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In conversazione con Andrea Loi

Indovina chi?

 

Andrea Loi (1998) pittore di origine sarda, attualmente vive e lavora a Milano. La sua pittura si muove tra tradizione e ironia, sviluppa una narrazione tra contemporaneo e immaginario classico. I confini formali, così rigidi nel suo lavoro, si aprono a un gioco concettuale quasi irriverente.

 

Incontro Andrea Loi a caso studio, uno studio aperto recentemente che condivide con altrə sei artistə.

Appena mi avvicino alla sua postazione, la prima a sinistra, vengo sopraffatta dagli sguardi sulle tele che mi fissano. Non so se sentirmi intimorita, giudicata o invitata ad entrare.

Compare, in ogni quadro, sempre lo stesso soggetto, in pose e ruoli differenti. Sguardo fiero e contrito.

“Chi è?” chiedo ad Andrea. “Sono io dipinto da … che faccio finta di …”

Sembra l’inizio di un gioco al quale non si riesce a resistere.

La ricerca pittorica di Loi è caratterizzata da un processo formale quasi maniacale che traccia confini rigidamente definiti, poi ironicamente demoliti dall’uso parodistico che fa di personaggi e simboli.

 

Andrea Loi nel suo studio

 

CL: Potrei tirare a indovinare, ma diventerebbe un po’ lunga, chi è il personaggio che appare in ogni tuo quadro?

AL: Nasce come rivisitazione dell’autoritratto con brocca blu di Achille Funi. Lo vidi al Mart di Rovereto diversi anni fa e mi affascinò subito, un po’ perché mi somigliava e un po’ perché si era dipinto sicuramente più muscoloso di quanto fosse, somigliando anche a Sylvester Stallone, e da fan della saga di Rocky non ho potuto dimenticarlo. L’ho ripreso, l’ho ridisegnato e ho aggiunto la posa e le linee base della composizione da una foto che ritraeva Schifano e Tano Festa. È comunque rimasto un autoritratto, sono io dipinto da Achille Funi che faccio finta di essere Mario Schifano.

 

Senza titolo, olio su tela (24 x 18)

 

Ecco svelato l’arcano.

Sovrapposizioni di identità e di riferimenti storici-visivi ci confondono e ci trasportano in una dimensione ironica, quasi assurda, che si confronta con la tradizione pittorica più classica.

 

CL: Guardandomi intorno, facendo correre il mio sguardo da una tela all’altra mi sembra di percepire una dimensione narrativa molto forte, come se questo personaggio ci raccontasse una storia. La tua pittura ci parla? E se lo fa cosa ci dice?

AL: La pittura non parla. In senso proprio letterale, non segue una sintassi, non c’è contraddizione, non c’è consequenzialità. È proprio un altro meccanismo, in cui tutto viene incluso sulla tela, anche se sono cose molto lontane all’apparenza, e vengono presentate simultaneamente. Questo comporta molteplici chiavi di lettura, molteplici narrazioni. Certo, ci sono degli elementi più espliciti che segnano un po’ la strada, così come i titoli possono fare da indicazione, ma non c’è una meta stabilita. Ciò che c’è di certo e di cui posso parlare è la biografia dell’opera, delle figure, dei colori, con i suoi come e perché, ma non è da confondere con una parafrasi.

Ogni opera appare estremamente progettata, Loi assegna un perimetro invalicabile a ogni colore, sempre rigorosamente puro. Il bianco è solo bianco, il rosso di cadmio è solo rosso di cadmio, nulla si mischia, se non per sovrapposizione, tutto sta al proprio posto. In questo ordine però il rigore formale è accostato a una dimensione giocosa e intrinsecamente intima che sembra quasi prendersi gioco della struttura formale che la contiene.

La serie Aria di sfida, che raffigura la personificazione di Loi attraverso una sovrapposizione di identità, mostra un personaggio maschile che, facendo ricorso ai cliché, appare come il classico “macho”, pronto ad innescare un litigio per il solo fatto di sentirsi osservato. Nella serie Non ne voglio parlare (o vero amore o lascia perdere) Loi riprende l’iconografia dei martiri cristiani, ma i personaggi appaiono totalmente indifferenti al dolore. I simboli ci riportano alla mente un repertorio inequivocabilmente classico, ma il titolo sembra alludere a un immaginario differente e, ancora una volta, la rappresentazione dei soggetti è portata all’estremo con lo stereotipo maschile “che non deve chiedere mai”.

 

 

CL: Come convivono il rigore formale e il richiamo alla tradizione con la dimensione più ironica e giocosa?

AL: Si fanno l’occhiolino a vicenda. È tramite la parodia che recupero un’iconografia, ad esempio nel caso dei Santi martiri. C’è bisogno di un po’ di ironia per tirare in ballo certe cose, come l’immagine di un signore assassinato e poi santificato perché inquisitore. Attraverso la parodia si recupera la forma, la vicinanza a delle questioni estetiche, ma eliminando una certa pesantezza storica.

 

CL: Guardando i tuoi quadri mi viene da chiederti se all’interno del tuo lavoro esiste una riflessione sulla mascolinità?

AL: Riflessione forse è una parola grossa. Al centro della parodia ci sono elementi “tipicamente maschili”, l’espressione corrucciata, la posa, l’aria di sfida e il non volerne parlare. Sono sempre stato, fin da piccolo, molto fan di quei film, quei cartoni animati in cui c’è un protagonista esageratamente maschio, capace, magari dopo un severo allenamento solitario, di sconfiggere il mondo intero. Li trovo così fantasticamente esagerati da essere a un passo dalla caricatura. Ecco, esasperando le pieghe della fronte di Funi e sottolineando l’assurda nonchalance del San Pietro martire dipinto da Cima da Conegliano, io faccio quel passo.

 

CL: Perché è così importante per te mantenere una certa rigidità a livello formale?

AL: Mi piace che pure la mia pittura sia “aria di sfida”, e quindi molto rigorosa, progettata e con un uso timbrico del colore. Mi concedo però di smussarla e arricchirla con sottili passaggi tonali, talvolta quasi impercettibili, da guardare a un palmo di distanza.

 

CL: Stai lavorando a qualche nuovo progetto?

AL: Vorrei iniziare una serie di tele sui colori. Sempre con le mie figure, ma dipinte con pigmenti diversi di uno stesso colore. Lavorando a stretto contatto con la materia, dato che ogni colore me lo produco da me, ho iniziato a conoscere le sottili differenze tra i vari pigmenti. Differenze di lucidità, texture, trasparenza, potere colorante, cose che penso oggi siano un po’ in secondo piano. Ormai si pensa di più in tonalità, in cromie e molto poco in materiali, anche se la resa pittorica dipende molto da questi ultimi. Vorrei partire dal verde, che, in passato, a causa della difficoltà di produzione di una tinta chimicamente stabile, ha avuto diverse simbologie ora dimenticate. Ad esempio era il colore dell’amore. Vorrei fare anche un quadro con tanti neri diversi.