La FOU RESTA dell’Apocryphal Gallery

Intervista e recensione

di Bianca Basile

 

PRIMO ATTO: Intervista a Mario Nalli, artista romano nel progetto da lui ideato, Apocryphal gallery, una “finta” galleria in cui organizza vere e proprie mostre in miniatura, cui il pubblico può accedere esclusivamente su Instagram.

 

Come nasce Apocryphal gallery?

Nel periodo natalizio è mia tradizione fare delle miniature, delle piccole opere da regalare a pochi intimi, mi piace fare questo gesto come buon augurio. Un giorno ho messo insieme varie miniature, le guardavo tutte insieme. In quell’istante mi è venuta l’idea di costruire una piccola galleria per questi piccoli formati, era nata in me la curiosità di vedere come uno spazio simile al vero potesse dare l’impressione che le opere vivessero in una vera galleria con dimensioni e rapporti simili a quelli della realtà. Così nel febbraio del 2019 mi sono messo a lavorare intorno a questa idea. Ho realizzato solo la base e poi successivamente ho costruito dei moduli mobili in modo che si potessero intercambiare gli ambienti e potessero apparire varie stanze nella stessa galleria. Una volta costruita la galleria in miniatura per piccole opere mi sono accorto che l’effetto era efficace e me ne sono innamorato. Finalmente anche le miniature avevano una galleria dove essere esposte.

 

Perché aprire la galleria su Instagram? In questo tempo?

Il corona virus ci ha chiuso in casa, gli artisti non hanno più la possibilità di esporre, allora ho pensato di mettere a disposizione questa piccola galleria e dare visibilità alle opere piccole, in un tempo chiuso come quello che stiamo vivendo. Mi sono chiesto: allora posso fare delle piccole mostre? E dove posso renderle visibili? Qual è piattaforma social più idonea se non Instagram? Per questa ragione ho messo a disposizione degli artisti questo mezzo, per non fermare l’esperienza espositiva.

 

Per quale motivo viene chiamata Apocryphal gallery?

Apocrifo e tutto ciò che non è autentico: la galleria è “falsa”, non rientra nel canone comune delle gallerie con spazi espositivi tangibili. Mi interessa nascondere le dimensioni della galleria e delle opere, lasciare un velo di mistero. Poi nel privato l’autore può liberamente svelare le misure dei suoi piccoli lavori.

 

Qual è l’obiettivo di questo progetto?

La miniatura per sua stessa natura si nasconde, non irrompe per dimensioni nello spazio, ti costringe a cambiare la posizione dell’osservazione. Da questa premessa nasce l’idea dell’Apocryphal gallery che vuole cambiare il punto di vista della prospettiva di fruizione, cambiare l’impatto emotivo con un nuovo modo di percepire il piccolo formato. Quindi l’Apocryphal gallery funge da lente d’ingrandimento spingendo lo sguardo dello spettatore a non modificare posizione per la lettura completa delle piccole opere. Le miniature sono ritenute di solito un genere artistico minore e in linea di massima la miniatura (così chiamata per via del suo colore rosso, il minio) veniva usata con il solo fine decorativo all’inizio del libro o di un capitolo; per questa ragione veniva relegata all’ultimo posto nel linguaggio artistico. Lo scopo dell’Apocryphal gallery è di esaltare uno spazio irreale falsando la percezione e la visuale in piani diversi e fuori dal comune e falsando le dimensioni dell’opera, sottolineandone tutte le sue peculiarità. Chi usufruisce sarà illuso, vedrà le opere diversamente dal solito. Vorrei lasciare lo spettatore con il fascino del mistero. Solitamente gli artisti per realizzare una mostra si confrontano con lo spazio e per familiarizzare con esso, entrano, camminano, gli girano intorno, si rapportano, spostano lo sguardo, alzano e abbassano gli occhi, cercano un suggerimento e attendono con pazienza che lo stesso luogo gli doni la giusta ispirazione dei formati e dei contenuti. Ecco allora che l’artista è convocato a misurarsi in una dimensione diversa, mettersi in gioco in uno spazio fuori dal comune, “falso”, ad interrogarsi e ri-progettarsi in una galleria inusuale, fuori da ogni canone di spazio espositivo. Sono consapevole che l’artista deve decisamente cambiare il ragionamento e pensare al piccolo formato sotto una nuova luce. Invito dunque a una nuova scommessa, e chi sa se forse porterà a nuovi stimoli e a risultati inaspettati.

 

SECONDO ATTO: Fou resta, l’esposizione personale di Federico Aprile

La ricerca di Federico Aprile (1989) è fondata su mesi di appunti, di riflessioni, di forme, raccolte in uno sketchbook che poi si concretizzano in diverse tecniche. L’argomento cromatico nel suo percorso ha avuto una particolare evoluzione: dal verde esclusivo Aprile è passato al totale rinnegamento del colore: l’accostamento del bianco e del nero costituiva la metafora della coesistenza inscindibile di due concetti-perno, memoria e delitto. Nell’ultima fase della sua ricerca, in assonanza a una riflessione sul tempo l’artista ha riaccolto lo spettro cromatico sui supporti prescelti. Il nero emerge sul bianco come “punto e a capo” di un capitolo terminato, mentre il colore interviene raccogliendo il testimone del passato e portandolo nel tempo delle possibilità. Fou resta è proprio la pacificazione dell’horror vacui nella foresta immodificabile del passato; rappresenta il momento di rivelazione di qualcosa di presente e conosciuto, un’àncora offerta alle possibilità.

Nel progetto espositivo per Apocryphal gallery, l’artista ha accostato due tecniche: stampa e pittura. Fresca, immediata, immodificabile pur nella sua reiterabilità, la prima; complementare nella morbidezza, nei tempi dilatati di progettazione, la seconda. L’inizio meccanico e casuale, la fine morbida e controllata.

Lavorando al progetto Aprile ha sentito come dilatati i momenti peculiari del suo processo produttivo: il controllo e il caso. Il minuscolo formato ha costituito una sfida al suo modo di procedere: convertire un pensiero in uno spazio di difficile capienza ha comportato un controllo decisamente maggiore rispetto al solito nella progettazione. Il casuale è stato di fatto lasciato tutto all’esperienza, l’autore ha dovuto seguire a distanza l’allestimento: dall’approdo dei lavori alla loro trasformazione espositiva, affidandoli a una scatola da scarpe, al corriere e infine al curatore mai conosciuto in presenza. L’atto di esporre è difatti parte della creazione dell’opera; il curatore è in realtà artista anche lui e i lavori si sono rivelati progetti di un’opera complessiva.

L’acmé dell’apocrifo è raggiunto dalla piattaforma effettiva di fruizione: l’inquadratura, l’abitudine a vedere riprodotti in fotografia i classici spazi espositivi ingannano l’occhio della mente e trasformano una minuscola scenografia in una galleria in stile white cube.

Il trompe l’oeil è la firma di Mario Nalli: recentemente ha creato Sequenze romane, una serie di video diffusi su Instagram dove omaggia la capitale portandole dei fiori su tela o su tavola. I lavori appaiono inizialmente a tutto schermo, per poi rivelare la loro microscopica dimensione attraverso il rapporto con le sculture e le architetture capitoline su cui vengono appoggiate. La vera protagonista è difatti la città: in descrizione ai lavori 10 x 10 cm, olio “su dito”, non si fa cenno ai fiori ma ai luoghi che omaggiano e con stesso criterio è stata scelta la musica che accompagna i video. L’artista ha voluto ricambiare la magia di Roma con una convincente illusione.