Intervista a Emanuela Barilozzi Caruso

di Laura Cantale

 

Emanuela Barilozzi Caruso è una degli artisti in residenza presso l’Archivio di Via Farini la sua postazione collocata all’interno del lotto 15 della Fabbrica del Vapore. Fa parte del primo ciclo e l’abbiamo intervistata virtualmente, in questo periodo di lockdown dal quale siamo da poco usciti. È un’artista visiva con un’esperienza alle spalle che, oltre al percorso accademico (Brera) in pittura, l’ha vista formarsi nel teatro e ha studiato cinema all’Università di Roma Tre. Ha sviluppato il suo lavoro e la sua ricerca attraverso la fotografia, il disegno, l’installazione e la performance.

 

 

In che modo la tua ricerca si sviluppa e quali mezzi utilizzi?

Posso definire la mia una ricerca infinita, necessaria e testarda, fatta di intuizioni personali, da rincorrere disperatamente nel tentativo di svelarne l’intima verità. Ogni opera ha la sua tecnica che sempre più spesso coinvolge il pubblico.

Il disegno e la fotografia, la mano destra e la mano sinistra sono degli elementi costanti. Sono strumenti con cui indago e studio l’essere umano e la sua irrazionalità. Rispetto alla fotografia, il disegno mi consente di dilatare quella porzione di realtà equivalente, nello scatto, a un millesimo di secondo. Nei miei lavori, immagini fotografiche e disegni procedono insieme in modo indispensabile l’uno rispetto all’altro.

 

Come la tua formazione ha influito sul tuo essere artista e, se c’è stato, quale episodio o momento ti ha portato a materializzare la tua visione delle cose (artisticamente parlando)?

Ho studiato recitazione e cinema; poi ho lavorato con grandi maestri e mi sono laureata in pittura all’Accademia di Brera. Credo che quello che ti mette davanti la vita, forse troppo precocemente, sia l’esame più tosto da affrontare. Resistere senza perdere la freschezza e la capacità di amare è vitale, come essere umano e quindi come artista. Senza alcun dubbio il mio percorso psicoterapeutico è a monte di tutte le mie realizzazioni.

 

Quale pensi sia il ruolo dell’arte contemporanea e della cultura in questo periodo di crisi?

Penso alle opere d’arte come inesauribili, imprevedibili e veri e propri esseri umani. L’arte va protetta e deve proteggere dalla stupidità, dalla banalità, dalla normalità, intese come appiattimento culturale e umano. Per riuscire in questo, deve – secondo me ora più che mai – lavorare sulla pulizia e l’onestà che, francamente, manca da molto tempo. Cosí facendo potrà recuperare il rispetto e lo sguardo del pubblico, a volte palesemente preso in giro; bisogna smettere di indagare riflette e provocare soltanto nelle recensioni e nei comunicati stampa. L’arte, in sostanza, ha bisogno di una nuova crisi, che significa separazione, che per me vuol dire movimento verso il nuovo, il diverso. Questo tempo unico, nella sua spietatezza, è un’occasione irripetibile per trasformare e trasformarci; per rifiutare il vuoto, l’amorfo e conservare la tensione vertiginosa intrinseca del bello.

 

Hai partecipato a diverse residenze, parlacene.

In realtà non le distinguo più: mi riferisco sia a quelle passate che riguardano la mia formazione da attrice in Italia e all’estero, sia quelle da artista visiva. Col tempo si sono volutamente trasformate in una misteriosa ed affascinante nebulosa carica di elettricità e sostanze benefiche, che ogni tanto mi piovono in testa e rinfrescano le idee. Le idee mie e di chi mi è intorno.

 

Cosa significa per te l’esperienza in VIR e quale è il tuo lavoro per la residenza in archivio?

L’unica opera, presentata all’open studio a dicembre 2019, s’intitola Un cigno morto nello stomaco. 

 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Una mostra fotografica personale alla quale sto lavorando da anni. Due azioni performative, un’installazione pubblica, due progetti editoriali in collaborazione con una scrittrice (e sorella) cui tengo fortemente e faticosamente. Questi i progetti certi, sicuri, imprescindibili. Nel mezzo una marea di fantastiche distrazioni cui non riesco a dire di no.