Intervista a Maria Domenica Rapicavoli
di Valentina Lucia Barbagallo

Chi è Maria Domenica Rapicavoli? Raccontaci brevemente di te.
Nata a Catania, cresciuta a Nicolosi, ai piedi dell’Etna,
Amo la montagna, tappa obbligata a ogni mio rientro in Sicilia.
Mi sono diplomata all’Accademia di Belle Arti di Catania e nel 2004 con la scusa e l’esigenza di voler imparare l’inglese, sono partita per l’Inghilterra con l’idea di restarci per qualche mese.
Nel 2005, frequento un master in Fine Arts al Goldsmiths College di Londra e alla fine vi rimango fino ad oggi, nonostante i parecchi rientri in Sicilia, qualche mese a Parigi per la residenza alla Dena Foundation, e lo scorso anno passato a New York per frequentare il Whitney ISP (Independent Study Program).
Sono una nomade, sebbene fortemente legata alla mia terra e alla mia famiglia.
La Sicilia è casa quindi ogni scusa è buona per tornare.

Che musica ascolti? Qual è l’ultimo libro che hai letto? Chi sono gli artisti che ami?
Musica rock, anche se quando lavoro ho bisogno del silenzio per concentrarmi. Gli ultimi libri che ho letto sono: All That is Solid Mets Into Air, The experience of modernity di Marshall Berman e La fortuna non esiste di Mario Calabresi. Sono tanti gli artisti che amo:Emily Jacir, per ricordarne una. Tra le opere più interessanti che ho visto negli ultimi mesi ricordo Die Gedanken sind frei di Susan Hiller e Klangtest di Susan Philipz entrambe presentate nell’ultima Documenta a Kassel.

Come definiresti il tuo lavoro?
Critico nei confronti delle forze politiche, economiche, ideologiche e delle strutture di potere che formano e condizionano la produzione culturale nella nostra società.

C’è stato un evento o un incontro in particolare che ha segnato una svolta nella tua ricerca?
Senza dubbio l’esperienza del Whitney Program a New York fatta lo scorso anno, sia dal punto di vista umano che di crescita intellettuale. Grazie all’incontro con gli artisti, storici dell’arte e curatori che tenevano i seminari, nonché con il direttore Ron Clarke (mente illuminata e sensibile che cura il programma da più di 40 anni) la mia ricerca è maturata e ho acquisito delle basi teoriche che hanno dato una forma e una direzione più precisa al mio lavoro.

Cosa pensi del panorama artistico siciliano?
Ricchissimo di talenti ma forse fin troppo sacrificato a cause delle poche opportunità. Sento tanta energia, grinta e tenacia che si trasformano in opere dall’impatto molto forte che, purtroppo, però a volte rischiano di non avere la giusta visibilità nel sistema dell’arte.

Disrupted Accounts, a cura di Alessandra Ferlito è la tua ultima mostra: l’impossibilità di una lettura lineare del tempo… Parlami della tua ricerca e da cosa nasce questo tuo progetto.
Ho iniziato a pensare a questo progetto già due anni fa, quando prima di partire per New York, sentii parlare per la prima volta del Muos (Mobile User Objective System) di Niscemi. La scoperta mi sconvolse e mi portò a fare ulteriori ricerche ma è stato uno spunto storico che mi ha convinta ad andare avanti: lo scorso agosto una guida dell’Etna mi parlò dell’esistenza di un aereo militare tedesco precipitato nel 1943 lungo il versante ovest del vulcano, i cui resti sono rimasti intatti per tutti questi anni. Decisi allora di collegare questo evento al presente e in particolare ai rapporti militari e politici che legano la Sicilia agli Stati Uniti dalla fine della II guerra mondiale a oggi.Come prima cosa cominciai a fare ricerche in loco dell’aereo e, durante una seconda estenuante escursione, mi trovai finalmente di fronte l’elica e ad alcuni frammenti della cabina dello stesso. La storia così mi si presentò davanti e mi motivò a continuare. Continuai la mia ricognizione, visitando alcune delle sedi militari della Sicilia orientale, arrivai al vecchio Hangar per dirigibili di Augusta, a Maristaeli e a Sigonella, riuscii a filmare e a registrare frammenti di storia e attualità che mi hanno portata a ricostruire un percorso storico interrotto, Disrupted Accounts, come suggerisce, appunto, il titolo della mostra.Grazie al dialogo e agli spunti critici che venivano fuori dalle chiacchierate con Alessandra Ferlito, il lavoro ha preso corpo. Ho concepito l’intera mostra site-specific, pensando al BOCS come a un hangar. E dentro vi ho disposto una serie di indizi, alcuni dei quali poco visibili: due fotografie (una panoramica con i resti dell’areo tedesco e una del Muos), un video in 8mm con immagini che ho filmato sull’Etna e nelle basi militari, e un’installazione sonora che invade l’intero spazio con rombi di aerei, rumori del vento e l’audio preso da internet di due piloti di droni che dal Nevada portano a termine una missione nel Medio Oriente.
E ho disposto sparpagliatamente per terra alcuni frammenti dell’aereo trovato sull’Etna, lasciando tutto lo spazio al buio, illuminato solo dai flash di luce delle immagini proiettate a intermittenza.

Progetti futuri? Resterai in Sicilia o andrai di nuovo all’estero?
Sono di nuovo in partenza. Andrò a New York per prendere parte allo Swing Space, una residenza organizzata dall’LMCC (Lower Manhattan Cultural Council) da marzo a luglio 2013, dove realizzerò un nuovo progetto sull’housing situation a New York in seguito alla crisi economica.

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(1) M.U.O.S., 2013, stampa colore su carta da imballaggio,cm 150×2,25
(2) Trace#1, 2013, stampa lambda, b/n, cm 55,5×43
(3) Trace#2, 2013, frammenti di aereo, dimensioni variabile
(4) Disrupted Accounts, 2013, video 8mm trasferito su DVD, audio Dolby 5.1 durata