Intervista a Fabio De Meo
di Giuseppe Mendolia Calella

Chi è Fabio De Meo? Parlaci brevemente di te…
Sono nato a Latina il 4 dicembre 1986, sono sagittario, single. Ho studiato al liceo artistico e allo IUAV visual arts a Venezia. Ero molto timido da piccolo perciò ho passato la mia infanzia e la mia adolescenza quasi sempre dentro casa a sfogliare un’enciclopedia dell’arte dalla preistoria alla pop art e credo di aver avuto la fortuna di assorbire in questo modo una discreta cultura visiva che mi è molto utile oggi quando lavoro. Una cosa che amo è guardare le televendite, qualsiasi televendita, le mie preferite sono quelle di gioielli e antiquariato ma mi piacciono anche quelle meno esclusive dei materassi e delle pentole, non compro niente, ma mi rilassa la mente e non mi fa pensare e poi mi piace ascoltare i televenditori perché ti insegnano che il mondo è un enorme magazzino di merci, metà da vendere e metà da comprare. Sarebbe bello fare il televenditore: vendere cose a caso senza sapere a chi le vendi e dove vanno a finire…

Quanto il contesto in cui vivi o da cui provieni influenza la tua ricerca artistica nella scelta delle tematiche e dei supporti che utilizzi?
Il contesto in cui vivi è il materiale del tuo lavoro, se vivessi in Africa o in Thailandia il mio lavoro sarebbe totalmente diverso, forse non lavorerei neanche! Ma il contesto ti crea inevitabilmente delle problematiche, ti dà gli ostacoli che devi superare col tuo lavoro perché un lavoro forte nasce sempre da un forte problema da risolvere. Il lavoro poi dipende totalmente dai soldi che hai a disposizione: certe cose te le puoi permettere, altre no… in realtà è tutto molto logico e pratico il mestiere dell’artista… è solo una questione di scelte tecniche che pian piano ti conducono verso il risultato finale, il prodotto, l’opera d’arte. E tutte queste scelte sono condizionate quasi esclusivamente dalla tua posizione geografica e dal tuo conto in banca (se ne hai uno).

Quanto è importante per te il confronto con ciò che ti circonda: società, mass media, altre ricerche artistiche, ecc.? Quanto questo ti influenza e come?
E’ molto importante conoscere la storia, e accorgersi sempre che tutto quello che fai è stato già fatto e che il mestiere dell’artista non è quello di trovare una nuova forma che sia questa o quella ma di avere il coraggio di esporre al pubblico qualcosa nella sua più totale “riconoscibilità”. Internet è fondamentale. Oggi possiamo fare a meno di una cultura esclusivamente nozionistica, alcune nozioni che ci servono le troviamo in un attimo su wikipedia, non abbiamo più la necessità di occupare la memoria con informazioni alle quali possiamo accedere nell’enorme cervello collettivo che è il web. Per questo la nostra mente è profondamente cambiata rispetto alle generazioni precedenti. Tuttavia non può mancare il contatto diretto con le cose, bisogna prendere il treno, andare in città, prendere la metro, entrare nel museo, vedere le opere coi propri occhi… Internet è anche un ottimo sistema per catalogare il tuo lavoro e per creare un’ ordine nel percorso della tua ricerca che diventa accessibile a chiunque. Il mio tumblr (fabiodemeo.tumblr.com) è per me una sorta di giardino zen in cui tutto si dispiega di fronte a me, in cui tutto sembra avere un ordine.

Chi sono gli artisti che ami di più e perché?
Non ho artisti “preferiti” e non ho mai voluto sviluppare un gusto o un’estetica o uno stile ben preciso, ho un atteggiamento totalmente fluido riguardo queste cose, in genere prendo quello che mi serve da questo o quello quindi il mio campo d’azione cerca di essere sempre aperto, preferisco non esporre preferenze; tutto quello che trovo per me è o può diventare un materiale su cui lavorare.

Come definiresti il tuo lavoro?
Parto sempre dall’idea che l’opera dovrebbe essere “aperta”: concepisco l’opera come un archetipo, una forma primigenia dalla quale nascono altre forme e infiniti utilizzi a cui tali forme si prestano. Sono molto interessato al mondo del design proprio per la modalità in cui il designer elabora il suo prodotto che deve sempre adattarsi a determinate esigenze. Quello che cerco di fare è uscire dal museo o per lo meno cercare di non relegarsi esclusivamente nella musealità; avere un contatto con un pubblico eterogeneo, utilizzare linguaggi adatti sia al pubblico “informato” sia alle persone che per caso capitano di fronte al mio lavoro. Penso che oggi l’arte contemporanea debba riflettere proprio su questo aspetto: il pubblico è profondamente cambiato, oggi tutti riescono ad accedere al tuo lavoro, non si sa mai la conformazione esatta del tuo pubblico e tutti hanno la possibilità di esprimere opinioni anche pubblicamente, per questo l’opera deve tener sempre conto di questi diversi livelli di lettura.

Quale messaggio vuoi trasmettere e su cosa vuoi farci riflettere con la tua ricerca artistica?
Credo che l’opera debba essere una cosa che è quella cosa e che non è un’altra cosa e che più di ogni altra cosa è quella cosa che è. Questo è quello che cerco di materializzare con la mia ricerca. Non è sempre facile farlo. Per me c’è una differenza tra l’opera e l’arte, tenderei sempre a distinguerle perché l’opera è materia ed è quantificabile, esiste sul nostro pianeta e reagisce alla forza di gravità; l’arte non esiste è una cosa che non sappiamo quantificare. Non credo che l’arte debba necessariamente comunicare concetti, per me può anche non essere un linguaggio ma essere l’opposto: un sogno, un’illusione, una perdita di se stessi… che ne so… Credo molto in questo smarrimento, in questo buco nero che è l’arte. Di solito quando mi trovo di fronte a un capolavoro non riesco a farmi domande o a pensare a qualcosa in particolare, è come quando mi trovo di fronde ad una persona che mi piace o di cui sono innamorato, non riesco a capire il perché… ci sbatto la testa senza accorgermene e mi ritrovo per terra! Col mio lavoro cerco di ottenere questo cortocircuito, questa sensazione che tutti abbiamo provato una volta nella vita, come quando si cammina al buio e sbatti il naso contro una porta chiusa, questo senso di impotenza e sorpresa che ci lascia interdetti. Forse è questo quello sul quale vorrei riflettere: l’arte come una porta chiusa nel buio alla quale tutti sbattiamo il naso.

C’è stato un evento o un incontro in particolare che ha segnato una svolta nella tua ricerca?
Quando avevo 7 anni mio padre mi portò a vedere una mostra di Picasso a Venezia, ricordo ancora tutti i quadri anche un disegnetto su carta, credo fosse del periodo rosa, era una piccola testa maschile con dei baffi ma quello che mi piaceva era la cornice: era una cornice impero con delle foglie d’alloro ma era tutta bucherellata dai tarli e io non capivo il perché fosse così, così l’ho toccata e subito è partito l’allarme. Questo è stato il mio primo vero contatto con l’arte: subito ho capito che l’arte è una cosa che non si può toccare, non si sa il perché ma non si può toccare. Questo è stato un avvenimento molto potente per me, ancora adesso sento la magia di quel momento in cui le mie dita hanno sfiorato la cornice e l’allarme è scattata.

Come definiresti il sistema dell’arte contemporanea in generale e nello specifico quello veneziano con cui ti confronti costantemente?
Ho tanto da imparare! Ho iniziato la mia carriera appena tre anni fa, ho sempre lavorato molto fin da piccolo ma il mio lavoro nel sistema dell’arte è iniziato da poco, perciò l’unica cosa che posso dire di aver capito è che forse quello che veramente conta è seguire il proprio istinto e collaborare con quelle persone che senti potranno diventarti amiche, che comprendono il tuo lavoro e che ti apprezzano per quello che sei o anche per quello che non sei. Io penso che sia meglio per ora avere a che fare con persone che riescono ad amare veramente il lavoro che faccio. Il contesto veneziano da questo punto di vista è perfetto perché ci si incontra per strada, si parla, è molto utile a questo scopo trovarsi in una città piccola come Venezia, a volte sembra quasi di essere a Montmartre nell’epoca d’oro, soprattutto quando si ha la fortuna di far parte di questo gruppo di giovani artisti “veneziani” perché è bello far parte di un gruppo, è bello riuscire a stringere delle amicizie che spesso si trasformano in collaborazioni lavorative valide perché alla base c’è una vera conoscenza, una fertile tensione l’uno verso l’altro.

Nel 2012 sei stato tra gli artisti di studio presso gli atelier della Fondazione Bevilacqua La Masa. Come questa opportunità ha influito sulla tua ricerca dal punto di vista metodologico e contenutistico?
Quello della Fondazione Bevilacqua La Masa è stato un periodo di passaggio per me molto importante perché mi ha insegnato a crescere non solo nel mio lavoro ma anche come persona: ho imparato ad essere meno narciso, meno egocentrico, meno “principino” e mi ha fatto sviluppare una sorta di educazione, un “bob ton” che è fondamentale per questo tipo di mestiere. E poi mi ha fatto uscire da un periodo molto difficile in cui ero incappato; ha spezzato un momento di solitudine e di autocommiserazione dandomi l’energia per prendere la situazione in mano, ho avuto la fortuna di lavorare con Angela Vettese e il suo staff e naturalmente con i miei compagni di atelier che mi hanno insegnato così tanto in un intero anno di convivenza sotto lo stesso tetto.

Sei uno degli artisti del Padiglione Crepaccio at yoox.com: ci parleresti di questa esperienza? Com’è nata l’idea, come si è evoluta, come sta andando e quale sarà (se ci sarà) lo step successivo?
L’esperienza del Padiglione Crepaccio at yoox.com non è ancora terminata, i nostri lavori sono disponibili su yoox.com fino al 31 dicembre. L’idea è nata dalla mente di Caroline Corbetta che ha realizzato questo evento assolutamente inaspettato in cui un gruppo di artisti emergenti hanno avuto la straordinaria fortuna di esporre il proprio lavoro durante i giorni dell’opening della 55ma Biennale. Oltre a questo le opere in mostra sono state messe in vendita sulla piattaforma internazionale di yoox.com che ha permesso al nostro lavoro di essere potenzialmente visto da milioni di persone in tutto il mondo oltre che dal pubblico dell’opening della Biennale. L’aspetto che più colpisce di questa operazione è l’onestà con cui l’accento è stato puntato sul lato commerciale del fare arte, sono convinto che il denaro genera cultura e che vendere sia oggi una necessità fondamentale per l’artista perché solo così può capire la natura del suo pubblico. In poche parole potremmo dire così: “dimmi a chi vendi e ti dirò chi sei”, non so se è vero perché il mondo dell’arte è fatto anche di infinite eccezioni, non esistono regole precise però appunto per questo è divertente e appassionante sviluppare un atteggiamento patafisico e inventarne di nuove ogni volta.

Recentemente hai esposto in Olanda al Bosch Young Talent Show presso lo Stedelijk Museum di ‘s-Hertoghenbosch ci racconti come è andata? Che ruolo hanno all’estero i giovani artisti secondo te?
Al Bosch Young Talent Show ho potuto per la prima volta produrre dei lavori in dimensioni museali, ho costruito dei collage alti 5 metri usando migliaia di fotocopie in bianco e nero che generavano dei personaggi monumentali: delle riflessioni sull’iconografia sacra ma soprattutto sul tema del monumento equestre. L’istallazione è venuta bene anche perché lo staff del museo mi ha molto aiutato nel modo più professionale e attento. Anche dal punto di vista economico ho ricevuto molto aiuto, cosa che francamente qui da noi non succede proprio spesso soprattutto per gli artisti emergenti. Questo è molto importante perché avere un aiuto economico ti fa sentire più tranquillo e puoi veramente concentrarti sul tuo lavoro che inevitabilmente acquista più qualità. Ma la cosa che mi ha colpito è il rapporto che i cittadini hanno con lo Stedelijk Museum: è un vero centro di incontro della città, un luogo di cui la popolazione è fiera e nel quale si riconosce. In tutto il paese c’erano i manifesti della nostra mostra, in ogni pub, in ogni negozio, perfino sul bancone della cassa di H&M! Purtroppo in Italia non riesco ancora a vedere questo, quando vado da H&M a Venezia non mi capita mai di vedere manifesti, neanche il manifesto della Biennale… da noi il museo rimane comunque un luogo staccato dal tessuto sociale, soprattutto il museo d’arte contemporanea… Questa è una cosa che deve cambiare e cambierà.

Che progetti hai per i prossimi mesi? A cosa stai lavorando?
Cercherò di avere relazioni sentimentali più serie.

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(1) Bauwow (n°I), 2013, fotomontaggio digitale, misure variabili
(2) The Equestrian Monument of Death, 2013, collage, 4 x 3,50 m
(3) Bauwow Series (Plate n°V), 2013, stampa su piatto di ceramica, serie 1/30, ⌀ 36 cm
(4) Fabio De Meo + Cedric Castus, 2013, veduta dell’istallazione, Puntocroce, Venezia
(5) The Tv’s Head Idol Pray for Us,2013, collage, 5 x 3,5 m (about)
(6) The Bauwow, veduta dell’installazione, Bosch Young Talent Show 2013, Stedelijk Museum, ‘s-Hertogenbosch, NL, photo © Peter Cox
(7) Querini Stampalia Series (n°III), 2013, fotomontaggio digitale, misure variabili

intervista inserita il 24/12/2013