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Un’analisi cialtrona delle esperienze culturali nella Moda

dagli anni ‘90 al Gucci Fest

 

La fine degli anni ‘80, per la storia della Moda, ha rappresentato il canto del cigno delle piume di struzzo.

La Moda ha, infatti, fatto di tutto, e anche più di tutto, affinché dismettesse ciclisti e paillettes, emancipandosi da mitomanie, cinismi impudenti, frenesie e pose effetto speed, e soprattutto affinché si emancipasse definitivamente da quell’attitudine macchiettistica alla fatuità tracotante.

Gli anni ’90, che si aprono, in Italia, con quelle Notti Magiche presto rabbuiate da una disfatta calcistica definita il più grande “strazio” di sempre, dovevano lasciar presagire un ritorno all’introspezione della sconfitta, all’urgentsa di farsi delle domande, per trovare risposte sbagliate dentro di sé.

A quel punto, riavutasi dall’hangover e dalla fattanza giovanile, la Moda decide di schiarirsi la voce, ricomporsi, abbandonare cotonature arancioni, scapigliature a luci rosse, e indossare composti blazer sartoriali, prendere la laurea con triplo bacio in fronte e darsi al più “puzzone” dei club del libro.

Nell’Arte contemporanea individua subito una sorta di cugino dandy, sufficientemente glamour e non stucchevolmente colto, che la introduce agli opium den, de ‘ncerto livello.

Ed ecco che Franca Sozzani traghetta VOGUE in un mare magnum di talenti che impastano nuove nozioni visive, attinte spesso dal dizionario dell’Arte.

A quel punto, la rivista comincerà a chiamarsi magazine ma, soprattutto, diventerà un deleuziano e post-modernissimo catalogo di fotografia contemporanea.

Da lì, un climax di impegni civili e religiosi; un matrimonio felice, non privo di scappatelle, quello tra l’Arte e la Moda che, tra alti e altissimi, celebrano già nozze d’argento con orchestrina e balli del mattone, in froufrouissime balere con “maurizi cattelani” alla consolle.

A sancire la fusione, un mecenatismo fashionista basato sul sistema delle fondazioni.

In principio fu la Fondazione Cartier che, oramai smaliziatissima, comincia persino ad annoiarsi e a sbuffare con l’arte e, arrotolando i capelli fra le dita, guardando l’orizzonte, sogna di spingersi oltre, oltrissimo:

  • Assistant??? Qual è la cosa più creativa e dolcemente complicata che esista?
  • La Matematica, madame;
  • Perfetto: invitate la Matematica a cena, s’il vous plait!  

Sarà tutto un fiorire di fondazioni e impegni a supporto delle cultura alta: dalla Fondazione Vuitton (gruppo LVMH), alla Fondazione Prada, Fondation Pierre Bergé e Yves Saint Laurent, Fondazione Nicola Trussardi, Fondazione Benetton, Fondazione Ferragamo, passando per Fendi, per l’impegno di Tod’s, per quello di Brunello Cucinelli e inciampando, anche, nei vari Premi Furla.

Quindi arriviamo ai nostri giorni con uno scafatissimo Gruppo Kering, l’Asso piglia tutto del fashion system, supermega holding, antagonista di LVMH che, oltre ad assorbire e salvare dal baratro molti brand Italiani e internazionali che hanno fatto la storia della Moda,  si impelaga in sfide,  tutte vinte soffiando sulla canna del fucile con una smaccheria che manco Clint Eastwood diretto da Sergio Leone.

Kering ha innumerevoli mission, queste mission spesso diventano missioni ecumeniche: alfabetizziamo quei rinco della GenZ? O, più romanescamente, “vogliamo dà na curtura a sti regazzini?”, si dirà in Kering Marketing Department.

I suoi apostoli sono Balenciaga, Bottega Veneta con la sua residence per artisti, rigorosamente emerging, e, infine il brand eletto, GUCCI.

È questo il beloved Apostle del Gruppo Kering, cui vengono rivelati sul monte Sinai i dieci comandamenti per guccificare il mondo e che pertanto, attualmente, interpreta meglio l’esprit cialtrone del nostro tempo. Cialtrone, secondo il tag calzante codificato dal dimenticatissimo Tommaso Labranca. Cialtrone, nella stessa accezione intesa da Gillo Dorfles, quando parlava di Kitsch in termini di simulazione di esperienze culturali.

All’ufficio Marketing& Merchandising di Gucci si sta, infatti, come nella decapottabile di Viaggi di Nozze, con Manuela Arcuri che esibisce “n’ascella si n’ascella no” e Ivano che, con apatica e prosaica saviezza, ne smonta subito l’ingenuità, con “Du anni fa l’ha fatto gggià curteni (ovvero Curtney) Love”. 

Tra provocazioni e stereotipi culturologici, Gucci approda, in piena pandemia, a un “Manifesto programmatico” (di cosa non importa), messo in mano ad Alessandro Michele :“Appunti dal silenzio”.

Niente più seasons nella Moda, né fashion show a tutti costi: “i tempi li decido io, quando voglio io e come voglio io”, annuncia  il Re Sole di Gucci. Così, tira fuori, dallo scrittoio regio del suo studiolo, la sceneggiatura/sinfonica per clavicembalo, scritta con pennino piumato, a quattro mani  con Gus Van Sant: (archi, per favore) ed è subito s e r i e. Una miniserie sinfonica distillata in sette episodi attraverso cui viene presentata la Spring-Summer Collection 2021.

Alessandro Michele è genuinamente anzi “ meravigliosamente”, come direbbe egli, animato dal desiderio, spesso consumato, di nutrire nostalgie per tempi e epoche mai vissute, ricorrendo a quel sentimento very popular che trafuga “ preziosità” dalla baulistica del tempo. Così armeggia con anticherie di ogni sorta e bottini da rigattiere, spesso, proprio come quest’ultimi, brutalizza  stemmàrie aristocratiche, paggéttami rinascimentali, object particulier,  collezioni di api e apine, insetti e insettini,  serpenti e serpentelli, sovrapponendo, così,  lustri, decenni, epoche, storie, significati, tempi, feticismi e tutte-cose,  proprio in #contemporary #mood.

L’esito è un Deyrolle parigino in formato collezioni pret à porter, anzi no, in formato univerZso Gucci, come direbbe il nostro adorato delfino di Francia.

Nelle sue creazioni confluiscono oniricamente: cianfrusaglierie vintage, ceramiche nonnesche, florealistica in the sky with the diamonds , pizzi,  fiocchi primonovecenteschi, ori, incensi e mirre, sete e damaschi, shakerati con street e skate culture.

In tutta questa babele semantica c’è un assolutismo contemporaneo, un’aderenza puntuale ai ritmi battuti dal metronomo di questo tempo. Tempo piglia tutto. Tempo cettolaqualunque. Non un Tempo timeless ma un tempo che non ha tempi da perdersi.

Ma torniamo alla Serie: il titolo si preannuncia solenne: “ Ouverture of something that never ended”

Intendo presto quanto il titolo sia didascalico. Si tratta di un temibilissimo avvertimento per i primi episodi: “10 minuti di noia che never ended”.

Noto subito che si fa largo uno  sperticato show-off di “ grandi temi del nostro tempo”.  La fluidità di genere, ergo il genderless, poi la fluidità di genere e il genderless, e infine  anche la fluidità di genere tra flussi di coscienza autoreferenziali.  Ditirambi in corsia. Un rilancio alla cialtronata più alta, con effetto Fantozzi che rilancia le quotazioni di un’ asta cui partecipa solo lui.

La dimensione vorrebbe essere surreale, ma di surreale, à mon àvis, non c’è che l’intenzione di esserlo che fa cilecca.

Il tutto interpretato da super guests dell’UniverZso popular, con punte altissime di horror vacui toccate da Achille Bonito Oliva che sciorina massime degne di un Virgilio,  a un Harry Styles  che ha la verve partecipativa di un Dante sotto acido.

A onor del vero, gli ultimi episodi sono una goduria di suoni e visioni sublimi. Le collezioni Gucci regalano autentiche palpitazioni. Non so se salveranno mai il Mondo ma sicuramente lo estetizzeranno molto.

Il sublime incede impetuoso e con Wagneriano, per la verità Beethoviano, crescendo, culmina nella maestosa, grande grandissima  bellezza della Città Eterna: un’ammazing Roma.

Adesso, il mio cialtronissimo e apocalittico atto di giudizio fortunatamente non fa testo.

Insomma “Overture that never ended” è un esperimento che non fa male a nessuno e che probabilmente vuole solo insinuare il dubbio ” certo, certissimo, anzi probabile” che il fashion show sia  da ripensare, come direbbero le autorità morali, ce ne fosse una.

E, in fondo, Alessandro Michele e i suoi abbietti ai lavori,  se non sono gigli sono pur sempre figli, che hanno sicuramente il merito di ambire  a riscrivere la Magna carta della moda.

La Moda, tuttavia, se fosse un Paese sarebbe il Regno Unito, il Paese che più fra tutti sperimenta, osa, rivoluziona ma che si regge su un atto di costituzione scritto nel 1250, che è la Magna Carta, appunto. E che si chiama ancora Regno, denominazione territoriale scomparsa persino dalle fiabe di Andersen. Il contraltare di chi appare estremamente sensibile al nuovo è rappresentato da questo ancoraggio ostinato a strutture antichissime. Magna Carte, etichette, nobiltà, monarchie e altre anticherie. La moda è refrattaria alle rivoluzioni perché la sua continua mutevolezza poggia tutta su strutture immobili. É attraverso queste ultime che la Moda può riconoscere sé stessa tutte le volte che è già diventata qualcos’altro.

Sono sempre le sacre scritture a indicarci, a questo punto, la via, la verità, la luce,  divincolandoci dagli aneliti rivoluzionari del nostro grande delfino, Gucci XV: come recita la mia bibbia, dal vangelo secondo Tancredi (Gattopardo, versetto 156), la Moda riesce sempre a non cambiar nulla facendo in modo che tutto cambi.

 

VIDEO

–> Episodio 1: At Home | Silvia Calderoni e Paul B. Preciado | Ouverture Of Something That Never Ended
–> Trailer Episode 1 | At Home | Ouverture Of Something That Never Ended