ArtInterviews

Il colore del silenzio nella pittura

di Salvatore Alessandro Ficano

 

A pochi passi dal centro storico di Palermo, l’artist-run space La Siringe, gestito da Davide Mineo, Gabriele Massaro ed Enzo Calò, accoglie la prima mostra personale, intitolata Ornitologia, di Salvatore Alessandro Ficano. In questa intervista l’artista ci racconta della sua pratica pittorica e del suo approccio alla ricerca visiva.

 

Salvatore Alessandro Ficano (Cefalù, 1999) è un Pittore che attualmente vive e studia a Palermo, dove frequenta il corso di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti.
Ficano indaga il corpo, umano, animale e paesaggistico, mediante un atto di cucitura fatto di segni e di impronte attraverso il linguaggio della Pittura, che richiede intuizione, ascolto, meticolosità, gestualità. Un atto che vela certi aspetti ancestrali, reconditi del vissuto, come una meditazione e un’autoanalisi delle relazioni con il mondo. Il lavoro di Salvatore Alessandro Ficano sonda lo spazio stesso della materia pittorica, cerca i vuoti e i pieni, i silenzi e i sussurri, è un dipingere una superficie con un colore nello spazio. Dentro una dimensione tutta pittorica in cui si scopre una visione di mondo, di possibilità, di slanci.

 

Salvatore Alessandro Ficano, “Ornitologia”, veduta della mostra, 2023, La Siringe, Palermo

 

Carlo Corona: Il nostro è stato un incontro casuale in quanto ci siamo incontrati per la prima volta nell’aula di Giuseppe Buzzotta all’Accademia di Palermo. Mi piacerebbe cominciare a parlare con te partendo da qui: i lavori esposti nella tua prima mostra personale, intitolata Ornitologia presso La Siringe a Palermo, nascono in particolare nei corsi di Pittura di Fulvio Di Piazza e di Alessandro Bazan, e contemporaneamente nel corso di Disegno per la Pittura di Giuseppe Buzzotta. Me ne parleresti? Com’è lavorare in un laboratorio generalmente sempre aperto a ogni tipo di attraversamento di pensiero e di conversazione?
Salvatore Alessandro Ficano: Questi lavori nascono all’interno di più laboratori e raccogliendo opinioni e punti di vista da artisti quali Giuseppe Buzzotta, Fulvio Di Piazza e Alessandro Bazan. Riesco sempre a crearmi uno spazio in cui penso e in cui cerco di stare consapevolmente nel mondo, e questo mi porta a una coscienza maggiore rispetto a quello che faccio e che sono.
Lavorare in questo ambiente è stimolante perché non si è da soli e si è sicuri di avere intorno un gruppo che lavora a cose diverse rispetto alle proprie. Mi piace aprire, anche per un solo attimo, una conversazione rispetto a certe questioni che possono interessare sia alla persona che ho davanti sia a me. Secondo me è un guardarsi reciprocamente ed è qualcosa a cui credo profondamente.
L’idea di gruppo, di collettivo, è qualcosa di fondamentale che oggi si tende a sottovalutare. Se ci pensi, viviamo in un mondo in cui vince un individualismo dilaniante perché si tende di più all’arricchimento personale e meno a quello collettivo. Quest’ultimo bisognerebbe recuperarlo, anche guardando a riferimenti che nel mondo dell’arte hanno agito quasi un secolo fa. Penso a quei momenti in cui si stavano cambiando le sorti della storia dell’arte, da parte di piccoli gruppi. Certo, non è possibile fare le stesse cose che hanno fatto loro e nella stessa maniera, però è possibile guardare il loro atteggiamento.

 

CC: Passiamo alla prossima domanda. La maggior parte dei tuoi lavori ha un formato verticale e una misura che non supera mai le dimensioni del corpo, in modo che tu possa toccare con la stessa intensità ogni punto del dipinto*. Anche la pittura, proprio quando ti poni in relazione con essa, acquisisce un corpo. Qual è la relazione tra la materia pittorica, quindi il corpo, e il gesto, quindi il segno?
SAF: L’idea di corpo è fondamentale nei miei lavori. C’è un legame con la figura umana, animale, a volte anche paesaggistica in cui le cose si mescolano. Quello che mi interessa è quando non c’è più una distinzione tra lo spazio e la figura.
La materia è il corpo, la materia pittorica è il corpo del quadro. E forse qui c’è il legame con l’ornitologia in quanto essa studia l’anatomia degli uccelli, così come la pittura studia l’anatomia del colore e delle forme. C’è un’analogia fra queste due scienze, se vogliamo intenderla così la pittura. Io penso alla pittura come una scienza che studia il colore e le forme.

 

CC: Puoi spiegarmi meglio in che modo il gesto è il fulcro dei tuoi lavori? Per certi aspetti il gesto nasconde un lato emozionale, forse interiore, che cuce, come sostieni, «la parte figurativa a quella astratta, velandone le cuciture».
SAF: Sono cuciture, velature… sono anche dei termini che nascondono messaggi differenti. Si cuce qualcosa che si rompe o qualcosa che vuoi legare insieme; si vela qualcosa che vuoi nascondere. E forse qui bisogna interrogarsi, cioè sulle cose che vanno cucite insieme e velate. Corpo, materia e spazio. Il corpo che ritorna alla natura, all’ambiente, attraverso un passaggio simbiotico. Un atto di cucitura.

 

CC: Ritorniamo alla mostra. Com’è nato il progetto?
SAF: Quando ho sostenuto l’esame di Disegno per la Pittura erano presenti Davide Mineo e Gabriele Massaro, due dei tre fondatori de La Siringe, i quali si sono mostrati interessati ai miei lavori. Così mi hanno chiesto se inserirmi nella loro programmazione.
Nei giorni successivi ci siamo ritrovati a discutere sul modo in cui i lavori in mostra potevano coesistere sia tra di loro sia con lo spazio. È stato un atto di cucitura far coesistere le mie tele insieme alla struttura importante dello spazio. La cucitura del lavoro nel quadro dello spazio, che talvolta va ricercata, oppure va risolta con soluzioni installative o allestitive differenti rispetto al quadro appeso alla parete.
Ho l’impressione che i miei quadri assorbano lo spazio in quanto il colore fa vibrare quelle pareti. Per questo la scelta di posizionarli in maniera classica, quindi chiodi appesi alla parete e tela sospesa… e funziona molto bene secondo me, anche perché voglio rimanere all’interno della dimensione del quadro. Voglio sia questa la mia ricerca, cioè di rimanere all’interno della dimensione del quadro, che non è ancora esaurita. A me serve questa dimensione.

 

CC: Le spinte verticali dei tuoi lavori mi rimandano a una certa idea di volo, un viaggiare nello spazio della pittura senza possederlo, senza chiedere permessi, dove curve e linee sprigionano una tensione vitale. Mi interessa capire che ruolo gioca il colore nel sottofondo quasi impercettibile di alcune aree del quadro, nelle misteriose pause, come fossero in silenzio, per passare in un crescendo di suoni?
SAF: È il gioco della pittura… è la bellezza del dipingere e del costruire il quadro. Quella della mescolanza e dell’alternanza tra suoni pesanti e suoni leggere. Ecco, forse la musica è un’analogia perfetta per leggere i miei lavori perché nelle pause tra una battuta e un’altra, tra i ritmici frenetici e i ritmi più lenti, si vela quello che per me è il colore del silenzio e che ho cercato per molto tempo. Molti pittori giocano con questo aspetto, forse nel mio caso è più accentuato perché sono giovane. Secondo me la bellezza di questi lavori è che io sia nel pieno della mia vitalità. Sono una persona molta energica e che ha voglia di caricare. Ho una pesantezza che necessita di essere bilanciata, di trovare dei punti di fermo. E poi perché il quadro lo chiede. Nel momento della costruzione del quadro capisci che ci sono delle cose che vanno equilibrate e lo capisci facendo.
Nelle pause pittoriche del quadro ci sono delle scansioni di un tempo, come se facessero parte di un’orchestra mentre si accordano degli strumenti. Le aree di cui tu parli sono questo. E non appena sposti il tuo sguardo la musica riparte, o riparte il volo. Gli uccelli lo fanno spesso… volano gioiosi nell’aria, si fermano su un ramo, cinguettano e poi ritornano in volo.

 

CC: Qual è la citazione di Barnet Newman sull’ornitologia della quale sei legato e che Giuseppe Buzzotta, nel testo della mostra, incoraggia a cercare?
SAF: La citazione è: «l’estetica sta all’artista come l’ornitologia sta agli uccelli». Newman sta chiaramente dicendo che l’estetica è qualcosa che interessa ai filosofi, non agli artisti, in quanto materia filosofica. È ovviamente una citazione abbastanza probatoria nella quale mi rivedo poiché a volte mi sento io stesso un provocatore, probabilmente in qualsiasi ambito. Percepisco il bisogno di trattare la pittura in quanto pittura, abbandonando molte sofisticherie superflue e stucchevoli. Probabilmente questo atteggiamento nasce dal contesto in cui produco, Palermo è come se fosse la parte underground dell’arte contemporanea ed è molto affascinante.

 

Salvatore Alessandro Ficano, “Ornitologia”, veduta della mostra, 2023, La Siringe, Palermo

 

CC: Qual è il rapporto tra i quadri in mostra e i titoli?
SAF: Il rapporto tra il titolo e l’opera è venuto dopo, in un momento successivo alla costruzione del quadro. C’è stato un momento in cui mi sono chiesto quale titolo dovesse avere un mio lavoro. Quel momento è stato importante perché mi ero reso conto che il titolo, effettivamente, apre altre finestre. Leggendo il titolo, immaginando a cosa mi sto riferendo, si apre un immaginario. Per me, il titolo più interessante è “data di conservazione.
Nella mia mente il titolo dona al quadro una sembianza differente, come se trasformasse il quadro in un’altra cosa. Il quadro non è soltanto pittura, ma anche un prodotto di mercato. Quindi la pittura diventa prodotto di mercato in quanto ha una data di scadenza e una data di conservazione, e quindi può essere fruita. “Data di conservazione” nel senso che il prodotto può essere fruito. Per esempio, la frutta o il caffè che compriamo al mercato hanno una data di scadenza, quindi si deteriorano con il tempo. Il legame con il quadro è quindi la materia perché sostanzialmente dipingo la materia organica. Mi interessa sfracellare la materia, perché la distruggo, sgretolo, rincastro, cucio. La materia ha una data di scadenza, non più il prodotto di mercato.

 

CC: Cosa rappresenta Ornitologia nel tuo immaginario? Quali sono le immagini che nutrono il tuo immaginario?
SAF: Io faccio parte della società, mi sento parte di una società. E sono anche figlio del tempo che viviamo… Che la materia abbia una data di conservazione e di scadenza ce ne stiamo accorgendo oggi, che il posto in cui viviamo ha una data di scadenza ce ne stiamo rendendo conto, spero, e purtroppo. Bisogna prenderne atto.
Il mio immaginario è nutrito dai miei mondi interiori, ma anche dal passato. Guardo molto agli atteggiamenti delle Avanguardie Storiche, agli artisti che si sono mossi degli anni Sessanta. Poi, c’è una forte connessione che è legata al mio corpo. Sono cose legate a me, al mio bagaglio esperienziale, culturale, intimo. La mia spinta è sempre tesa verso l’esterno, che non vuole farti vedere cosa sta succedendo.

 

CC: Quali sono i tuoi prossimi progetti?
SAF: Innanzitutto dipingere, che per me è fondamentale. Voglio continuare a dipingere in quanto voglio spingere e avanzare il mio lavoro, che non è finito certamente. Probabilmente, adesso, mi piacerebbe comprendere affondo come si evolverà, dove andrà… Voglio divertirmi, e in fondo, se non ci si diverte, perché si dovrebbe continuare a dipingere?
Mi servirebbe uno studio perché sarebbe un passo fondamentale.

*Il suggerimento della domanda viene dal testo critico scritto da Davide Ferri per la mostra di Giuseppe Buzzotta intitolata L’Angelo dello Finestra e inaugurata presso la Galleria Massimo Ligreggi a Catania.

Fotografie: La Siringe, 2023, Courtesy La Siringe.