Elvis ha lasciato l’edificio – (terza parte)
di Maria Giovanna Virga

Si conclude il ciclo di interviste ai protagonisti della mostra Elvis ha lasciato l’edificio, nata dall’esperienza del Laboratorio di Arti Visive dell’Università IUAV con la supervisione di Alberto Garutti e di Caterina Rossato e inaugurata lo scorso 28 gennaio.
La terza ed ultima parte termina con l’intervista agli artisti Susanna Alberti, Pietro Bonfanti, Lorenzo Commisso, Yulia Knish, Laura Tinti e alla curatrice Rachele Burgato.

(1) Susanna Alberti, Muta panica (2013), installazione, colla vinavil, dimensioni variabili

Maria Giovanna Virga: Parlando della tua opera Muta panica, la definisci come il «residuo di un’operazione». Che valore attribuisci allora alla fase di preparazione della muta?

Susanna Alberti: Considerando che la muta esposta a Palazzo Tito alla fine della mostra è stata affidata alla Veritas (servizio di raccolta dei rifiuti), la “fase di preparazione” è il lavoro vero e proprio. Recentemente mi sono interessata alle tattiche di sfida e sovversione di quell’aspettativa di produzione che il mondo dell’Arte ha nei confronti dell’artista. Muta panica nasce come tentativo di ridare un’utilità altra alla pratica artistica, di svincolarsi dalla semplice produzione dell’oggetto-opera. La muta in sé è solo il pretesto e il residuo dell’operazione.

MGV: Sin da subito sostieni che «il lavoro nasce dalla necessità di placare l’ansia di ottimizzare il tempo»: citando inoltre Jodorowsky, in che modo l’opera propone una “guarigione” da quello stato di ansia che denunci?

SA: La serie di operazioni volte alla realizzazione della muta costituiscono una «psicomagia», così come la definisce Jodorowsky: un atto paradossale, che nel suo apparente deliro porta in realtà a compiere delle azioni più che concrete. L’idea di ricoprire ogni centimetro della superficie del corpo di colla Vinavil può sembrare la realizzazione di uno dei sogni proibiti che avevamo da bambini, e in parte lo è. Nel compimento di questa prima fase, tuttavia, c’è anche la volontà di costringersi al prendersi del tempo per sé, a spostare la propria concentrazione su noi stessi in un gesto di cura che nella sua irrazionalità si rivela estremamente rilassante (provare per credere). Le due fasi successive della realizzazione comportano un’attesa: per “togliersi la muta” occorre aspettare che la colla sia completamente asciutta. Durante questo tempo (dalle 2 alle 4 ore) si è totalmente impossibilitati a fare qualsiasi cosa, rimaniamo soli con noi stessi e siamo portati necessariamente ad arrenderci alla lentezza del processo, rinunciando alla fretta di finire e andare ad occuparci di altro: quello che possiamo fare è sol fermarci e pensare. Il trattenimento forzato in una temporalità rallentata avviene anche nella terza e ultima fase, nella quale ci si “toglie” la muta. Non importa quando sia stata fatta la ceretta: quest’operazione non può assolutamente essere fatta di fretta. Nuovamente si è portati alla calma e compiere gesti dolci verso se stessi.

MGV: Come descriveresti la tua esperienza all’interno del laboratorio di Alberto Garutti?

SA: Personalmente è stato un semestre molto intenso, a volte difficile, proprio per la fase di passaggio che stavo e sto tutt’ora vivendo. Credo che la bravura di Garutti come insegnante sia quella di essere un pessimo insegnante: lui non ti indica né il “come” né il “cosa” si deve fare, ti dà il suo parere di artista e, prima ancora, di persona estremamente sensibile e intelligente. In questo modo ti aiuta ad affinare questa stessa sensibilità ed intelligenza, ma per il resto si è lasciati totalmente a sé stessi, ognuno alla ricerca della propria strada.

(2) Pietro Bonfanti, Monumento a quell’anarchico (2013), performance/ installazione, argilla, acqua, panno, secchio, tavola di legno, cavalletti, dimensioni variabili.

MGV: La tua opera, Monumento a quell’anarchico, racchiude nel titolo due importanti tematiche: l’idea di monumento, inteso come riconoscibilità pubblica di colui che viene rappresentato e di colui che ne realizza l’opera, e di coscienza politica. In che modo per te la non-rappresentazione si può ricollegare ad una posizione anarchica?

Pietro Bonfanti: Quella che apri è una questione molto vasta. Monumento a quell’anarchico potrebbe essere ricondotto alla dimensione della non-rappresentazione, se intendiamo quest’ultima come manifestazione di una negazione dell’immagine affermativa, ma anche varco mentale sul possibile. In questo modo la non-rappresentazione potrebbe essere ricollegata ad una posizione che sarebbe meglio chiamare “dis-posizione”, anarchica: assenza di potere, autorità, gerarchie e ordine prestabilito e, dall’altro, ricettacolo della forma liberata, preludio alla possibilità di cambiamento. In gioco c’è sia la tensione socio-politica attuale, sia una circostanza esistenziale; entrambe, nel tempo critico in cui ci troviamo, si contaminano reciprocamente fino a coincidere.

MGV: Per la presentazione finale del lavoro hai deciso di esporre insieme al panno bagnato che copre l’argilla anche il tavolo ed il secchio utilizzati durante la performance. Quali sono le ragioni che ti hanno portato a questa scelta?

PB: Per la presentazione finale del lavoro ho deciso di esporre anche il tavolo ed il secchio utilizzati durante la performance perché si tratta di un cantiere di lavoro infinito, dove gli strumenti della performance ricoprono un ruolo di primaria importanza per la cura di quell’architettura vivente fatta di argilla.

MGV: Che valore ha avuto per la tua ricerca artistica il confronto all’interno del laboratorio?

PB: Il confronto è stato una delle parti più belle e formative del laboratorio. Cosa rara e importantissima, specifica del laboratorio condotto da A. Garutti: non abbandonare mai il campo, ma allargarlo sempre di più per un’autocritica consapevole, che diviene progressivamente sempre più profonda e aderente al punto di vista che si ricerca. Il confronto è stato un esercizio fondamentale, che mi ha aiutato anche a riconoscere i limiti del pensiero dell’arte istituzionale.

(3) Lorenzo Commisso, La misteriosità dell’evento visivo (2013), video digitale b/n, loop. (Veduta dell’installazione)

MGV: La ricerca che stai portando avanti dal 2012 è caratterizzata dal desiderio di appropriarti, attraverso delle azioni performative, di alcuni dei tratti distintivi degli artisti incontrati durante il tuo percorso di formazione allo IUAV. Puoi raccontarmi come nasce l’opera che rende omaggio ad Alberto Garutti?

Lorenzo Commisso: La mia indagine cerca di delineare i confini tra appropriazione, tributo, plagio, citazione, copia, in un’epoca dove questo confine è mutato nel tempo. La misteriosità dell’evento visivo, che ho scelto come titolo del mio video, è la frase che più mi ha colpito tra quelle citate da A. Garutti durante il laboratorio. Di un prezioso e complesso discorso sul passato, presente e futuro viene riportata solo l’immagine filmica in bianco e nero, che scorre in un montaggio tagliato in modo a-temporale e non cronologico, in cui si vede una discussione fatta su un enigmatico foglio, creando così un fraintendibile scontro o incontro di idee, che il fruitore si trova ad ipotizzare durante la visione del video.

MGV: Oltre all’interesse suscitato dal desiderio di interagire con i protagonisti dei tuoi filmati, ci sono ulteriori aspetti stilistici, linguistici e formali che accomunano questa serie di azioni performative?

LC: In ciascun video c’è la presenza di un dono che io faccio all’artista (nel caso di A. Garutti il foglio bianco con un angolo piegato e una scritta), che è il presupposto da cui parte l’azione performativa e grazie al quale posso entrare in relazione con lui. Ciascuna performance è influenzata dallo stile e dalla pratica dell’artista con cui mi trovo a confrontarmi. Formalmente la regola è di plasmarmi nello stile dell’artista, per poi riuscire a prendere autonomia dal suo linguaggio, pur citandolo a modo mio. L’insieme dei video, diversi tra loro (a colori, in bianco e nero, con o senza audio), forma in questo modo il mio stile, la somma degli insegnamenti che ho ricevuto dai miei maestri.

MGV: In che modo ha influito sull’ideazione e sulla realizzazione dell’opera il confronto con gli altri all’interno del laboratorio?

LC: Tutti all’interno di questo laboratorio mi hanno fatto pensare molto.

(4) Yulia Knish, 44 (2013), video digitale a colori, durata 13′

MGV: In che modo convivono all’interno dell’opera i soggetti chiamati a partecipare e a interpretare liberamente le fotografie con il tuo intervento?

Yulia Knish: Il filo conduttore tra gli intervistati è l’uso delle stesse fotografie analogiche come strumento per immedesimarsi e raccontare attraverso di esse il loro vissuto personale. Sono storie di amicizie, famiglia, perdite, viaggi e spostamenti territoriali per diversi motivi, chi per lavoro, chi per lo studio e chi in cerca di una vita diversa. I soggetti non si conoscono tra di loro, ma tutti si riconoscono in uno scatto o nell’altro. In questo modo viene tracciata una mappatura delle identità di ciascuno o meglio, di una generazione.

MGV: Quali aspetti ti hanno interessato maggiormente dei racconti registrati tanto da inserirli all’interno del tuo lavoro?

YK: Nel video le interviste vengono alternate in modo da sembrare quasi casuale, anche se ogni tanto lo spettatore assiste a racconti diversi che partono dalla stessa immagine. La selezione per inserire specifici pezzi di interviste si basava sulla natura della narrazione che certe immagini suscitavano nei soggetti intervistati: il loro coinvolgimento risultava essere sempre molto diverso. Sono stata molto attratta dall’intensità emozionale di alcuni e dalla razionalità di altri.

MGV: Per la realizzazione dell’opera, che tipo di partecipazione hai avuto da chi frequentava il corso?

YK: La cosa più importante e preziosa è stata il confronto, lo scambio. Mettersi in discussione, a mio parere, è una cosa fondamentale nel nostro lavoro.

(5) Laura Tinti, Giocoforza (2013), installazione, due piani inclinati, black cardboard, acciaio inossidabile, dimensioni: base 70x100x28 cm, scivolo 24x36x30 cm, altalena 18x26x20 cm.

MGV: La tua opera Giocoforza, oltre ad esprimersi attraverso la percezione visiva, fa leva anche sul “gioco” linguistico espresso dal titolo. Da quali intenti nasce la tua opera?

Laura Tinti: Ho sempre visto il parco giochi come un luogo inserito nella realtà, ma in cui valgono regole diverse, come un luogo di distensione e di libertà. Sento la mancanza nei centri urbani di luoghi di svago per gli adulti: l’ebbrezza della caduta e del volo, che si prova sullo scivolo e sull’altalena, è un momento liberatorio che tutti possono provare. Il progetto originale prevedeva un parco giochi per adulti, un progetto utopico (ma realizzabile), il cui intento è quello di far rivivere le sensazioni del gioco come quando eravamo bambini.
Nel laboratorio di Garutti ho ripensato il progetto principale del parco per tutti, trasformandolo in un parco impossibile, miniaturizzato e impraticabile: l’ho chiamato Giocoforza per evocare la mancanza di possibilità di scelta, ovvero un percorso obbligato senza via d’uscita, per via del suo legame con la forza di gravità. Questi giochi funzionano grazie alla forza di gravità e all’equilibrio; ponendoli su un piano inclinato diventano pericolosi e così il parco giochi assume una connotazione paradossale.

MGV: Parlando della tua opera utilizzi il termine «duplicazione»: quale significato vi attribuisci e in che modo lo esprimi all’interno dell’opera?

LT: Credo che il germe della duplicazione sia implicito in ogni lavoro artistico, sia che si riproduca un elemento reale che immaginario, frutto del pensiero dell’uomo. Lo stesso atto creativo è duplicazione di un elemento ispiratore. Per il mio lavoro il punto di partenza è sempre il dato reale, in quanto nei miei lavori effettivamente duplico oggetti compresi nella realtà, apponendovi un attributo o sottraendolo. Credo sia questo che descrive l’operazione artistica (addizione o sottrazione): in questo caso, avendo miniaturizzato degli oggetti abbastanza comuni come un’altalena e uno scivolo (prima aumentando le loro dimensioni del 25% e poi rimpicciolendoli), l’atto del duplicare si manifesta nello specchiare, nel creare una realtà parallela e simmetrica, auspicabilmente migliore del mondo reale. Almeno, questa è la mia ambizione.

MGV: Come descriveresti la tua esperienza all’interno del laboratorio di Alberto Garutti?

LT: Ha insegnato a tutti noi l’importanza del saper presentare, motivare e difendere il proprio lavoro.

MGV: Per la realizzazione della mostra che tipo di allestimento avete pensato, data la natura dei lavori differenti per tematiche e media utilizzati?

Rachele Burgato: L’allestimento è stato pensato per gli spazi di Palazzo Tito in modo tale che ogni lavoro fosse valorizzato per quelle che erano le esigenze tecniche e formali. L’opera di Francesco Nordio, per esempio, ha avuto bisogno di una stanza separata dalle altre, che non fosse accessibile liberamente, mentre le proiezioni video e le installazioni sonore dovevano coabitare in modo funzionale. Credo che l’allestimento sia stato un ulteriore momento di confronto comune.

MGV: Trattandosi di un corso rivolto ad aspiranti artisti, per voi curatori in che modo si sono strutturati il vostro intervento e la vostra partecipazione all’interno del laboratorio?

RB: Forse il laboratorio di A. Garutti non dev’essere inteso come un’occasione per soli artisti, anzi. Riflettendo proprio sulla metodologia proposta all’interno del corso, penso che sia stato un momento fondamentale anche per noi curatori. Il famoso “metodo Garutti” impone di mettersi faccia a faccia con se stessi prima che con gli altri: ti permette di prendere coscienza delle motivazioni che ti spingono a portare avanti il tuo progetto. Soprattutto per un aspirante curatore, un laboratorio come questo permette di sensibilizzarsi verso le difficoltà e le fragilità che un artista affronta nel momento in cui pensa, crea, presenta e difende il proprio lavoro; una sensazione che pochi curatori, forse, riescono a comprendere fino in fondo.
Detto questo, non essendovi stato un solo curatore, ciascuno di noi ha seguito aspetti differenti della relazione con gli artisti: c’è chi ha seguito da vicino la fase iniziale di ideazione dei lavori, chi ha catalogato i materiali, chi si è occupato degli aspetti logistici per la realizzazione della mostra. Tutti sono stati comunque testimoni attenti dell’evoluzione delle opere.

MGV: Il vostro contribuito all’interno del laboratorio in che modo è stato valutato dai docenti e dagli altri studenti?

RB: Spero che da parte degli artisti il nostro contributo sia stato vissuto come un’occasione di confronto e di crescita. Ci sono alcuni concetti chiave, come responsabilità e sincerità, che ritornano spesso nei discorsi di A. Garutti e che spero abbiano influenzato le relazioni all’interno del laboratorio.

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