sua assenza e di rendere i ricordi personali una chiave interpretativa fondamentale per cogliere il significato dell’opera. Credi che questo aspetto aiuti l’avvicinamento del pubblico ai tuoi lavori?
L’ assenza di cui parlo è per me un paradigma.
Non è una chiave interpretativa, è una storia, la mia, e fa parte del lavoro.
Quando la racconto o quando qualcuno ne legge, il lavoro si svela.

Ti servi di diversi mezzi espressivi, come la fotografia, il video e la scrittura, tutti accomunati dalla capacità di cristallizzare un istante, non solo nella sua veste temporale ma anche emotiva. La scelta di questi mezzi è dettata unicamente dal desiderio di trattenere il tempo e le sue tracce?
Non di trattenerlo, ma di misurarlo e risolverlo, sapendo che è impossibile.
La mia pratica non è uniforme, perché uso il linguaggio artistico per rendere comprensibile tutto ciò per cui le parole mi mancano, e nessun caso è sempre lo stesso, ma la centralità dell’immagine o del discorso attorno ad essa rimane ferma.

I titoli che scegli per i tuoi lavori sono sempre molto accurati: esprimono parte della tua poetica e allo stesso tempo sembrano avere una propria indipendenza. Quali finalità hanno per te i titoli delle tue opere e quanto sono vicine alla letteratura?
L’attività svolta dal titolo è una condizione di presenza. Entrata, mappa, strumento, segno, connessione: il titolo è in se stesso un’affermazione, esso si auto-contiene, non spiega o descrive, è una forma epigrammatica a sé stante, che mostra l’“entrata” (al lavoro) senza però dire quale sia. I titoli nascono per associazioni di pensieri insistenti, accenni o contrappunti testuali e sono da leggersi come la proliferazione di una singola cosa. La vicinanza alla letteratura è quella che dichiaro, non è un commento, ma rimanda ad una verità da verificare. Sono vicina alla letteratura, in cui il linguaggio è messo sotto accusa perché “copre”, nasconde, riduce le cose esistenti allo stato di puri strumenti, o impedisce la percezione della loro superficie.

Che influenze ha avuto su di te e sul tuo lavoro una città come Venezia?
L’influenza che ha avuto su di me è stata sufficiente per instaurare distanza da essa e da alcun sentimento di patria interiore.

Chiaralice Rizzi nasce a Como nel 1982, vive a Venezia da allora.
www.chiaralice.com

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(1) A Perfect Commotion, (1 di 5) fotoincisione, 50x70cm, 2012.
(2) Index of First Lines, macchina da scrivere su carta, 21×29,7 cm, (selezione da centinaia), 2009.
(3) Live In The House and It Will Not Fall Down, libro, 268 pp., 2010 (in collaborazione con Alessandro Laita).
(4) Subtle To A Glance Or A Change In Light, video Super 8, 2012 – (in collaborazione con Alessandro Laita)
Intervista pubblicata l’8/10/2013.
(5) Nell’attimo che non si aggiusta ma sopravvive lucente mentre scappa, stampa a getto d’inchiostro su carta baritata, 45×40 cm, 2007-2009.