Intervista a Nelida Mendoza
di Salvatore Davì

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Chi è Nelida Mendoza? Raccontaci brevemente di te.
Nélida Mendoza è un artista. Si potrebbe dire “latinoamericana”, ma soprattutto in questo periodo sento la necessità di mettere un fermo su questo punto. Sono arrivata in Italia nel 1986 e da allora, non ho mai avuto bisogno di chiarire se sono latinoamericana, europea o multiculturale; la mia migrazione è avvenuta da Buenos Aires, città argentina di stampo europeo, basata su una totale multiculturalità. Come artista ho sempre evitato di pormi come migrante o come proveniente da una realtà altra; riconosco però che trovo difficoltà a spiegare e dare un determinato concept alla mia vita e dire, dunque, sono di qui o di là, soprattutto perche nessuno mi ha mai chiesto di schierarmi: a Buenos Aires o ad Asuncion, ad esempio, eravamo tutti cittadini e la migrazione aveva un senso diverso. La nostra migrazione, la nostra necessità di migrare non aveva niente a che vedere con le migrazioni di oggi, con i nuovi migranti che con coraggio sono mossi da una disperazione diversa. Allora, anche noi avevamo una disperazione ma era esistenziale e culturale: negli anni 70/80, a Buenos Aires, chi voleva diventare un’artista doveva migrare in Italia, e chi voleva essere uno scrittore doveva andare in Francia.
Chissà se è importante dire che sono figlia di esiliati politici…anche se oggi sembra scontato, ma è importante ricordarlo per la nazione dove sono nata, il Paraguay. Oggi, questo Stato, si configura come l’ultima nazione latinoamericana uscita dalla dittatura militare, ma a breve, avrà un nuovo presidente e purtroppo sarà dello stesso partito del dittatore. La breve parentesi democratica ha però unito il mondo culturale paraguayano che adesso resiste per cercare di tenere in alto quello che si è costruito fino ad oggi. Lo hanno fatto e lo fanno tutti i paesi che soffrono di questi grandi disaggi, come l’Egitto, la Tunisia e il Marrocco che, con le loro ricerche artistiche e musicali, sono un esempio di fronte all’imperante dissesto sociopolitico. Vien da chiedersi: cosa fanno gli italiani?
Sono arrivata a Buenos Aires da Asuncion, con la mia famiglia, nel 1957, dopo un anno di “patteggiamenti” per riuscire a continuare la nostra vita e i nostri obbiettivi. Lì ho studiato Scultura all’Accademia di Belle Arti; decisione, quest’ultima, che ha segnato il mio percorso e prosegue tuttora, attraverso la mia ricerca artistica. Perche? Perche lo spazio, il percorso e l’evoluzione della materia sono stati sempre i punti di interesse primario per iniziare a pensare a un’idea, ad un progetto. Se dunque devo schierarmi allora posso dire di essere uno scultore e di esserlo in senso lato, perchè già dai tempi della formazione, sono stata educata come artista, ed essere un artista è un modo di essere universale, senza divisioni interne o categorie di ricerca visiva. Poi, nel 1986 sono andata a Carrara, dove sono rimasta fino al 1996. Infine arrivo a Palermo per insegnare Scultura presso l’Accademia di Belle Arti; d’allora, vivo fra la Sicilia e Buenos Aires. Ero già stata in Sicilia per lavoro: nel 1991 mi avevano commissionato una scultura per il Parco del Castello di Nelson a Bronte. In quel momento ho trovato una terra molto simile a quella dove ero nata; quando sono arrivata a Palermo ho avuto, dunque, la sensazione di sentirmi “a casa”.

Come definiresti il tuo lavoro?
Come definire il mio lavoro? È fondamentalmente ricerca visiva. Il mio lavoro è me stessa. Non c’è una separazione di ruoli, non è una professione; è parte del mio “essere”. Viaggio, dialogo e prendo decisioni insieme al mio lavoro; non l’ho mai concepito come un elemento di commercializzazione: il rapporto con le gallerie, le fiere, i collezionisti.
Credo che per un artista “migrante”, il suo lavoro è il suo bagaglio. Per questo esso ha qualcosa di intimo, come una sorta di “corredo” non commerciabile, poco flessibile alle richieste di mercato. Nella mia ricerca tutti gli strumenti estetici sono stati sempre elementi di racconto, così come il rapporto con il mondo dell’arte europeo, i suoi artisti e il rispettivo scambio di idee; lo sguardo sull’altro, il confronto, sono punti che completano la mia ricerca.
A questo punto credo che devo ritornare al tema dell’esilio: figlia di genitori esiliati, sono cresciuta con due persone che avevano sempre nei loro occhi, la necessità di un ritorno. Per tanto portavano, nel loro silenzio e nei loro sguardi, i sapori, i colori e i dialoghi di una casa strappata e lontana. Tutto questo in un perfetto rigore perche noi dovevamo crescere nella cultura internazionale europea e americana, e dovevamo essere “non migranti”, ma bensì “possibili migranti” per “possedere il mondo” e non avere bisogno di fare dei “patteggiamenti”. Così, oggi, non so parlare il guaranì (la lingua che i miei genitori parlavano in casa e le lingue che si parlava nei giochi fra i cugini ad Asuncion) e parlo meglio l’inglese rispetto alla mia lingua. Come artista, potrei dire, dunque, che la parola è la vera frontiera; per questo la mia ricerca si concentra anche sull’audio, sul paesaggio sonoro e non solo sulla materia (elemento che non ho mai abbandonato).

Cosa ti ha spinto a trasferirti e lavorare in Sicilia?
Nel 1993 mi trovavo a Carrara; in quel periodo si aprirono, per la prima volta, le graduatorie per insegnare nelle Accademia di Belle Arti e noi scultori avevamo tutti bisogno di lavorare, per cui abbiamo intrapreso la carriera dell’insegnamento. Nessuno voleva andare al sud d’Italia ma io, presa dai racconti di mia sorella che era già stata in Sicilia per un convegno sul Barocco siciliano, ho deciso di cominciare questa nuova esperienza e nel 1996 sono stata chiamata ad insegnare in Sicilia. Immediatamente mi son ritrovata in “un genuis loci” nuovo. Palermo è stata per me fondamentale.

La tua ricerca ha radici nell’America latina, in Paraguay. L’incontro con la cultura europea, nello specifico con quella italiana e siciliana, cosa ha cambiato nella tua metodologia di lavoro?
La mia ricerca ha sempre avuto un dialogo con il Paraguay, forse per la volontà di imitare gli occhi che lo ricordano e lo hanno vissuto, ovvero quelli di mio padre: egli ricordava il luogo dove era nato e dove aveva studiato, mentre io non potevo avere gli stessi ricordi perché concretamente non l’ho mai vissuto (tranne in qualche viaggio, quando si poteva entrare), ma ho sempre lavorato sulle immagini di quei ricordi familiari e su quelle dei brevi viaggi; queste immagini sono sempre state presenti in me e sono un bagaglio che nel tempo ho sempre rivisitato.
Nel 1982 vivevo già in Argentina, ma durante la guerra delle Facklands, ho deciso di trasferirmi in Paraguay (esperienza che è durata solo un anno). In quel periodo ho lavorato sviluppando una serie di terracotta alla base delle quali c’era il disegno. Quando sono arrivata a Carrara, l’incontro con un materiale così squisito come il marmo, e la possibilità di vivere insieme ad una comunità internazionale di scultori, ha fatto crescere la mia visione dello spazio. Così, anche se i contenuti e le idee erano sempre rivolte al Paraguay (quasi come un pretesto per raccontare o dialogare), la ricerca si concentrava nell’adattare quelle idee ai nuovi strumenti visivi europei, e al nuovo materiale, vivendo tutto come un gioco, un momento ludico e felice della mia ricerca.
L’arrivo in Sicilia, mi ha allontanato dalle cave e dal marmo e mi ha spinto ha spostare le mie ricerche su nuovi materiali: l’acqua e le cere sono diventati i nuovi strumenti di ricerca. Nel tempo i contenuti si sono amplificati e ho cominciato ad interessarmi al concetto di immagine riflessa e ai supporti che riflettono.

Gran parte dei tuoi lavori hanno una matrice multimediale. Cosa intendi per multimedialità? In che misura il mezzo digitale interagisce con quello analogico?
Il territorio siciliano ha spinto la mia ricerca verso la necessità di trovare il supporto giusto che identifichi l’immagine e che riporti i luoghi dei ricordi di mio padre altrove; non è, però, una mera questione di memoria, bensì l’esigenza di far rivivere la sua ricerca silenziosa, privata e intima. A questo si unisce la volontà di far interagire e far dialogare le immagini di quell’originaria ricerca espressiva con nuovi contenuti. In Sicilia, tutto questo, mi invita, attraverso diversi strumenti, a riflettere sull’immagine riflessa. Ho iniziato attraverso l’utilizzo dell’acqua e delle vasche, passando per la ricerca che ha investito la tradizione araba in Sicilia, per arrivare nell’ambito del multimediale. Gli anni vissuti vicino al vulcano Etna, mi hanno permesso, dunque, di approfondire la ricerca multimediale basta sull’audio.
In questi ultimi anni ho fatto diversi viaggi fra Buenos Aires e Asuncion; mi sono proposta di registrare, attraverso mezzi video e audio, tutte le immagini dei viaggi, quelle di tutte le volte che ho attraversato una frontiera e quelle degli incontri con i parenti ancora in vita: l’intento è sempre quello di cercare l’anima di quell’immagine che mi appartiene e vive in Sudamerica.
È importante dire, inoltre, che sono solo una studiosa che cerca di mettere insieme il mezzo digitale con quello analogico, anche se non ho mai abbandonato la materia. Quest’ultima mi permette di muovermi meglio, è lo strumento con il quale realizzo le indagini all’interno del multimediale. Non posso negare, dunque, che l’interazione con il mezzo multimediale è quello che oggi mi affascina di più.

quali immagini del tuo lavoro, che in qualche modo rappresentano dei punti di snodo fondamentali per la tua ricerca, ci proporresti? Perché?
Le immagini che ripropongo, e con le quali parto per le mie ricerche multimediali, sono quelle legate al concetto di immagine riflessa, allo studio dell’audio e del paesaggio sonoro.
Nel 1997, a Palermo, ho realizzato un’opera costituita da una vasca d’acqua che rifletteva i miei disegni; nello stesso, a Menorca (Spagna) anno ho concepito un lavoro con una vasca di marmo che rifletteva il suono.

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L’attività di docente all’Accademia di Belle Arti è stata uno stimolo che ha interessato anche la tua ricerca? Cosa pensi delle nuove generazioni di artisti formate in Accademia?
Credo che un giovane artista deve trovare le sue ricerche indipendentemente da qualsiasi istituzione. L’accademia deve educare il giovane a formarsi per “condurre” la propria professione di artista. Le accademie non possono, però, decidere o strumentalizzare il giovane artista. Non sono le istituzioni che devono marcare o decidere le posizioni o le inclinazioni estetiche di una città o di un paese; sono gli artisti che devono fare questo processo e le istituzioni devono solo aiutare a spianare la strada.

C’è stato un evento o un incontro che ha segnato una svolta nella tua ricerca?
Sì, prima di tutto Carrara, poi Palermo e tutta la Sicilia; infine i viaggi e gli spostamenti.
Come definiresti il panorama artistico siciliano? Esiste una rete o un sistema dell’arte dove lo scambio tra individui ed operatori possa definirsi maturo?
Il lavoro dentro le Accademie di Belle Arti mi ha portato a viaggiare molto per tutto il meridione italiano. Il rapporto con i giovani studenti conosciuti in queste aree, mi ha portato a capire che i giovani siciliani hanno una marcia in più, sono più flessibili, forse perche la loro storia e la loro posizione geografica li agevola. Questo lo pensavo già quando ero a Foggia e in Calabria.
Penso che, in parte, è molto positivo che si siano aperti tanti spazi espositivi, ma è ancora da vedere se i giovani artisti siciliani siano, ad oggi, così inclini alla sperimentazione.

Che progetti hai per i prossimi mesi? A cosa stai lavorando?
Attualmente sto lavorando per un progetto che inauguro il 16 di Settembre, presso l’Istituto Cervantes di Palermo; è solo l’inizio di un progetto, dal titolo “Clorinda”, che porterò avanti fra Buenos Aires e Asuncion.
“Clorinda” è un progetto che affronta temi legati agli stereotipi multiculturali attraverso il concetto di identità e confine. Per l’occasione ho progettato una installazione che si sviluppa intorno all’idea di “membrana”, una membrana che suda e che in qualche modo elabora in materia il senso della negoziazione dell’identità, permeabile e traspirante; il lavoro parte da queste “membrane” di terracotta (contenitori/cantari) che subiscono un attraversamento d’acqua, simbolo del passaggio di confine. Il progetto vede la collaborazione di Alessandro Aiello di canecapovolto che a partire dalla mia idea elabora una reinterpretazione delle immagini tramite una visione europea; all’interno dello stesso progetto Fernando Moure presenta un’altra prospettiva che vede protagonisti opere di artisti audiovisivi paraguayni.

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(1) Nelida Mendoza, courtesy dell’artista
(2) Nelida Mendoza, Alice, marmo bianco di Carrara, 2003, memoria, Spagna, Courtesy dell’artista
(3) Nelida Mendoza, Alice, marmo bianco di Carrarra, 2003, courtesy dell’artista
(4) Nelida mendoza, Memories, mixed media, 1998, Palermo, courtesy dell’artista
(5) Nelida Mendoza, Clorinda, Terra cotta e acqua, 2013, courtesy dell’artista

Contributo pubblicato il 26/08/2013