Intervista a Samantha Torrisi
di Giuseppe Mendolia Calella

Si conclude Sabato 9 Maggio la mostra di Samantha Torrisi “Una sola moltitudine” negli spazi di Latienda di Tribeart in piazza Manganelli a Catania. La mostra che s’inserisce nel calendario di eventi di Centrocontemporaneo (esperienza di rigenerazione urbana avviata spontaneamente da chi vive quella zona della città) e si è inaugurata lo scorso 11 Maggio.

A conclusione di questo progetto espositivo facciamo due chiacchiere con l’artista per conoscere più da vicino il suo lavoro e la sua ricerca pittorica.

Chi è Samantha Torrisi? Che musica ascolti, qual è l’ultimo libro che hai letto? Raccontaci brevemente di te…
Cominci dalla domanda più complicata dato che sto ancora cercando di capirlo, o forse scoprirlo. Di sicuro sono il risultato delle scelte che ho fatto e, fin qui, ho scelto tutto ciò che mi appassiona, che forse è la cosa più difficile dato che spesso ne pago a caro prezzo le conseguenze ma che, nonostante tutto, continuo a rifare.
La musica è da sempre un elemento fondamentale per il mio immaginario. Sono cresciuta a pane e musica Pop anni ’80. Mi nutro di tutto ciò che mi emoziona nella musica (come in altri campi) da Mozart a Brian Eno, dai Cocteau Twins a Ryuichi Sakamoto, da Billie Holiday a Erykah Badu, dagli Smiths agli Aphex Twin, da Bill Callahan a Mazzy Star.
Solo recentemente -ma mi rifarò- ho scoperto Goliarda Sapienza, e da qualche tempo sto leggendo molto di Thoreau che trovo in qualche modo affine a questo momento della mia vita: «Un uomo che pensi o lavori è sempre solo – lasciatelo stare dove vuole. La solitudine non è misurata dalle miglia di distanza che si frappongono fra un uomo e il suo prossimo».

Come definiresti il tuo lavoro?
Ho sempre avuto un approccio “multidisciplinare” nel mio lavoro. La mia pittura è il risultato di una ricerca molto più ampia che parte fondamentalmente da altri media. Quello che mi interessa è l’interattività ma soprattutto la contaminazione tra i linguaggi espressivi, non solo nelle arti visive ma anche nella musica e nella letteratura. Cerco di esprimermi con uno sguardo sempre vivo verso ciò che mi circonda, sia dal punto di vista tecnico sia di contenuti e ritengo inevitabile per un artista essere influenzati dal momento storico in cui vive.

C’è qualche artista che ami particolarmente?
Tanti e la curiosità mi spinge a trovarne sempre di nuovi, ma è al cinema che devo molto, in particolare a Wim Wenders. Film come Il cielo sopra Berlino hanno cambiato la mia visione delle cose, ma anche la luce di Andrej Tarkovskij, le “visioni” di David Lynch, le sonorità di Björk, le figure e i fiori di Gerhard Richter, i paesaggi di William Turner, le fotografie di Luigi Ghirri, i personaggi dei libri di Fernando Pessoa o le atmosfere cyborg di quelli di William Gibson.

C’è stato un evento o un incontro capace di segnare una svolta nella tua ricerca?
Gli incontri importanti sono stati diversi e tutti hanno contribuito ad arricchirmi e a determinare più o meno significativamente ciò che sono fino ad ora. Un momento di passaggio molto importante, culminato in un viaggio a Berlino, risale ai primi del Duemila. Un’esperienza breve ma fondamentale per maturare alcune consapevolezze e mettere a fuoco alcuni degli elementi che sono tutt’ora alla base del mio lavoro. Da allora la ricerca e la sperimentazione sono una costante dal punto di vista artistico e individuale. Un altro momento di grande rilevanza per la mia formazione è stato l’incontro e la collaborazione con Jacopo Leone, artista e intellettuale a 360 gradi, personalità geniale come pochi.

La pittura è da sempre il mezzo espressivo che prediligi nonostante le sperimentazioni in altri ambiti… non è così?
Nel corso degli anni ho cercato di esprimermi anche con il video e la fotografia (che adesso utilizzo solo come mezzi per prendere appunti visivi), ma nel tempo mi sono resa conto che tutte le esperienze compiute in questi ambiti convergevano sempre nella pittura, solo così le sentivo complete a livello espressivo.

Una sola moltitudine è il tuo ultimo progetto espositivo presentato a Catania presso Latienda di Tribeart. Puoi parlarci di questa tua produzione e dei suoi risvolti metaforici?
Questo progetto, che porta il titolo di un’opera di Pessoa e a cui sono arrivata solo dopo averlo compiuto, nasce in realtà dall’esigenza di esprimere attraverso un racconto silenzioso, composto da piccoli fotogrammi, gli altri sé che ognuno di noi ha dentro, simboleggiati dalle molteplici inquadrature dei personaggi e dalla varietà di colori. Le figure, nella maggior parte dei casi, non hanno ambientazione, vengono estrapolate dai luoghi realizzati in precedenza e “alleggerite”, isolate dal loro contesto, che si svuota così degli elementi di disturbo come possono essere le innumerevoli problematiche della vita quotidiana legate alla società e all’animo umano. Un isolamento che però non è emarginazione ma, anzi, “ritrovamento” di sé, necessità di ascoltarsi per comprendere meglio non solo sé stessi ma anche quello che accade nel mondo in cui viviamo e che troppo spesso affrontiamo con superficialità. È “un altro visto da sé”, come direbbe Baudrillard, una riflessione tra il sé (una sola) e gli altri (moltitudine): «Mi sento multiplo. Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici che distorcono in riflessi falsi un’unica anteriore realtà che non è in nessuno ed è in tutti». Un gioco di identità che diventa una sorta di teatro collettivo in cui realtà e illusione sono sullo stesso piano.

Puoi anticiparci i tuoi progetti per i prossimi mesi?
Mentre procede il lavoro sul progetto legato al paesaggio, i prossimi mesi mi vedranno coinvolta in una collettiva curata da Vittorio Sgarbi nell’ambito di Expo a Milano e in autunno una nuova mostra itinerante in Spagna con il Colectivo Cillero.

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(1)/(5) Da Una sola moltitudine (serie), olio su tela, 2015