Festival di ri-creatività
di Giulia Crisi

Dall’11 al 14 Luglio 2013 negli spazi di Forte Marghera, Mestre, è andata in scena la quarta edizione di Schiume Festival progetto a cura dell’associazione culturale LaPeriferia.
Conversiamo con alcuni dei suoi componenti per farci raccontare del Festival e del loro modo di agire la cultura.

Schiume: Festival sì ma fuori circuito
Irene Liverani: Schiume Festival nasce nel 2010 dall’idea di cinque studenti al corso di laurea specialistica in Scienze e Tecniche del Teatro dell’Università IUAV di Venezia. Anno dopo anno siamo cresciuti: abbiamo costituito l’associazione culturale laPeriferia; già dal secondo anno i progetti ospiti al festival vennero selezionati tramite bando aperto. L’emigrazione della maggior parte dei componenti dell’associazione si è rivelata un’opportunità per il festival: ha fatto sì che si aprisse all’estero diventando un evento europeo. Schiume si pone come obiettivo primario quello di promuovere progetti non inseriti nei circuiti ‘ufficiali’ del teatro sperimentale italiano. Crediamo infatti che siano necessarie, in Italia, piattaforme nuove, che aprano a progetti emergenti o comunque non assodati. C’è bisogno, più di ogni altra cosa, di sguardi nuovi, che elaborino questa realtà – una realtà difficilissima per i giovani, traumatica, ma che, allo stesso tempo, offre grandi possibilità di cambiamento. Altro obiettivo fondamentale è quello di creare una rete europea. Crediamo che restare unicamente legati al territorio non serva a nessuno. Promuovere un gruppo nel suo stesso territorio di appartenenza diventa spesso un ‘lanciarlo in alto’, come ha detto Branko Popovic. Cerchiamo di promuovere progetti sperimentali, coraggiosi, provenienti da ovunque. Ancora più che la vetrina, ci interessa la comunicazione tra progetti e tra gruppi, la commistione. Per questo invitiamo tutte le compagnie a trattenersi per tutta la durata del festival, in modo da conoscere gli altri progetti e gli altri artisti ospiti, dare il via a nuove collaborazioni e reti.

Schiume è sostenuto dall’Assessorato alle Politiche Giovanili e Pace del Comune di Venezia, dal Dipartimento della Gioventù. E’ un caso felice di sostegno e promozione di giovani idee in un paese in cui le correnti sembrano andare in direzione contraria. Alcuni di voi si sono spostati dai comuni di nascita per lavorare, anche all’estero, che idea avete maturato in merito alle politiche giovanili e soprattutto che modi immaginate per poterle rendere più efficienti?
Irene Liverani: Parlare di politiche giovanili in Italia oggi sembra un’esagerazione. Nella nostra esperienza, a livello locale abbiamo incontrato organizzazioni e persone attive ed entusiaste, che hanno supportato il progetto di Schiume, dandogli fiducia. Parliamo di istituzioni, ma anche di altre associazioni e reti, come per esempio le realtà attive a Forte Marghera: C32 Performance Space, Cantiere Corpo Luogo, Eventi Arte Venezia…
Non sono mancate, purtroppo, esperienze molto frustranti con altre istituzioni. A mio avviso, parlare di crisi è fuorviante. Se i progetti emergenti, se l’associazionismo culturale in Italia ha vita durissima, non è per colpa degli eventi degli ultimi cinque anni, ma a causa di quelli degli ultimi trenta, di un sistematico smantellamento di ogni forma di cultura che non sia cultura di massa. Questo ha spinto molte persone a emigrare in cerca di un riconoscimento della propria professionalità e del valore dei propri progetti; nel tentativo di sfuggire alla doppia umiliazione di essere trattato come un eterno studente che deve imparare a ‘cercarsi un maestro e andare a bottega’, e di sentirsi ripetere, implicitamente o esplicitamente, che il proprio lavoro è inutile, un hobby oneroso in una società che deve pensare alle ‘cose concrete’. Questa convinzione è il vero grossissimo problema delle politiche giovanili, se esse ancora esistono.
E’ importantissimo promuovere i progetti emergenti. Se mancano i soldi, si può comunque farlo in altre forme. Garantendo spazi, per esempio – di spazi inutilizzati, da riqualificare, ce ne sono tanti. Spazi per la ricerca, dove stabilire laboratori permanenti, spazi per gli eventi. Dando spazi alle iniziative artistiche, si otterrebbe una situazione win-win: i progetti artistici potrebbero avere stabilità, una base concreta e sicura da cui costruire (e questo, semplicemente, basterebbe a trattenere molti giovani artisti in Italia). Dall’altra parte, queste compagnie riqualificherebbero gli spazi a loro conferiti, accrescendone il valore, senza che l’opera di riqualificazione gravi sulle istituzioni. Seguendo questa via virtuosa e molto sostenibile, le politiche giovanili potrebbero fare tutoring a questi progetti – trasmettendo competenze di fundraising, assistendo le compagnie nella compilazione dei bandi.
Se in Italia si fa fatica a fare ricerca, è perché mancano le condizioni per farla.
Prima ancora dei finanziamenti, è importante ricevere creativi spazi, supporto, rispetto: risorse indispensabili per esistere e crescere.

Tra gli obiettivi del vostro programma si legge: “Riqualificare spazi pubblici come luogo di incontro e di produzione di Cultura”. Come l’arte può rigenerare un territorio? Mi raccontate qualcosa del luogo in cui Schiume va in scena, ovvero Forte Marghera?
Alessandro Vincenzi : Nel caso di Schiume l’arte non rigenera direttamente un territorio ma funge da campanello d’allarme, segnala la presenza di uno spazio in stato d’abbandono e chiama ad adunata il pubblico che diventa spettatore di una situazione di degrado (o di potenziale crescita). Attraverso questo richiamo e la propaganda che Schiume fa all’insegna del recupero, si invita indirettamente il cittadino a prendere atto dello stato attuale del Forte. L’arte può rigenerare un territorio se crea partecipazione e interesse per lo spazio in questione. E’ un lavoro che richiede crescita, precisione e costanza.
Con il termine “Crescita” intendo che il progetto deve ogni anno cercare di restare al passo coi tempi, catturando l’attenzione dei giovani e dimostrando agli adulti l’effettiva serietà di esso.
La “Precisione” è il miglioramento di un’ Associazione Culturale: raggiungere gli obiettivi preposti e rinsaldare l’ operato con l’efficacia dell’organizzazione e della pianificazione di un evento.
La “Costanza” è il tempo che si dedica al territorio in cui si attua una manifestazione culturale. Nel nostro caso, “costanza” è proporre annualmente Schiume con un’etica immutata circa l’uso dello spazio di cui disponiamo.
Lavoriamo da quattro anni a Forte Marghera e abbiamo crescere gradualmente il numero di visitatori, grazie anche al recupero e restauro di spazi in disuso e al coinvolgimento culturale e gastronomico che questi nuovi edifici permettono. L’area offre l’opportunità di trascorrere giornate nel verde, in mezzo alle piante che hanno recuperato spazio prevaricando sulle architetture (siano esse di cemento, come alcuni capannoni del XX secolo, oppure in mattoni come le vecchie caserme o le polveriere). Lungimirante sarebbe per noi un progetto che non tolga spazio al verde già presente, anzi, che lo conservi e lo renda meno inospitale; a questo si aggiunga la possibilità di recuperare quelle strutture non diroccate: così si potrebbe iniziare a parlare di “parco urbano della ri-creatività”.

Sempre nel vostro programma usate parole come “Co-creare”, “rete”, “conversazione aperta”, che valenza ha nel 2013 l’associazionismo culturale?
Simone Montella: La situazione economica globale e in particolar modo Europea ha trasformato nell’immaginario collettivo i tagli alla spesa pubblica nel settore culturale in una “necessità”. Preferiamo rispondere a questa cecità politica e culturale non solo con le ragioni della protesta ma anche con soluzioni, sperimentazioni e alternative possibili. Fare “rete” significa moltiplicare le risorse creative e le possibilità di sviluppo artistico ed economico dei progetti culturali. Fare Associazionismo cooperativo significa pensare a un modello di sviluppo delle imprese culturali che sia sostenibile e allo stesso tempo svincolato dalle ragioni del profitto e del clientelismo che alimenta i sempre più esigui volumi di spesa pubblica cui le imprese culturali riescono ad attingere. I tagli alla spesa pubblica nel settore culturale non sono solo colpa dell’ignoranza dei nostri Governi ma anche della incapacità di rinnovarsi dell’industria culturale del paese, abbattendo privilegi, sprechi e corruzione. La cultura, come molti altri settori produttivi, non è esente da queste pericolose derive.
Schiume e La Periferia sono una sperimentazione giovane ma anno dopo anno il nostro progetto culturale vuole sempre più svincolarsi dalle vecchie logiche dell’industria culturale Italiana e avvicinarsi all’idea di pensare e realizzare realtà culturali cooperative, professionali, sostenibili e socialmente utili.

Il tema che avete scelto per la quarta edizione del festival è il Displacement, inteso come spostamento fisico o metaforico, disorientamento o ancora possibilità di trasformazione. Come si è modificato attraverso le interpretazioni delle compagnie invitate e le parole di chi ha partecipato ai dibattiti aperti?
Carlotta Scioldo e Margherita Mauro: Nel caso del displacement, più che di tema si potrebbe addirittura parlare di condizione, intesa sia come stato dei fatti sia come condizionamento. Il displacement è difatti la condizione d’esistenza di Schiume, un festival che per 10 mesi l’anno cresce nella dimensione virtuale di Internet. Schiume può essere considerato come la proposta di un gruppo di artisti che non intende servirsi del festival per mostrare i propri lavori, quanto piuttosto per ragionare insieme ad altri artisti su possibili traiettorie di ricerca e collaborazioni.
Quest’anno il festival ha ospitato sia pratiche artistiche che si proponevano come displaced, sia performance e installazioni in cui il displacement veniva proposto come argomento. A partire dal lavoro del collettivo Volvon che si disloca dalle sale prove teatrali per invadere i luoghi urbani e permettere che il materiale performativo nasca in relazione con il tessuto metropolitano, fino alle interessanti riflessioni proposte dall’artista Isabella Bordoni. La riflessione sul displacement come rinegoziazione di identità personale e di territorio è invece stata esplorata dalle video installazioni di Isabel Lima (in cui re-enactment di rituali displaced crea nuovi significati così come arcaiche domande) e dalla performance di Future Mellon (in cui la periferia di Riga, territorio dolorosamente rimasto senza tracce, si pone come terreno di continua riflessione). La tematica è stata continuamente riproposta sotto forma di domanda da affrontare collettivamente in modo tale da svelarne le diverse angolazioni. Nella conversazione tra il sociologo Francesco della Puppa, la docente di semiotica Tiziana Migliore e l’artista Isabella Bordoni, dopo una mappatura concettuale del displacement nella società contemporanea sono state tracciate nuove prospettive e sinergie come conseguenza del fenomeno di dislocazione.
Se inizialmente il displacement appariva più che altro come un concetto neutro se non negativo, alla luce delle quattro giornate di festival ha invece assunto una connotazione totalmente positiva, di potenzialità. Una potenzialità che è cresciuta all’interno della comunità condivisa ed estemporanea di Schiume, fatta d’incontri formali e informali tra artisti, organizzatori e pubblico.

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(1) Forte Marghera, phElena Capriolo
(2) Gemini Excerpt, dj set, ph Gianluca Francescato
(3) Neil Luck, Notebook, ph Davide Canton
(4) Wziah, Magic Cookie, phGianluca Francescato