Intervista a Stefano Serusi
di Giuseppe Mendolia Calella

Chi è Stefano Serusi? Raccontaci brevemente di te…
Un nome ed un cognome. Quando lo scrivo, o lo leggo, in occasione ad esempio di una mostra, mi sento sminuito da queste 13 lettere. Tutto qua, mi dico? E scrivono di me? Allora cerco di darmi un ruolo, apro qualche baule, prendo un cappello, una pistola di plastica, una bussola… un artista è spesso chiamato in causa con un po’ di leggerezza, tuttalpiù un’opera da portare, da spostare, ma poi quando ha tempo uno di dire qualcosa di sé?
Ecco, appunto, tempo scaduto.

Che musica ascolti? Qual è l’ultimo libro che hai letto? Chi sono gli artisti che ami?
Con la musica ho da sempre qualche problema, non riesco ad ascoltarla e a fare contemporaneamente qualcos’altro, per questo è difficile a casa mia trovare un sottofondo. Il libro è Lettere a Lotte, di Georges de Ferry.
Per quanto riguarda gli artisti, amo quelli che sembrano avere una certa smania quasi naïf nel volerti raccontare un viaggio da cui sono appena tornati. John Bock, Ragnar Kjartansson, Simon Fujiwara.

Come definisci il tuo lavoro?
Credo sia un lavoro sugli aggettivi, sul loro carattere feticista, sulla capacità della parola di dischiudere un immaginario, di produrre attraverso la persuasione uno stato d’animo particolare, rarefatto. Penso sempre ad un ambiente un po’ spoglio, una persona che si muove all’interno di esso guardando un’immagine, osservando un dettaglio decorativo, e da questi frammenti immagina delle situazioni precise, delle pose, dei comportamenti da assumere. Però appunto in un equilibrio di elementi molto preciso, non invadente.

C’è stato un evento o un incontro in particolare che ha segnato una svolta nella tua ricerca?
Queste occasioni non accadono così raramente, ho avuto la fortuna di fare alcuni incontri necessari; la svolta per me non è un rovesciamento, quanto piuttosto sentire esprimere meglio di come farei io un’idea che in me è vaga o non del tutto risolta. Ecco, forse è un bisogno di parole, ma parole che aprano, non etichette. Quando leggo Amelia Rosselli nella mia mente sento la sua voce leggere; allo stesso modo ci sono voci che mi accompagnano nella lettura di una mostra.

Recentemente hai esposto in Sicilia presso la Galleria Zelle per  “Sprezzatura_Homo faber, homo dialecticus”, ci parleresti di questo progetto espositivo  e del lavoro che hai presentato?
Questo progetto, che trae ispirazione da testi di Luciano Fabro, è stato presentato dal curatore Alberto Zanchetta in due tappe: quella da Zelle era infatti preceduta da una mostra alla galleria Lem, a Sassari. Da qualche tempo Alberto sta sviluppando una ricerca molto personale sul concetto di archivio, che compare con estrema coerenza e autonomia formale in ogni progetto a cui partecipa. La mostra Sprezzatura prevedeva l’esposizione di un’opera, per ciascuno degli autori, che conservasse qualcosa della ruvidezza progettuale, quasi fosse un saggio sicuro e spontaneo del lavoro dell’artista, accompagnato dai materiali raccolti durante la realizzazione.
Io, che da un po’ sto lavorando sulle tracce di alcuni giardini di Milano scomparsi, ho presentato una piccola scultura, una sorta di maquette della casa del custode ancora esistente di una villa che non c’è più (Villa Annoni), un autentico paradosso. All’idea di maquette tout court ho legato quella di un orologio fermo, smontato, in cui i fori attraversati idealmente dalle catene dei contrappesi sono anche due fori da cui osservare.

Come definiresti il panorama artistico siciliano se lo conosci?
Credo che nel sistema italiano ci sia un’attenzione ciclica per una regione in particolare. Quando questa attenzione è toccata alla Sicilia, non c’è stata un’adeguata sensibilità politica che definisse qualcosa di duraturo, spetta quindi ancora e solo a piccole coraggiose realtà private dare dei segnali. Percepisco un certo disagio che ci accomuna, che rende tutto meno definito e sicuro, per questo la mia non può essere una risposta serena.

Che progetti hai per i prossimi mesi? A cosa stai lavorando?
Nel 2012 il mio lavoro ha avuto Milano, la città in cui vivo, come fulcro, con una ricerca specifica sui modi dell’abitare “borghese” in diverse epoche, studiandone la continuità e le caratteristiche formali attraverso la testimonianza delle case museo. Sono passato dalla suggestione della strada e della sua energia, all’idea dell’interno domestico in cui lavorare come in una torre d’avorio, al giardino come luogo di seduzione attraverso una serie di tappe (il laghetto, la grotta artificiale, ecc.) che una volta suggerivano appuntamenti e intimità. Le opere di quest’ultimo progetto sono presenti nella mostra “Itinerant gardeners” (doppia personale con Marco Useli, a cura di Laura Vittoria Cherchi, al Meme di Cagliari sino al 25 gennaio).

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(1) Stefano Serusi. Barbara nella folla, 2012. Terracotta, seta, cm. 15×11,5×6.
(2)Stefano Serusi. Libro bianco, un ragazzo, 2010. Libro d’artista, parte di relitto, cm. 38,5×44.
(3) Stefano Serusi. Serie valdostana, 2010-2011. Found images, carta velina colorata. 16 elementi, dimensioni variabili.

http://stefanoserusi.blogspot.it/