Intervisa a Stefania Fabrizi
di Cristina Costanzo

Chi è Stefania Fabrizi? Che musica ascolti, qual è l’ultimo libro che hai letto? Raccontaci brevemente di te…
“Ricorda che sei niente e nessuno può farti niente” diceva il mio maestro… partirei da qui per definire una “me” che cerca di prendere le cose per come accadono e di farne tesoro per il bagaglio della vita. Ascolto ogni genere di musica, da quella classica a quella rock, un bel pezzo può emozionarmi, accompagnarmi nel lavoro, ricordo di aver ascoltato per mesi il Requiem di Mozart, non potevo farne a meno… Ora per esempio mentre scrivo sto ascoltando “Riders on the Storm” dei Doors. Di solito ho più libri sul mio comodino, sto ultimando “Il Manoscritto ritrovato di Accra” di Paulo Coelho e “Goya” di Tzvetan Todorov. Continuando in breve direi che, come affermava Fabio Mauri, scegliere di fare l’artista è un pò come prendere i voti, rispondere a una chiamata. Tutto ruota intorno a questa scelta. Scrivo il diario da quando avevo otto anni per non accorgermi poi di aver vissuto senza consapevolezza, per fermare in qualche modo il mio tempo e non disperderlo. E chissà perchè già da quella età sapevo che la mia “via” sarebbe stata quella dell’arte e l’atto creativo il gesto che mi avrebbe più avvicinato all’assoluto e accompagnato per sempre. Ho amato e amo il tempo e lo spazio che si dilatano quando lavoro, l’intimità tra l’opera e me.

Come definiresti il tuo lavoro?
Il mio lavoro parte dal “disegno” inteso nelle sue innumerevoli accezioni: il disegno come idea, come progetto, come forma, come plasticità, come “libido” del gesto. Ho scelto appunto il disegno e la pittura, strade impervie in un momento storico come questo. Ogni mostra è frutto di un progetto di solito di tipo installativo, il lavoro deve essere sempre e comunque concepito in rapporto allo spazio e non come elemento a sé stante. Io credo che ogni artista possieda un linguaggio personale e unico, come il DNA, come l’impronta digitale, quindi ogni tema o contenuto seppur apparentemente banale può appartenere a lui e solo a lui. Con il mio lavoro parlo del mio mondo e di come vedo il mondo, della mia aspirazione all’assoluto, un mondo “schizzato” un miscuglio di immagini, di riferimenti: al cinema, al fumetto, all’immagine digitale, ai video-giochi, agli effetti in 3D, all’arte del passato, allo sport a tutto quello che anche irrazionalmente mi colpisce. Una parte del lavoro sfugge all’artista stesso, fa parte della regola, una volta accordato lo strumento si parte per un viaggio nella dimensione “altra”. Ogni mio lavoro è una piccola passione, non mi fido della bellezza della prima stesura quella della quale ti compiaci, bisogna prima distruggerlo, solo dopo come un’araba fenice, come una resurrezione l’opera può uscire fuori in tutta la sua verità o anche, come in un assoluto gesto zen: sai quando è il momento, quello giusto.
Ironica, drammatica, in luce e in ombra, fantastica o impietosamnte reale la mia opera prende forma nell’universo della mia mente senza una regola, forza e potenza sono elementi che non possono mancare forse proprio per la mia condizione di donna.
Verrà poi data in pasto, consegnata e completata da chi vorrà fruirne.

Sono molteplici i maestri – da Artemisia Gentileschi a Sironi – ai quali fai riferimento: c’è qualche artista che ami particolarmente?
I Maestri a cui faccio riferimento sono innumerevoli, in tanti mi hanno formato, tu citi Artemisia e Sironi ed è vero, io posso dirti che ogni “godimento” vissuto di fronte ad una grande opera d’arte ha aggiunto qualcosa al mio bagaglio. La Cappella Sistina di Michelangelo, la Camera Nigra di Goya, Piero della Francesca, Masaccio, Tiziano, Pontormo, De Chirico, Ingres… quanti ne potrei enumerare… Tutti nel mio DNA, tutti presenti!

C’è stato un evento o un incontro capace di segnare una svolta nella tua ricerca?
Credo che ogni singolo incontro sia importante ai fini della propria crescita personale ed artistica. Artisti, critici, galleristi, come compagni di viaggio per tratti del mio percorso ma anche i non addetti ai lavori, persone comuni che però possono darti inconsapevolmente la risposta o la soluzione che cercavi in quel momento.

Tra le tue opere più recenti possiamo citare “I guerrieri della Luce”, intervento che hai realizzato per il MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz a Roma. Parlarci di questo tuo contributo per il MAAM.
Credo che il MAAM sia per ora, a Roma, un esempio unico di museo “democratico” dove gli artisti possono realmente e in prima persona contribuire alla crescita di un luogo preposto all’arte intesa nella globalità dei suoi linguaggi e soprattutto al di fuori di un sistema che ormai fa acqua da tutte le parti. Penso che sia ora che l’artista stesso si riappropri del suo ruolo. Il mio lavoro vuole essere una ventata di energia pulita che irrompe con l’avanzare di questi singolari “Guerrieri della Luce”. Ho preso spunto dai disegni embrionali in 3D realizzati per gli elfi del “Signore degli Anelli”, li ho poi rielaborati e fatti miei.
La grande massa è un tema che mi ha sempre affascinato: la moltitudine che crea l’unità.

Recentemente hai preso parte alla mostra collettiva, a cura di Roberto Savi, “100 anni di pugilato”, dove non potevano mancare le opere dedicate allo sport cui ti dedichi da anni. Puoi parlarci di questa tua produzione e dei suoi risvolti metaforici?
La mostra sul pugilato è stata organizzata anche in vista delle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016. Ho sempre amato istintivamente questo tema, la ragione più banale è quella della plasticità dei corpi e dei movimenti, in realtà il mio interesse è rivolto al concetto di “lotta” che nasce forse ancora prima dell’uomo. Noti i riferimenti biblici, la lotta tra il bene e il male, lotta interiore, luce e ombra, bianco e nero, etc. Le accezioni sono innumerevoli e poi come accennavo in precedenza è il linguaggio con cui si parla di un argomento anche comune, anche già detto, che rende l’opera unica. Quanti meravigliosi Arcangeli giustizieri sono stati dipinti nella storia dell’arte?!

Si è da poco conclusa la mostra, a cura di Lorenzo Canova, “La luce e l’icona. Arte Paleocristiana e arte Contemporanea nel segno del Sacro” che ha avuto per protagoniste le tue opere insieme a quelle di Susanne Kessler, Federico Lombardo e Sandro Sanna. Cosa pensi delle contaminazioni dell’arte contemporanea con altri linguaggi?
Per quanto riguarda “La Luce e l’Icona” posso dire che è sempre importante quando si installa in un luogo, in questo caso sacro, entare in punta di piedi e valutare con grande rispetto lo spazio circostante. Credo sia possibile far convivere l’arte contemporanea con linguaggi o ambienti appartenenti al passato basti guardare Bill Viola che in questo è un maestro.

Puoi anticiparci i tuoi progetti per i prossimi mesi?
Per quanto riguarda i miei progetti futuri sto appunto ideando una mostra personale per uno spazio molto grande che prenderà proprio spunto dalla “lotta”. Sto preparando inoltre una installazione di 100 piccoli disegni che andrà in Argentina.

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(1) Stefania Fabrizi, Il disegno nella mia mente, installazione 2013.
(2) Stefania Fabrizi, Un oscuro scrutare, installazione, 2003.
(3) Stefania Fabrizi, I guerrieri della Luce, MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, Roma.
(4) Stefania Fabrizi, Lotta dura, 2010.