ArtInterviews

Intervista a Fabio Samela

Corpo e sessualità come pratica politica nell’arte

 

Fabio Samela (Atella, 2002), in arte Fab(b)io è un artista visuale e studente di Nuove Tecnologie dell’Arte all’Accademia di Brera a Milano. L’artista sperimenta con il mezzo fotografico e la video performance per raccontarsi e per trattare tematiche a lui care, come la malinconia d’amore, la rappresentazione della comunità LGBTQIA+, le rappresentazioni delle mascolinità e la libertà sessuale.

Dal 7 all’11 ottobre 2020 i suoi lavori sono stati esposti per la prima volta in una mostra collettiva di respiro internazionale, Il Gender Project a Milano, un primo traguardo che ha permesso a Samela di intraprendere nuovi progetti come Fab(b) to be, ovvero una raccolta di lavori realizzati come manifesto sociale in risposta a tutto ciò che gli impedisce di esprimersi. I lavori di Fabio Samela sono stati esposti in varie mostre personali e collettive su tutto il territorio nazionale tra Milano, Roma, Pesaro, Torino, Piacenza, Alessandria e Firenze.

 

Fabio che cosa ha significato per te l’esperienza del Gender Project?

Per me è stata una scoperta. Mi sono accorto solo molto tempo dopo che è stato un vero e proprio trampolino di lancio per la mia carriera artistica, soprattutto se paragonato al fatto che provengo da un borgo di tremila e cinquecento abitanti. Per me è stato scioccante scoprire che a Milano ci fosse qualcuno interessato ai miei lavori. Il più grande lascito della mostra è stato per me quello di avermi permesso di relazionarmi con artisti, attivisti e persone con cui sono tutt’ora in ottimi rapporti. Da questi incontri mi si è aperto un nuovo mondo, sono stato catapultato in mezzo a persone, corpi e storie più vicine alla mia esperienza. Sono uscito da un periodo di solitudine grazie al calore della mia comunità.

 

Cosa ha portato Fabio Samela a dar vita a Fab(b)io?

Fab(b)io nasce il 26 marzo del 2020 all’inizio del periodo pandemico, prima di questa data ero semplicemente Fabio Samela, un ragazzo di Atella che scattava autoritratti di nudo ambientati e occasionalmente ritratti di miei amici. Nonostante queste prime esperienze con la macchina fotografica siano state terapeutiche perché ho iniziato ad apprezzare il mio corpo, nel periodo della quarantena ho realizzato che quello che avevo creato fino a quel momento non mi bastava più. Ho sentito il bisogno di realizzare un nuovo progetto in grado di trasmettere tutto ciò di cui avessi bisogno. I lavori di Yole Signorelli (aka Fumettibrutti) mi hanno ispirato ad indagare la tematica della sessualità, le mie prime crush amorose mi hanno fatto provare delle nuove emozioni anche se spesso si sono concluse con grande rabbia. Tutto questo mi ha portato ad abbandonare i miei autoritratti con i fiori appassiti e a iniziare ad espormi in prima persona, vomitando i miei pensieri. Il nome Fab(b)io nasce dall’abitudine di un mio professore di raddoppiare la “b” del mio nome e così ho iniziato a firmarmi in questo modo.

 

Quando progetti e realizzi i tuoi lavori intendi riferirti ad un pubblico specifico?

In realtà, non mi sono mai posto questo problema. Tutto ciò che realizzo soddisfa un mio bisogno interiore di chiarire, comprendere quello che nel tempo ho finito per omettere. Il mio processo artistico nasce dal bisogno di metabolizzare i miei vissuti personali. Non ti nascondo che quando le persone mi dicono che si rivedono nei miei lavori un po’ mi dispiaccio, in quanto ci lega una comune esperienza di sofferenza o solitudine. Proprio per questo i miei lavori sono molto politici nella maggior parte dei casi.

 

Il tuo processo creativo è molto intimo, tendi a scavarti dentro come se fossi in una seduta di psicoterapia nel quale finisci per esorcizzare delusioni e sofferenze. Però il tutto è alleggerito da una spiccata nota autoironica che mi rievoca le politiche di riappropriazione di termini offensivi della comunità LGBTQIA+, mi sbaglio?

Io sono il primo che scherza con gli stessi membri della comunità LGBTQIA+, ma sono anche il primo che parte all’attacco quando lo fa chi non dovrebbe. Potrebbe apparire contraddittorio ma non mi interessa; ho lottato e abbiamo lottato per appropriarci di tutto quello che ci hanno costruito intorno. Io sono tra quelli “autorizzati” a scherzare su me (salvo rare eccezioni qualche volta, ma se sei tra quei pochi significa che ti sei guadagnato un bel posto nella mia vita).

 

Cosa ne pensi delle etichette nella tua vita e nell’arte?

Credo che le etichette abbiano senso quando sono temporanee. Il riconoscermi in un’etichetta specifica mi ha aiutato molto durante l’adolescenza. Quando ero piccolo mi percepivo in un modo ma adesso ho una consapevolezza maggiore di me stesso: so che è la società a obbligarmi ad etichettarmi. Anche da un punto di vista psicologico devo sempre trovare un nome a qualsiasi cosa io provi, ahimè, togliersi le etichette è veramente complicato.

Per quanto riguarda la mia arte l’etichetta si riferisce alla tipologia di soggetto che rappresento e le tematiche che tratto. Oggi mi autoritraggo in situazioni personali, vari ed eventuali, ciò mi porta ad essere etichettato probabilmente come un fotografo autoritrattista queer, ma questo non vuol dire che io in futuro non possa iniziare a scattare nature morte o intraprendere una carriera di fotografo di strada.

 

Recentemente hai pubblicato sui social Com’è che ti chiami? (Fig.1) nel quale racconti la fine di un rapporto sessuale dove il partner ti chiede quale fosse il tuo nome. Qual è il processo creativo dietro questo lavoro?

Durante la realizzazione di Com’è che ti chiami? mi sono fotografato da entrambi le parti del letto e su una di queste mi sono disegnato sopra, realizzando così una sorta di omino “simpatico” che sarà presente anche in progetti futuri. Ho deciso di ricalcare il mio stesso corpo e non quello di qualunque altro modello perché non sarebbe stato lo stesso. La scena che ho rappresentato l’ho vissuta recentemente e si riferisce a un periodo in cui sono stato travolto dalle mie necessità affettive e sessuali. Rimettere in scena questo rapporto sei mesi fa sarebbe stato impensabile. Invece, oggi ho archiviato quella esperienza e ho deciso di esporla al pubblico dominio.

 

Nei tuoi lavori sei presente su più livelli narrativi in quanto completi le tue fotografie utilizzando le didascalie, quest’ultime che apporto conferiscono ai tuoi lavori?

Utilizzare le didascalie mi permette di approfondire aspetti maggiormente sommersi dentro di me. Riesco a dare voce al Fabio bambino, al Fabio ferito e al Fabio più politico, ma sempre il me del passato. Scrivo sulle fotografie perché così è molto più difficile travisare quello che intendo comunicare. Ad oggi, non mi sento in grado di veicolare in ogni mio lavoro il messaggio che desidero senza l’ausilio della parola. L’utilizzo delle didascalie, oltre che essere una scelta di contestazione, rispecchia anche la mia passione per la narrazione, la filmica e la fumettistica.

 

In che rapporti sei con la Basilicata?

Non rinnego le mie radici. Non ho potuto scegliere di nascere in un piccolo borgo ma ho deciso in che modo vivermela. Se oggi sono a Milano e posso parlare del mio lavoro fotografico e delle tematiche a me care è anche merito di Atella.

 

Sei un giovane artista che utilizza come vetrina i social per promuovere e dare maggiore visibilità ai propri lavori. Ti sei mai posto il problema che Instagram svilisca il tuo lavoro?

Ho un rapporto di amore e odio con Instagram, da poco mi sono reso conto che le mie fotografie sono molto “instagrammabili” e per certi versi quindi intramontabili. Nonostante questo, i social non mi hanno particolarmente aiutato nell’esporre in varie mostre sul territorio nazionale, viceversa mi hanno permesso di condividere alle persone più vicine a me la mia storia e mi hanno permesso di conoscere delle persone con cui poter dialogare sui miei lavori. Come artista che pubblica sui social so che ci sono utenti che mettono like per abitudine e in maniera del tutto superficiale. L’approccio alle fotografie all’interno di una mostra è totalmente diverso, sei invitato a soffermarti in maniera più approfondita su ciascun lavoro. Secondo me questo approccio superficiale sui social nel tempo resterà lo stesso o addirittura peggiorerà, ma inconsciamente già lo sappiamo.