Intervista a Francesca Alfano Miglietti
di Cristina Costanzo

Francesca Alfano Miglietti, nota anche con lo pseudonimo FAM, è critico d’arte, curatrice di mostre, rassegne e convegni, ideatrice della rivista “Virus”, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e autrice di numerosi saggi dedicati alle nuove frontiere dell’arte contemporanea e alle pratiche dell’attraversamento e dell’ibridazione tra molteplici linguaggi. Attualmente impegnata con la mostra personale di Turi Rapisarda, presso Rizzuto Arte di Palermo, significativamente intitolata “Corpi speciali”, FAM si è distinta grazie a una ricerca, coerente e singolare, capace di approfondire le contaminazioni contemporanee che caratterizzano l’arte di oggi.

Spesso definita come “teorico di mutazioni legate ai linguaggi visivi”, chi è Francesca Alfano Miglietti (FAM)?
Io penso che ognuno di noi è semplicemente ‘quello che fa’, non quello che dice di essere… Io dunque sono i miei libri, le mie mostre, ma anche i miei rapporti, le mie passeggiate, la mia voglia di cambiare il mondo…
Ognuno di noi opera in un certo periodo e si rapporta alle situazioni e alle potenze e alle impotenze del proprio tempo e del proprio ambiente. Sono ormai molti anni che la mia ricerca si è orientata sulla contaminazione. La contaminazione è la lingua degli ibridi, degli innesti, degli assemblaggi, delle mutazioni. E l’universo delle mutazioni usa la contaminazione come lingua propria e sceglie come propri strumenti il prelievo, lo spostamento, il campionamento, il missaggio, il riutilizzo e una distribuzione nomade di informazioni, che fluttuano da un contesto teorico e culturale ad un altro, lasciando che si creino delle ‘interferenze’ che divengono esse stesse evento. La mia ricerca, dunque, riflette il clima di contaminazione e di ‘interferenze’ che si percepisce tra i vari specifici. Molti artisti, in questi ultimi anni, hanno rivolto la propria ricerca alla contaminazione tra linguaggi, esplorando i temi del contagio e della sovrapposizione, trovando nelle pratiche dal vivo la propria dimensione ideale. La mia ricerca, allora, si è spostata sui corpi che vivono in una dimensione migratoria: di identità, luoghi, razze e di infinite possibilità morfologiche in una sorta di autodeterminazione, di fuoriuscita dalla logica del ‘destino’. Una campionatura delle più interessanti trasformazioni del contemporaneo, a partire dal dato che tutto ciò che sta mutando in questo inizio di millennio è ‘incarnato’ nel corpo e nella mutata immagine del sé.

Da quanto tempo fai il curatore e qual è stato il tuo iter formativo e lavorativo?
Io non ho mai fatto il curatore… né ho ben capito cosa sia un curatore… Quando me ne presentano qualcuno mi sembra essere più vicino a un ‘amministratore delegato’ della Corporation Sistema dell’Arte che non altro…
Insomma, mi piace molto di più la vecchia definizione di ‘critico d’arte’ che non di curatore. E mi piace quella di teorico. Teorico perché spesso si tratta di analizzare e individuare e intuire dati non ancora evidenti, e intesserli in una teoria che rileva complessità e poeticità. Critico perché penso sia fondamentale conoscere da vicino opere e artisti, e pensare il modo migliore per mostrarne le potenzialità. Dunque l’ideazione di una mostra….
Per quanto riguarda il mio iter formativo e lavorativo, come per tutti è stato, ed è, una serie di incontri, colpi di fulmine, perdita di certezza, innamoramenti e illuminazioni… I riferimenti che posso elencarti sono opere o libri o luoghi o viaggi, ma so coscientemente che invece mi hanno fatto diventare ‘quella che sono ’ una serie di relazioni… Comunque certamente tra i miei riferimenti importanti c’è il cinema di Coppola, Scorsese, Ridley Scott, Niccol, e poi la visionarietà di Ballard e di Dick e Gibson, ma anche la torta di mele e i fichi d’india e il mare e la pioggia e le palme e i quaderni con la copertina bella e i vestiti… e William Burroughs e Roland Barhes e Deleuze e Foucault e Babbo Natale… e Cronenberg e Don De Lillo e David Bowie, e Johnny Depp… Certamente si può notare una certa incoerenza… Ah, anche il tango argentino!!!!!!! Insomma, l’arte è per me il più potente meccanismo di sovversione, e inseguo e seleziono sovversivi, ribelli e romantici sabotatori.

Quale pensi sia il ruolo del curatore oggi e quale si accinge a ricoprire, secondo te, in futuro all’interno del “sistema dell’arte”?
Di tutto questo non so niente, né francamente mi interessa…
Tutto questo riguarda i sistemi, non l’arte. E per quanto riguarda i sistemi io non ne subisco il fascino, non mi interessano… Mi appassionano molto di più le vicende dell’arte. Come direbbe Forrest Gump: “…E non ho altro da dire su questa faccenda”.

Quali caratteristiche sono indispensabili per fare questo lavoro?
Non lo so… Posso dirti le mie…Penso che nulla è impossibile, penso che è molto importante avere una ‘bella compagnia’, ma soprattutto penso sia importante il desiderio…. Il desiderio, per esempio, 
di riportare il dibattito sull’arte ad un livello antropocentrico, ad essere centrale. L’essere, è, a mio parere, sempre il fine del progetto, e mai un suo pretesto. Mi interessano le ricerche radicali, che possono essere il pretesto, lo stimolo, la scusa, per dare 
dignità nuova a chi è interessato. 
La semplicità disarmante dell’arte dichiara incomprensioni, debolezze, euforie
e contraddizioni tipiche dei pensieri più complessi.
 L’elementarità del linguaggio è sintomo della 
capacità di sintesi di un osservatore che rifiuta il 
sistema di pensiero totalizzante. Mi interessa lo spirito nomade e “gentile” di alcuni artisti capaci di capire la bellezza.
La bellezza è forse la strada
che porta l’essere alla difficile relazione con l’altro e con la
libertà. E’ una strada …. Naturalmente una bellezza morale e poetica, ricercata disperatamente
e senza concessioni al potere economico e mediatico
o a nostalgie di comodo.

Credi che il ruolo del curatore sia trasversalmente riconosciuto? Perché?
Non ne ho idea…

Quando curi una mostra da cosa parti: come selezioni gli artisti e scegli il tema? Spiegaci, per sommi capi, il tuo metodo di lavoro.
Sono molto incuriosita da una delle condizioni che, a mio parere ha solo l’arte, e che si trova nel gioco del contemporaneo in maniera antagonistica rispetto a quella della spettacolarizzazione: lo spettacolo fa vedere ostentatamente, l’arte nasconde, e, nascondendo, l’arte rivela quello che è stato nascosto dallo spettacolo. Se lo spettacolo crea potere attraverso l’immagine, l’arte inizia a scegliere l’invisibilità. Amo l’arte in cui c’è una romantica e pensierosa intimità. Il lavoro manuale ha bisogno di tempo, è paziente, riflessivo. È in contrasto con l’attuale modo di percepire. L’arte…sospende, si sospende. Crea un’atmosfera di silenzio. È un’impalpabile struttura vulnerabile. È come se ti fosse concesso di entrare in una stanza dove sta dormendo qualcuno che non si deve svegliare; il fiato si fa corto, il battito aumenta. C’è consapevolezza. E perdita di coscienza. È giusto sentirsi spaesati…vaganti…nomadi. Chi è che guarda? Chi è guardato?

Vuoi raccontarci di un progetto o un incontro, per te, significativo (in positivo o in negativo)?
Tutte le mie mostre, sia le mostre a tema che le mostre personali, nascono da una serie di incontri con una realtà dell’arte contemporanea che mi hanno avvicinato a una visione e a una concezione dell’arte che ha scelto il pericolo. E allora Enzo Cucchi, Mario Schifano, Alighiero Boetti, Gino De Dominicis, Fabio Mauri, Orlan, Franko B, non sono solo stati protagonisti importanti di quella che per me è ‘veramente’ l’arte contemporanea, ma anche compagni di strada, poeti avventurieri, e generosi dissipatori di emozioni. Insomma per me è significativo essere capaci di cambiare idea…Io penso che sarei una persona veramente diversa se non avessi fatto un certo tipo di incontri… Penso seriamente che siano ‘gli altri’ a mutarci, a determinarci, a costruirci…Basta non avere difese…

Attualmente sei impegnata con “Corpi speciali”, mostra personale di Turi Rapisarda presso Rizzuto Arte a Palermo. Come è nata questa collaborazione
Quella con Turi risale a molti anni fa, a quando Turi Rapisarda e Davide Bramante firmavano una serie di opere a quattro mani. Ci incontravamo spesso sia a Bologna che a Milano, e entrambi erano ‘fans’ della rivista Virus Mutations, che in quegli anni (fine ‘90) dirigevo. Ho continuato a vedere e apprezzare il lavoro di Turi… ed ora eccoci qua….

Puoi anticiparci i tuoi progetti futuri?
Il mio modo è molto simile a quello della clandestinità, mi piace cogliere di sorpresa e all’improvviso e soprattutto dove nessuno mi aspetta. Per esempio dopo la mostra “The End” di Fabio Mauri, presentata in un uno dei luoghi più istituzionali del panorama artistico italiano, Palazzo Reale a Milano, ho curato il progetto Attese, progetto che si è ‘spostato’ nella città, (sempre a Milano) n un nuovo assetto nomade, evidenziando il fatto che l’arte può essere presente a prescindere dal luogo in cui essa si presenta nel concreto, e dove ho organizzato quattro mostre personali in luoghi completamente ‘alieni’ al mondo dell’arte…
Con il prossimo progetto mi e vi ‘sposterò’ ancora…

Un consiglio a chi voglia intraprendere questa professione?
Non seguite i consigli di chi già fa questa professione…

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(1) Alcuni libri scritti da Francesca Alfano Miglietti.
(2) Ritratto.