Intervista a Elena Mazzi
di Valentina Lucia Barbagallo

Chi è Elena Mazzi? Raccontaci brevemente di te.
Dopo una diploma sperimentale in beni culturali e disegno al BUS di Reggio Emilia, una laurea triennale in Storia dell’Arte a Siena e un paio d’anni di esperienza tra musei e gallerie, ho capito che la mie vere necessità erano altre. Avevo bisogno di studiare, analizzare e comunicare da un punto di vista personale e specifico. Volevo dar forma alle mie utopie, mettere in dialogo mondi apparentemente a sé, mettere in discussione l’attualità, approfondire culture lontane dalle mie, far riemergere semplici e popolari strategie di sopravvivenza sovrastate dall’avvento dei media (non per questo sempre negativi). Così mi sono iscritta al biennio specialistico di Arti Visive IUAV di Venezia, dove ho strutturato la mia pratica.

Che musica ascolti? Qual è l’ultimo libro che hai letto? Chi sono gli artisti che ami?
Nell’ultimo periodo sto ancora ascoltando Leon Gieco e Mercedes Sosa, tracce dei miei ultimi viaggi in Sud America e a San Francisco. Ho da poco terminato di leggere Lettere Luterane di Pasolini e al momento sto leggendo Altai, di Wu Ming: mi perdo così tra strade e calli di Venezia e Istanbul del 1500. Il prossimo libro sarà L’incontro mancato, dell’antropologo Marco Aime.
Tra i miei artisti preferiti ci sono sicuramente Alighiero Boetti, Yona Friedman, Marjetica Potrc, Alfredo Jaar, Antoni Muntadas, Adrian Paci, Walid Raad, Pierre Huyghe.

Come definiresti il tuo lavoro?
Più di una persona l’ha definito context specific, e devo dire che mi trovo d’accordo. Quello che mi interessa è indagare il rapporto tra l’uomo e l’ambiente ad esso circostante, nel quale vive e con il quale si confronta ogni giorno: un’analisi che spesso si lega a uno sguardo e a un approccio di tipo antropologico, che indaga un’identità al contempo personale e collettiva, che si relaziona con uno specifico territorio, ma che mette anche in discussione una visione mediatica spesso distorta.
La conoscenza del territorio avviene per esperienza diretta, tentando di individuare e approfondire uno spazio non frequentato nelle città e di aprire, in quel luogo, un percorso, attivando così un processo che coinvolga numerose altre persone; interventi partecipativi che mettono in contatto il pubblico, interventi che vedono la partecipazione della gente del luogo in cui operano persone interessate a scoprire, a vivere e a conoscere quegli spazi magari in prossimità delle loro abitazioni, che al contempo si presentano estranei e oscuri, aree impenetrabili alla quale viene data una nuova identità e un nuovo valore. Mi piace scoprire insieme agli abitanti stessi nuove possibili pratiche e strategie dell’abitare, oppure mi limito ad ammirare le soluzioni da loro adottate.
Pratiche di ascolto, di partecipazione, di elaborazione e scoperte, come punti di partenza per interrogare il territorio prima di proporre interventi per la sua salvaguardia o sviluppo, una pratica artistica che si fa processo più che risultato finale. Progettare i territori non è soltanto un atto di pianificazione ma è anche un atto creativo, il tentativo di cogliere contraddizioni e trasformarle in relazioni, avendo attenzione nel modificare non lo spazio, ma la sua percezione.

C’è stato un evento o un incontro in particolare che ha segnato una svolta nella tua ricerca?
Si, direi diversi momenti, tre i più importanti. Il primo è stato l’incontro con l’artista Antoni Muntadas, che mi ha costretto a riflettere sulla mia identità personale di artista, direi anche in maniera quasi brutale.
Il terremoto a L’Aquila, che ho vissuto in prima persona, e che mi ha fatto capire con che modalità avevo intenzione di operare in seguito. L’incontro con Marjetica Potrc poi, mi ha fatto rendere conto delle mie potenzialità e di come sfruttarle al meglio.

Conosci il panorama artistico siciliano? Che idea ti sei fatta?
Devo dire che è più ricco di quanto pensassi. Da poco ho scoperto le realtà di BOCS e di Farm Cultural Park che mi hanno piacevolmente colpito. Ho ancora alcuni spazi che vorrei conoscere e che non sono riuscita a vedere nel mio ultimo viaggio siciliano. Spero solo che queste nuove realtà riescano a dialogare con l’esterno, così da non isolarsi in un territorio già di per sé difficile da fruire.

A cosa stai lavorando?
Ho appena finito di preparare una mostra personale alla galleria La Fenice di Venezia, che ha da poco aperto con una nuova gestione dedicata ai giovani artisti. Ora vorrei focalizzarmi su un progetto che ho in mente da qualche mese, legato all’isola di Murano, in collaborazione con Hans Grassman, fisico tedesco che insegna all’università di Udine, e che ha progettato il Muro Solare: sistema di specchi che concentra e riflette la luce solare. Il prototipo è teso a instaurare una trama di relazioni e dialoghi con la città, da intendersi come organismo di persone, di leggi e di sistemi economici.  Questo sarà il progetto principale a cui lavorerò per l’intero 2013, all’interno dello studio d’artista assegnatomi dalla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia.

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(1) Foto documentaria della performance Moving Memories, occupazione e creazione di un archivio temporaneo in un lotto vuoto di proprietà privata nel quartiere latino di Mission, San Francisco, 2012

(2) Manifesto per la bacheca dell’ex-cinema Neohesperia di Treviso, che riprende il titolo del documentario del regista anglo-argentino Ale Corte, Colors at the end of the world. Installazione in bacheca e all’interno dell’associazione Ya Basta! di Treviso, 2011

(3) Still dal video Loop, video performance e installazione site-specific avvenuta sull’area di delimitazione di ‘The Pit’, grande miniera che sta lentamente inghiottendo la piccola cittadina di Malmberget, Lapponia svedese, 2011

(4) Estratto del libretto documentario/ricettario Olivolo: un momento di convivialità condiviso con gli abitanti di San Pietro di Castello, area marginale della città di Venezia. 2010