Intervista a Jacopo Miliani
di Giulia Crisci

Chi è Jacopo Miliani? Parlaci brevemente di te

Come definiresti la tua ricerca artistica?
Piena di ironia anche se può apparire seria.

Si è appena conclusa la tua mostra personale, Go go my dancer, move your arms and feet until the floor ends,This song is for you a Torino, presso Velan Center, a cura di Francesca Referza. Questo progetto non è il solo che all’interno della tua ricerca interseca il momento transitorio performativo alla durevolezza installativa. Le fotografie che hai scelto sono a loro volta, tracce di svariati atti performativi e coreutici. Come questi due media, e questi due “stati”, si confrontano e interagiscono?
Spesso i miei progetti nascono a partire dalle suggestioni degli spazi e dei luoghi. In questo progetto mi sono fatto influenzare dal luogo espositivo, ma anche dai luoghi e dalle storie che ho intravisto in alcune foto che negli ultimi anni ho iniziato a collezionare. Sono foto nate in teatro, dove ci sono molti danzatori e io ne ho immaginato uno mio, personale.
L’installazione nasce in uno spazio e per fare esperienza dello spazio e trasformarlo in ‘luogo’ ci serviamo del nostro corpo. Sia con la performance che con le opere a parete ho voluto sottolineare la presenza del corpo dello spettatore che si specchia nelle immagini.

Vieni da un periodo di residenza al Macro, occasione per approfondire temi quali la dimensione onirica e corporea, come veicoli di produzione di immagini. Me ne racconti?
Ho appena finito la residenza al MACRO e non ho ancora avuto tempo per riflettere sugli esiti di questa ricerca. Qui ho condotto un workshop con delle persone non vedenti, il cui potenziale immaginativo mi ha messo a dura prova. Ho anche costruito dei paraventi: per le palme e per gli spettatori.

Do you believe in mirage? Era il titolo di una tua personale ad Ex3 Firenze. L’arte è un miraggio? Qual è a tuo parere la funzione e il senso, se c’è, del fare artistico?
Non so quanto sia sensato porsi queste domande sul senso. Anche perché risulta tutto molto astratto. Stiamo parlando del senso per me, per gli spettatori, per la società, per tanti o per pochi…?
Rispetto all’idea del miraggio, mi piace indagare le possibili e infinite associazioni visive e sensoriali collegate a questa parola e a questo caldo stato d’essere.

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(1) Follie, j’adore, 2013. Photo, glass, wool. Photo, glass, silk. Photo: Chiara Di Dioniso. Courtesy: the artist and Frutta, Rome

(2) The crazy tape, 2013. Photo, glass, silk. Photo: Chiara Di Dioniso. Courtesy: the artist and Frutta, Rome

(3) Vogue Fabric, 2013. Inkjet print on silk. Photo: Chiara Di Dioniso. Courtesy: the artist and Frutta, Rome

(4) Screens, 2013. MDF, palm trees. Photo di Giorgio Benni. Courtesy: the artist, MACRO, Rome

(5) Ritratto, 2013. Photo di Giorgio Benni

(6) Do you believe in mirages?, 2012. Installation view. Photo: Francesco Niccolai. Courtesy: the artist, Ex3, Florence

Contributo inserito il 15/12/2013