Intervista al Collettivo Trial Version
di Valentina Lucia Barbagallo

Quando e dove nasce Trial Version ?
Trial Version è nato nell’estate del 2011, con un po’ di fortuna, un po’ per gioco e quasi per caso. Cinque di noi abitavano insieme in una casa a Venezia, nel sestriere di Castello, a pochi passi dalla Biennale e la convivenza, per diversi mesi, ci aveva fatto mettere in comune molte riflessioni e progetti personali in ambito artistico. Nel frattempo Stefania, l’unica di noi ad essere tornata nella sua città, aveva addocchiato in centro a Firenze un garage poco utilizzato. Lo considerò subito uno spazio dalle potenzialità sorprendenti e discusse con noi sulla possibilità di presentarvi all’interno il lavoro di una giovane artista. Nel giro di qualche giorno la casa si trasformò in uno spazio operativo in cui tra incontri con l’artista e appuntamenti via skype venivano gettate le basi del primo Trial Version.

Chi sono i suoi fondatori? Diteci brevemente di voi.
Dietro Trial Version ci sono sei persone, alcuni artisti e alcuni curatori, tutti ex-studenti di Arti Visive a Venezia: compagni di corso che per due anni hanno vissuto insieme le esperienze più disparate. La cosa divertente è che viviamo sparpagliati e in sei riusciamo a coprire l’intero territorio italiano. Michela, originaria della Carnia (regione montuosa del Friuli) è una curatrice interessata all’arte, all’architettura, alla geografia e al giardinaggio. Elena, di Reggio Emilia, è un’artista che di fatto preferisce essere nomade piuttosto che mettere radici da qualche parte. Stefania, di Firenze ma nata a Napoli, è una curatrice attenta e alle volte un po’ passionale. Valeria è una curatrice attivista marchigiana che ha fatto di Venezia la propria base. Marco, il grande cuoco di radici abruzzesi, ma cresciuto a Roma e che attualmente vive a Istanbul alla ricerca di fortuna come artista. E infine Rosario, il saggio del gruppo, curatore siculo amante del vino e della buona cucina.

Quali sono i vostri obiettivi?
Gli obiettivi coincidono di volta in volta con i progetti che portiamo avanti: che si tratti della collaborazione con dei giovani artisti, del coinvolgimento del territorio o della riqualificazione di uno spazio. Diciamo che per adesso, e ci auguriamo che sarà così anche in futuro, Trial Version è stato vissuto, non solo da noi ma da tutti coloro che vi hanno collaborato a vario titolo, come un’opportunità per mettersi alla prova liberamente e come un’occasione per poter realizzare qualcosa che si aveva in cantiere da tempo. Il file rouge che, sicuramente, ha legato le varie collaborazioni è la coerenza nel voler realizzare sempre il massimo con quanto si ha a disposizione e la responsabilità che si avverte nei confronti del proprio tempo e del proprio territorio.

Parlateci dei vostri progetti passati e futuri.
I progetti passati e quelli in corso si sono concentrati, per il momento, a Firenze. Abbiamo iniziato invitando Clio Casadei (Faenza, 1984) a presentare il suo lavoro in un garage dismesso in pieno centro. Clio ha creato un percorso che, quasi narrativamente, metteva in relazione un piccolo nucleo di suoi lavori, alcuni già conclusi e altri ancora in corso. Il riscontro di questo primo appuntamento con la città è stato immediato e molto stimolante. Ciò che si è rivelato più inaspettato è stato dover convincere i cittadini che si trattava di un intervento temporaneo e non della nascita di una galleria, il che ci ha fatto percepire quanta curiosità ci fosse verso forme di produzione culturale più indipendenti e spontanee – in un certo senso piuttosto atipiche per una città come Firenze – e quanta volontà di percepire l’arte in modo più vicino, come un momento quotidiano. L’esperienza con Clio, e l’intensa collaborazione che avevamo avuto, ha dato il là per la realizzazione di un progetto più strutturato e anche lungimirante. In linea con queste prime idee, il secondo appuntamento fiorentino di Trial Version è stato con i Videotrope (Venezia) che hanno deciso di realizzare, in collaborazione con alcuni musicisti, una performance in un ex supermercato, sfitto da tempo vicino Ponte Vecchio. La comunicazione è stata ridotta al minimo e l’evento, praticamente nel cuore storico e turistico di Firenze, è stato percepito come qualcosa di inaspettato che quasi spontaneamente nasceva dalla città stessa. Dopo questi primi appuntamenti ci siamo dedicati alla ex-Manifattura Tabacchi, un complesso di 6 ettari chiuso e inattivo da più di undici anni. La manifattura, pur trovandosi in una zona abbastanza centrale, è un luogo piuttosto sconosciuto della città, da tempo inaccessibile; la sua area, specialmente per i cittadini che vi abitano vicino, è, da anni, diventata una sorta di scatola/contenitore di immaginari e di proiezioni future. Nell’arco di diversi mesi ci siamo concentrati sulla storia e sulle vicissitudini recenti della manifattura, raccogliendo materiale, facendo sopralluoghi, conoscendo le associazioni cittadine, parlando con i proprietari e l’amministrazione comunale, con l’intento di problematizzare alla città questa presenza. La ricerca sta ancora andando avanti e per adesso ha visto delle interessanti collaborazioni come quella con il collettivo Spazi Docili, e una prima presentazione al pubblico nell’ambito di Art Verona, sezione Independents.  In cantiere oltre a questa ricerca ci sono tre nuovi appuntamenti sempre a Firenze e sempre in spazi momentaneamente in disuso, con quattro giovani artisti e una scuola di fotografia.

Come scegliete gli spazi su cui intervenire e come vi rapportate a essi?
Trial Version nasce dalla volontà di riattivare quei numerosi spazi in disuso che si trovano in ogni città. Nelle prime due edizioni ci siamo lasciati affascinare dai luoghi e siamo stati fortunati nel trovare proprietari privati e cittadini del quartiere disposti a collaborare attivamente con noi.
Negli ultimi mesi, invece, ci siamo concentrati sull’ex-Manifattura Tabacchi, la cui nuova destinazione è al centro di un dibattito acceso, sempre in bilico tra speculazione edilizia e riqualificazione urbana. Ciò che ci ha fin dall’inizio colpiti è stata la capacità evocativa dei suoi spazi che per questa ragione noi abbiamo definito “luogo in silenzio, ma non silenzioso della città”. Abbiamo raccolto le storie di chi ci ha lavorato, di chi abita oggi il quartiere e ci siamo confrontati con la proprietà per tentare di riaprire momentaneamente il complesso e dare la possibilità ai cittadini di rivedere o visitare per la prima volta uno spazio così importante della loro città.
Per le prossime tre edizioni di Trial Version, invece, siamo ritornati nel centro storico e stiamo lavorando su delle precise zone dove la crisi ha portato alla chiusura di numerosi negozi ed esercizi cambiando la fisionomia dei quartieri. Tutte le volte che ci rapportiamo a un nuovo spazio, comunque, ci auguriamo che la nostra collaborazione, e soprattutto quella degli artisti, abbia una ricaduta sul territorio e ci permetta di vivere gli spazi in un altro modo rivelandone nuove potenzialità.

Che rapporto avete con le istituzioni pubbliche e/o private? Avete mai lavorato insieme? In che modo?
T. V._ Fino ad ora ci siamo sempre rapportati con cittadini, privati e associazioni, in particolare per lo studio della Manifattura. Quest’anno, dopo aver vinto un bando rivolto alle giovani associazioni, inizieremo una collaborazione più stretta con il Comune di Firenze e un progetto con una scuola di fotografia, l’Istituto Marangoni.
Da parte nostra abbiamo cercato fin da subito di aprire un dialogo con l’amministrazione pubblica, non tanto per ottenere un riconoscimento quanto perchè, operando in modo itinerante sul territorio e legandoci molto, se pur momentaneamente, alle zone in cui lavoriamo, una riflessione sullo spazio urbano implica anche un dialogo con chi quello spazio lo rappresenta e lo tutela, almeno nei piani. Ovviamente il dialogo non è sempre diretto e può essere spesso mediato da tempi molto lunghi, depistaggi burocratici e orecchie poco attente.

Cosa vuol dire per voi lavorare nell’ambito dell’arte contemporanea?
Bisogna subito specificare che se con il termine ‘lavorare’ ci si riferisce all’esercizio di una professione dalla quale ricavare – anche – una sussistenza economica, sarebbe più corretto affermare che Trial Version non ‘lavora’, ma piuttosto, ‘opera’ nel contesto dell’arte contemporanea. Al di là di questa precisazione, utile a comprendere meglio le nostre esigenze, il modo in cui ci rapportiamo all’arte contemporanea è abbastanza semplice.
I nostri interventi si rivolgono ad artisti giovani, non tanto rispetto all’età, quanto al loro livello di affermazione nell’ambito del sistema uffciale. Gli spazi e i contesti cittadini in cui operiamo sono generalmente luoghi in cui manca una sensibilità diffusa nei confronti dell’arte contemporanea. Il nostro intento infatti non è quello di promuovere Trial Version in quanto gruppo, associazione o spazio artistico
– non abbiamo una sede fissa -. In altre parole non vogliamo che il nostro progetto abbia come fine l’affermazione di uno spazio deputato all’arte che consolidi nel tempo una precisa identità. Invece, come spesso affermiamo, Trial Version vuole essere un “contenitore mobile” che di volta in volta modella la sua fisionomia in relazione all’artista e al contesto cittadino in cui si colloca. Lavorare nell’ambito dell’arte contemporanea significa per noi creare i presupposti affinchè l’arte possa relazionarsi alla società in maniera più diretta possibile, facendo a meno di tutti quei filtri sistematici che il più delle volte finiscono per divenire ingombranti, costringendo il lavoro dell’artista in un percorso obbligato le cui cordinate spaziali descrivono la sfera dell’autoreferenzialità.

Credete che, in Italia, esista un “sistema arte”? Come lo descrivereste? Muovete pure critiche e tessete elogi ma cercate di rendere l’idea del modo di fare arte e del mondo dell’arte italiano.
La risposta a questa domanda avrà un sapore quanto mai presocratico: il sistema dell’arte in Italia esiste ma non c’è! A guardare la stampa specializzata sembrerebbe che gallerie, collezionisti, fondazioni, associazioni, e ancora, curatori, artisti e semplici appassionati, compongano qualcosa che in definitiva può essere chiamato sistema dell’arte. Ora, la questione che più ci ha fatto riflettere ultimamente è cosa voglia dire fare parte di tutto questo e se sia possibile pensare al sistema come qualcosa di reale, che abbia senso in termini collaborativi, e non semplicemente come a un contenitore astratto. La risposta è che forse abbia poco senso oggi cercare di ritagliarsi un posto tra le gallerie, i collezionisti o i finanziatori, tra tutti quei soggetti insomma, che questo sistema l’hanno creato e che gestiscono. Possiamo definirci invece parte di un ipotetico sistema B, forse non di serie B, più 2.0.! Non facciamo gli alternativi, semplicemente crediamo esista una differenza di metodo. Siamo in tanti a fare un lavoro simile sul territorio, spesso in una posizione di totale invisibilità. Crediamo che questo sistema sotterraneo descriva meglio l’idea di una struttura senza campioni, che agisce secondo altri principi, formando una collettività che è culturale di per sé.

Secondo voi quali caratteristiche dovrebbe avere e su quali presupposti dovrebbe basarsi il sistema arte del nostro paese? Come definireste il panorama artistico italiano?
Stiamo capendo quindi che c’è un disperato bisogno di far parte di una rete, di un network composto da persone curiose che, in un presente difficile come il nostro, condividano nuove pratiche funzionali. Bisogna dunque immaginare differenti strumenti: il baratto delle competenze come moneta di scambio, la dedizione come principio, la gratuità come tensione.
Il panorama artistico italiano soffre delle stesse carenze che caratterizzano ogni altro aspetto della nostra società, tra queste in primis c’è la mancanza di una seria formazione artistica. Siamo in periodo elettorale: dalla politica si aspettano ancora che crediamo alla leggenda del genio italico, a quella favola che vede gli italiani essere più talentuosi a priori, più brillanti degli altri colleghi stranieri. Questo solo per sostituire un formazione appena sufficiente con dell’insano edonismo. Tutto ciò noi lo chiameremmo barbarie. Un imbarbarimento culturale senza precedenti che sta avendo gravi ripercussioni soprattutto sulla nostra sensibilità e sul nostro senso critico. Se il futuro prossimo riserverà all’Italia solo un posto di museo all’aperto, non ci spetterà che un lavoro da guardasala, un compito che molti di noi hanno svolto e che riflette bene la figura dell’uomo annoiato, passivo e invidioso. Bisogna tornare quindi a essere responsabili, non c’è alternativa!

Alcuni di voi hanno anche esperienze lavorative all’estero, quali sono i punti d’unione e di distanza tra il “sistema arte” del bel paese e quello internazionale?
Si potrebbe dire che il punto di distanza tra sistema italiano e internazionale coincide con la degenerazione dello stesso punto d’unione. L’aspetto elitario del ‘sistema arte’ contemporanea è presente ovunque, ma al di fuori del bel paese presenta caratteristiche di più ampio respiro: meno esclusività e più apertura, soprattutto per quel che riguarda progetti artistici ‘scomodi’. Episodi recenti come la censura politica effettuata dal MAXXI ai danni del documentario Girlfriend in a Coma con il giornalista inglese Bill Emmott, testimoniano quanto in Italia esista ancora una certa diffidenza nei confronti di quei progetti che si pongono criticamente rispetto alle problematiche socio-politiche del paese, cosa che all’estero non accade con la stessa frequenza; anzi, questa criticità è spesso ben vista. La riprova di ciò è il grande supporto che i finanziamenti pubblici garantiscono – o garantivano fino a qualche anno fa, e che purtroppo iniziano a scarseggiare anche all’estero – insieme alle agevolazioni per i giovani nelle pratiche burocratiche di apertura e gestione di spazi indipendenti.
Un altro punto di distacco tra sistema italiano ed estero, in base alle nostre esperienze (ciò vale soprattutto per Germania e Paesi Nordici) , è l’attenzione che si pone alla formazione e alla carriera artistica e curatoriale.  In questi paesi l’istruzione è un elemento fondamentale che determina la professionalità e il relativo giusto compenso tanto per gli artisti, quanto per i curatori. Insomma, schiettezza e merito sono sicuramente i grandi abissi che ci distanziano dalla scena artistica internazionale.

Postilla
In linea con il nostro modo di operare questa intervista è stata scritta a dodici mani, lasciando che ognuno rispondesse ad almeno una delle domande sollevate. Ne è derivata, sicuramente, un’intervista schizofrenica almeno sul piano formale, ma che forse rende l’idea di un progetto che è tante cose e, speriamo a lungo, ancora  in divenire.

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(3)

(4)

(1) interno ex-manifattura Tabacchi di Firenze
(2) Trial Version ad Art Verona
(3) Performance dei Videotrope all ex-supermercato in via dei Barbadori, Firenze
(4) Interno del garage in via dell’Osteria del Guanto, Firenze