How Might We | Fuorisalone TV 2020

Di Anna Papale

 

Umberto Eco aveva spesso riflettuto sull’idea di un museo con una sola opera d’arte. Sebbene i presupposti siano diversi, in un momento di riflessione introspezione come quello in cui si ritrova adesso il sistema dell’arte nasce il desiderio di esplorare le potenzialità del contemporaneo. L’idea che presentiamo è quella di Martina Grendene e Giulia Restifo di That’s Contemporary, le quali sono state invitate a collaborare come cultural partner del Fuorisalone nella sua edizione digital 2020. La rilevanza internazionale dell’evento infatti non poteva permettere la cancellazione totale della manifestazione ed è per questo che “il digitale si è dimostrato un valido  strumento per assicurare una continuità nella progettazione e nella divulgazione di contenuti di valore” ci spiegano le due ideatrici. Il ricorso alle nuove tecnologie, in particolare alla realtà virtuale è scaturito dalla necessità, di fatti dal loro punto di vista, non si pone come sostitutiva all’esperienza fisica bensì “strumento importante per incuriosire nuovi pubblici, ad esempio quelli che familiarizzano maggiormente con il virtuale”. Ma cerchiamo di capire di cosa si tratti. Sulla scia dell’esordio con il pensiero di Eco, le due curatrici hanno pensato di mettere in dialogo arte e design, in un rapporto di simbiosi, il cui maggior nutrimento è tratto da una narrativa in realtà digitale. Tre artisti (Ruben Brulat, Cristobal Gracia e Kate Groobey) sono stati ‘immersi’ nella virtual reality creata dal set design e la direzione creativa di DOMANI STUDIO e le musiche di Giovanni Ferretti guidata dalle citazioni di tre celebri designer (Gae Aulenti, Gio Ponti e Ettore Sottsass). La speculazione che precede la sperimentazione di HOW MIGHT WE deriva da una delle metodologie di ricerca messe in atto dal Design Thinking per generare domande, dubbi, stimolare la creatività. I tre racconti sono scanditi dai momenti della giornata, alba, mezzogiorno e sera, riflesso delle fasi dell’evoluzione della vita e del pensiero.

Le due ideatrici relativamente al progetto che vede dialogare l’arte attraverso i lavori degli artisti, il design con le citazioni i designer che si sono occupati della realizzazione dei video in realtà virtuale, e infine le gallerie che hanno permesso la nascita del progetto dichiarano: “Con le gallerie Ncontemporary, Viasaterna e Ribot abbiamo condiviso lo studio dei lavori degli artisti coinvolti, ponendo l’attenzione su un’opera d’arte attraverso la quale raccontare la ricerca e  l’immaginario di ognuno, trovando in questi lavori profonde riflessioni e stimoli che testimoniano, ancora una volta, l’importanza dell’arte nel  generare visioni diverse capaci di aprire nuovi scenari sul mondo che viviamo. Con i designers coinvolti, abbiamo lavorato attraverso una condivisione di intenti, lasciando la libertà necessaria allo sviluppo di una personale interpretazione delle tematiche affrontate attraverso le tre citazioni e le opere.”

Il primo video realizzato in partnership con la galleria milanese Ncontemporary dall’artista Ruben Brulat (Laudun, 1988), deriva dalla riflessione sulla citazione di Gae Aulenti: “Spesso è più utile vedere poco per indovinare molto, per immaginare: se non vedi i limiti di una stanza in penombra la puoi immaginare e sentire molto più grande”, che ricorda la resistenza e la capacità della nostra immaginazione. Come lo scenario pensato per accogliere il lavoro Cimes aux pas subtiles (2013), roccioso e fragile a un tempo. La fotografia è frutto di una ricerca performativa che ha avuto luogo in Nepal, in cui l’artista indaga il senso dell’esistenza e dell’interazione tra corpo e ambiente – in linea con i precetti del design – durante il viaggio compito senza prendere nessun aereo attraverso Iraq, Iran, Afghanistan, Tibet, Indonesia, Giappone e Mongolia. L’esito dell’itinerario è raccontato in una serie di scatti evocatori del peregrinare e delle sensazioni vissute.

 

Il secondo video realizzato in dialogo con Viasaterna e si apre con la citazione di Gio Ponti: “Il materiale più resistente nell’edilizia è l’arte“, che ci ricorda come l’arte possa sopravvivere anche al periodo tremendo che ha vissuto. L’artista Cristobal Gracia (Città del Messico, 1987) inserisce il suo lavoro G.E.A., 2020  in un contesto archeologico che trasmette l’idea di resistenza dell’arte nonostante i mutamenti. L’indagine narra le possibilità di pathosformel del paesaggio, o meglio della morfologia della cultura attraverso i secoli, dal Rinascimento ad oggi, intesa come terza natura; riflessioni che l’artista ha mandato avanti durante la residenza presso Bikini Art Residency sul lago di Como.

 

 

Infine lo spazio virtuale, costruito in collaborazione con Ribot gallery spetta al lavoro di Kate Groobey (Leeds, 1979) accompagnata dalla citazione di Ettore Sottsass: “I colori sono come le parole, con i colori si possono raccontare storie” che sancisce il legame tra le due discipline, arte e design. Il lavoro Under siege (2018-2019), inserito in un coloratissimo porticato è il risultato finale di un viaggio in Giappone e della scoperta della leggendaria statua della dea della Miseriscordia Seniu Kannon. I dipinti ritraggono la divinità femminile con i tipici attributi, strumenti necessari per applicare la sua protezione sui fedeli. L’artista si focalizza sul tema dell’essere donna e la conseguente necessità di proteggersi al meglio dagli altri e, da se stessa.