Intervista ad Angelo Sturiale
di Giuseppe Mendolia Calella

Tra suono e forma, il lavoro di Angelo Sturiale procede come una tessitura composta da pieni e vuoti ritmatici, da segni e simboli pentagrammati che ne scandiscono una visone uditiva.
Incontriamo l’artista che ci racconta il suo modus operandi.

Chi è Angelo Sturiale? Parlaci brevemente di te…
Beh, sono un uomo con la penna sempre tra le dita! Sono una miscela fluttuante e anarchica di disciplina e caos, un pianista con l’inchiostro sui polpastrelli, un disegnatore di suoni codici e mappe, un organizzatore di silenzi tra i suoni o rumori di una società acusticamente compromessa…! Sono anche un iconoclasta del “narcisismo artistico”, un guerriero dell’ego “bohémien”, ma allo stesso tempo un lottatore instancabile alla ricerca della forma di espressione più autentica e necessaria di me stesso. La mia formazione “istituzionale” è artistica (pianoforte classico e composizione) ed umanistica (lettere e lingue), ma l’istruzione più radicata e i maestri più veri e duri credo provengano dallo spirito anarchico, dallo scetticismo critico e dai miei viaggi e residenze all’estero. Ed ovviamente dalle mie esperienze sentimentali! Dedico la maggior parte del mio tempo, attraverso l’arte, alla ricerca di forme di interpretazione della vita e realtà attorno a me.

Come definiresti il tuo lavoro?
Il mio lavoro rappresenta il frutto di un delirio o utopia: ovverossia rappresentare attraverso densità di segni e forme su una superficie bidimensionale statica ed archetipica come un foglio di carta, il movimento dei miei pensieri, dei miei sogni e desideri, dei miei ricordi e memorie. Ma non per parlare o celebrare me stesso: lungi da me tale volgarità! Semmai per fare da specchio a, o inquinare, altre forme, altri meccanismi neuronali o inquietudini esistenziali… Nei primi 20 anni di attività ho dato acusticità attraverso suoni e musica alle mie partiture… Ma da qualche anno ho radicalizzato alcuni processi insiti nelle mie composizioni musicali attraverso i miei “seibutsu”. I “seibutsu” (in giapponese un’espressione che rimanda all’idea di qualsiasi forma di vita o di organismo, ma anche di biologia), nascono a partire dalla minuziosa pratica manuale di scrittura musicale su pentagramma. Ho sviluppato gradualmente negli anni una poetica del (di)segno che tende al (temporaneo?) abbandono della referenzialità sonora e funzionalità solitamente legate all’esecuzione musicale, producendo opere in cui l’uso esclusivo di penne ad inchiostro e supporti bianchi e neri si fa via via più complesso, articolandosi in forme linguistiche diversamente interpretabili.
Oltre all’esplorazione dei meccanismi di “musicalità senza suono e senza musica” attraverso il trasferimento in una forma di narratività meramente visiva, le mie – diciamo così – mappe grafiche ruotano attorno a un obiettivo/ossessione estetica, ovvero la fantasiosa transcodificazione della necessaria e irreversibile sequenzialità delle strutture formali di una composizione musicale ad una creativa e in un certo senso anarchica non-linearità dei tempi di osservazione. Nonostante dunque non vi sia alcuna sollecitazione acustica, i miei lavori costituiscono un invito alla ricostruzione mentale di un’opera visiva che include un “sentire” musicale interiorizzato. Ecco perché, anche e soprattutto i “non udenti” sono i fruitori ideali dei miei codici grafici…

Quanto il contesto in cui vivi o da cui provieni influenza la tua ricerca artistica nella scelta delle tematiche e dei supporti che utilizzi?
I contesti rappresentano la nostra formazione e cultura, paesaggio umano che ci osserva e che osserviamo… In riferimento alle tematiche, ho vissuto sempre diversi contesti a causa dei miei spostamenti geografici e interessi o “sbandate” culturali! Per questo negli anni ho dovuto delineare attorno e dentro di me uno spazio fatto di punti fermi ideali e metodologici, che dessero linfa alla mia immaginazione, ma anche mettessero in discussione le mie abitudini, gli eventuali cliché estetici o automatismi artigianali che un artista dovrebbe immediatamente riconoscere come demoni! Per quanto riguarda i supporti che utilizzo invece – nel caso della mia produzione grafica – , ricordo ancora un evento memorabile. Quando vivevo a Londra nel 2000, un pomeriggio, girando nei pressi di Tottenham Court Road, vidi uscire da grandi cassonetti della spazzatura diversi formati di poliplat bianchi che mi parvero lastre di ghiaccio pulitissme e splendenti che stavano lì proprio per me! Sembravano osservarmi e dirmi “portaci via da qui e disegnaci, facci sentire vive, mettici in mostra”… Ed è ciò che feci! Da quel momento nacquero, dal nulla, gli elementi base del mio vocabolario grafico, speculare e complementare a quello sonoro…

Quanto è importante per te il confronto con ciò che ti circonda: società, mass media, altre ricerche artistiche, ecc.? Quanto questo ti influenza e come?
Sarà sicuramente importante, ma non credo sia io la persona più adeguata per rispondere in che maniera mi influenzino la società, i mass media o le altre ricerche artistiche. Attraverso me agiscono meccanismi di osservazione ed elaborazione per lo più inconsce e irrazionali, sia in senso diacronico che sincronico. Assorbo e mi nutro di arte e cultura a vari livelli. Ma il risultato dell’elaborazione o “digestione” di ciò che ho mangiato non è dato sapere da cosa provenga. E soprattutto quando e sotto che forma si manifesti!

Chi sono gli artisti che ami di più e perché?
Tra i musicisti del passato Bach, perché nella sua musica si combina perfettamente emozione e calcolo. Tra quelli della contemporaneità Xenakis, Cage, Kagel, Stockhausen e in generale i compositori dell’avanguardia storica dalla Seconda Scuola di Vienna agli anni ‘70: per aver smantellato i paradigmi teorici e grammaticali della musica e rimesso in discussione il concetto stesso di musica e suono. In letteratura Sade e Pasolini. Sade, oltre che per la ricchezza e densità della sua scrittura, per aver fatto tabula rasa dei luoghi comuni del pensiero filosofico e religioso stratificati nei secoli. Pasolini, per il suo essere così italiano anti-Italiano, per la fluidità del suo ritmo poetico, per le sue tematiche legate all’omosessualtà, per la sua vivida e attualissima critica sociale. Nella danza e arti performative il Butoh giapponese, per la sua poetica oscura e “anti-visiva” contrapposta radicalmente a quella del balletto classico occidentale. Nell’architettura Gaudì, Hundertwasser e Zaha Hadid per aver basato la loro ricerca e poetica sulle “curve” in tutte le loro forme, contrapponendosi alla falsa e illusoria simmetria delle linee… In filosofia Niezsche e Onfray. Ovviamente la figurazione Maya, le arti decorative e calligrafiche asiatiche, il Buddhismo Theravada e molto altro ancora…

Come definiresti il sistema dell’arte contemporanea in Italia e in Sicilia?
Pur sforzandomi non sono in grado di definirlo. Semmai lo osservo, anche se spesso da lontano… E certo mi incuriosisce scorgere i cambiamenti al suo interno. Mi inquieta e affascina notare come tutto cambi in maniera repentina, come le dinamiche del consumismo marketing e persino gastronomia (!) siano entrate in maniera così tangibile anche dentro un ambito che io per formazione e indole ho sempre pensato idealmente alieno a certi meccanismi o messaggi sempre più così spudoratamente extra-artistici. Non è certo moralismo, timore, ortodossia o purismo. Forse più semplicemente serena estraneità al pensiero che l’arte venga sempre più considerata come un prodotto pubblicitario.

Che progetti hai per i prossimi mesi? A cosa stai lavorando?
A diverse cose: alla stesura del mio libro di scritti teorici sulle mie composizioni musicali, alla registrazione di un’opera pianistica legata ad una mia recente opera grafica intitolata “Catalogo delle pietre”, alla sperimentazione su nuove carte, supporti e penne per una nuova collezione di opere visive. Sto pure lavorando alla revisione di opere orchestrali degli anni passati e dei miei scritti poetico-diaristici. Adoro perdermi non solo tra l’immaginazione dei confini estetici o progettazione dei perimetri del mio futuro, ma pure rivolgermi alle opere composte in passato per rivederle, aggiungendo o togliendo dettagli che possano aiutarle a vivere, forti e necessarie, attraverso il tempo.

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(1) Catalogo delle Pietre, penne su tela, 120 x 100 cm, 2013
(2) Grande Fantasia, penne su carta, 20 x 30 cm, 1993
(3) Seibutsu, penne su poliplat, 100x80cm, 2011
(4) Composizione, penne su poliplat, 51 x 16 cm, 2000