Intervista a Saul Marcadent

di Giuseppe Mendolia Calella

 

Un Curatore indipendente con un debole per il libro e le sue “possibilità”. Tra arte contemporanea ed editoria Saul Marcadent è un attento studioso del contemporaneo; lo conosciamo meglio in questa intervista:

 

Da quanto tempo fai il curatore? Vuoi parlarci del tuo iter formativo e lavorativo?
I primi progetti sono nati a cavallo tra 2009 e 2010; la prima mostra curata, una doppia personale, è del 2011. Ho seguito una percorso piuttosto lineare, nell’ambito delle Lettere, terminato con una laurea specialistica in editoria e giornalismo, anche se poi il giornalismo in senso stretto non mi è mai interessato. Dal 2009 ad oggi sono successe parecchie cose, una concatenata all’altra. Ogni contributo, intervento o commissione, al di là delle proprie specificità, porta con sé qualcosa dell’esperienza precedente.

 

Qual è il ruolo del curatore oggi e quale si accinge a ricoprire, secondo te, in futuro all’interno del “sistema dell’arte”?
Sono domande che mi faccio spesso, amo il mio lavoro e penso a me come una figura di raccordo, un mediatore, un ponte. Credo sia un ruolo affascinante e insieme complesso. Come scriveva un paio di domeniche fa su La Lettura del Corriere della Sera Vincenzo Trione, a proposito di Hans Ulrich Obrist, il curatore non è uno storico né un critico; non è un architetto né un allestitore; non è un organizzatore né un manager; egli dev’essere anche uno storico, un critico, un architetto, un allestitore, un organizzatore e un manager. Aggiungo a questa risposta due estratti da due interviste, rispettivamente a Massimiliano Gioni e Andrea Lissoni, salvati in una cartella sul desktop.

 

Alla critica d’arte ho preferito la curatela, che in fondo è una scrittura nello spazio: si scrive direttamente attraverso le opere degli artisti invece che con le parole, in modo attivo, partecipato e vissuto attraverso una varietà di componenti che danno la difficoltà e insieme la bellezza di questo ruolo. Il curatore deve mettersi a disposizione degli artisti, come elemento che traduce le loro idee in qualcosa di realizzabile, partendo dai contenuti e dalle necessità dell’opera e tenendo conto degli aspetti pratici che una mostra presenta. Anche la portata di un pavimento va considerata, perché la più bella delle sculture non lo sfondi.
(Massimiliano Gioni)

 

Cerco forme di autenticità: persone che continuino a farsi domande, che creino con un senso di necessità stringente, che inventino un mondo. Sono sempre alla ricerca di pezzi di immaginario che non conosco. Non cerco ciò che potrebbe piacere al pubblico, ma segnali di contemporaneità. Gli artisti che scelgo sono persone con cui avrei voglia di passare del tempo, che mi incuriosiscono profondamente.
(Andrea Lissoni)

 

Quali caratteristiche sono indispensabili per fare questo lavoro? Vuoi dare un consiglio a chi voglia intraprendere questa professione?
Intuito, sensibilità, flessibilità, molte altre cose ancora. Di ogni progetto espositivo ricordo più facilmente la relazione instaurata con gli artisti e gli autori coinvolti che l’allestimento. Mi piace lavorare per sottrazione, concentrarmi su pochi elementi, sulla qualità dei rapporti, senza dispersione.

 

Credi che il ruolo del curatore sia trasversalmente riconosciuto? Perché?
La figura del curatore è importante ma non necessaria: esistono situazioni perfettamente funzionanti in cui gli artisti curano il proprio lavoro, senza affidarlo a uno sguardo, a una lettura esterna. Il curatore non può e non deve esautorare l’artista, il suo ruolo è prezioso ma di contorno.
Non è neppure un cuoco, è un cameriere, come diceva Harald Szeemann.

 

Sei il fondatore di www.thisisnotpaper.it un’interessante piattaforma sull’editoria di ricerca e sulla comunicazione visiva di matrice artistica. Ci racconti come è nata l’idea e gli sviluppi del progetto?
Thisisnotpaper è un osservatorio online sull’editoria di ricerca, nasce nel 2010 dall’esigenza di raccontare progetti, pubblicazioni, situazioni editoriali e copre un vuoto nel web in Italia, non essendoci esperienze affini. Via via la piattaforma ha preso forma grazie al contributo di curatori, ricercatori, blogger, graphic designer e al lavoro di redazione. Da qualche mese, ogni martedì, l’appuntamento è con The book collection, rubrica che connette venti contributors invitati a selezionare e raccontare un libro. Hanno detto la loro, tra gli altri, Cristiano Guerri, art director di Feltrinelli, Simone Sbarbati, fondatore di Frizzifrizzi, Marco Enrico Giacomelli, vicedirettore di Artribune e, ancora, designer come Masaki Miwa, Augusto Mendoza, Paolo Palma, Brave New Alps. La rubrica, inoltre, ha dato il là a una collaborazione importante con Clelia Colantonio, illustratrice e designer di stanza a Londra che segue il visual del sito. Con lei e Sara Giubelli, collaboratrice che attualmente vive in Lussemburgo, stiamo progettando la prossima rubrica che prenderà il via a fine maggio e proseguirà per tutta l’estate.

 

Sei un attento osservatore e studioso della scena editoriale indipendente… come mai secondo te il fenomeno del self publishing si sta sviluppando così tanto?
Essere indipendenti è una necessità. Ad aprile, a Milano, nell’ambito del Fuorisalone, una frase al neon ha catturato la mia attenzione: chi si ribella si autoproduce. Mi pare ci sia una grossa attenzione, oggi, attorno all’ambito editoriale indipendente e nascono e crescono pubblicazioni, case editrici, festival dedicati. Dietro queste esperienze ci sono gruppi di persone con un immaginario comune, spinti dalla necessità di sviluppare un progetto autonomo. Il web è uno strumento fantastico ma l’approfondimento vuole la carta. Un uso massiccio di internet caratterizza la nostra generazione e mi piace leggere nella riscoperta del cartaceo una sorta di resistenza, o meglio di resilienza. Abbiamo l’urgenza di trattenere ciò che altrimenti andrebbe perso.

 

Puoi anticipare ai lettori di Balloon i tuoi progetti futuri?
Continua la collaborazione, in veste di curatore aggiunto, con Spazio Punch www.spaziopunch.com: il prossimo progetto è la prima personale italiana di Synchrodogs www.synchrodogs.com. Seguirà una docenza allo Ied, sede di Venezia, e a luglio curerò Toner, una due giorni sull’editoria in Liguria. Vedo in quest’ultimo progetto la continuazione ideale di una collaborazione con la città della Spezia, iniziata con la mostra Leggere fotografie, in corso fino al primo giugno al CAMeC.

 

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(1) Ritratto e veduta dell’allestimento, Leggere fotografie – Reading photographs, Camec Centro arte moderna e contemporanea, La Spezia, dicembre 2013 – giugno 2014

(2) Veduta dell’allestimento, Flou. Sei fotografi di moda per sei rivista indipendenti, Ca’ dei Ricchi, Treviso, nell’ambito di Modesign Fashion at Iuav, giugno – luglio 2013, foto Niccolò Magrelli

(3) Veduta dell’allestimento, Home is where I want to be, 2. edizione, case private, Vittorio Veneto, nell’ambito di Festival Comodamente, settembre 2013, foto Sara Mognol

(4) Still da video, Leggere fotografie – Reading photographs, Camec Centro arte moderna e contemporanea, La Spezia, dicembre 2013 – giugno 2014, videomakers Lele Marcojanni

(5) Libro, L’edicola, 1. edizione, Spazio Punch, Venezia, maggio – giugno 2012, design Heads Collective