Intervista a Elettra Gorni

di Bianca Basile

 

Elettra Gorni è un’artista e un’insegnante d’italiano e latino che vive e lavora a Milano. La sua prima esperienza a Via Farini-in-residence è la sua seconda come residenza d’artista, la prima è stata dodici anni fa in Giappone. In questo articolo ci parla delle analogie e delle differenze tra le due esperienze, del fascino per l’Oriente e dell’importanza che questo e il tema del linguaggio hanno per la sua ricerca artistica.

 

Come la riflessione sul linguaggio influenza il tuo lavoro artistico?

Il linguaggio è oggetto della mia ricerca grazie anche alla professione che svolgo, insegnante di italiano e latino: insegnare argomenti linguistici e la grammatica mi spinge a riflettere continuamente sui meccanismi comunicativi ed espressivi dell’essere umano.

Nel 2017, in un momento di mancanza d’ispirazione, ho iniziato a lavorare a una serie di disegni intitolata “Lallazioni”: scarabocchiare, cancellare, riscrivere selvaggiamente sulla carta, stratificando segni e macchie di inchiostro colorato, dava soddisfazione al bisogno che sentivo di staccarmi da un contenuto definito e “nominato” e mi ha permesso di iniziare a riflettere sulle origini del segno e del significato. A quel punto ho capito che avevo bisogno di formazione teorica: per me è sempre importante sostenere il mio lavoro artistico, spesso disordinato, istintivo e preterazionale (nel senso etimologico di praeter rationem) con letture e studi pertinenti. A proposito della riflessione sul linguaggio, trovo particolare ispirazione nella grammatica valenziale e negli scritti di Calabrese e di Agamben, del quale sto studiando alcuni testi dedicati all’analisi filosofico-letteraria come: “Idea della prosa” e “L’avventura”, dai quali sto traendo grande rinforzo per la mia ricerca.

Nel frattempo, dal punto di vista espressivo, sono passata dalle “Lallazioni” del 2017 a lavori di cancellazione, giustapposizione e collage su carta, di medio-grande formato, in cui utilizzo contemporaneamente tecniche diverse come la stampa xilografica, l’acquerello, l’inchiostro sumi e la grafite diluita ad acqua. Questi materiali mi aiutano a costruire stratificazioni portatrici di (non)senso poetico senza utilizzare forme finite o messaggi palesi, perché ritengo che nella nostra epoca siano fin troppo ridondanti. Preferisco il silenzio alla dichiarazione, il processo rispetto alla forma finita, il vuoto rispetto al significato.

Albrecht Dürer, Cy Twombly, Louise Bourgeois, Felix Gonzalez-Torres, Sophie Calle, certi disegni di Raymond Pettibon, di William Kentridge o di Ellen Gallagher ma anche le stampe xilografiche giapponesi di Utamaro e Hokusai, la scultura antica e primitiva, la miniatura persiana sono i riferimenti artistici attraverso i quali intravedo un fil rouge che incontra il mio lavoro, non tanto per lo stile ma per il modo di gestire uno specifico linguaggio in ambiti mediali diversi (incisione, disegno, pittura fotografia).

 

Quali sono i motivi di riflessione che scaturiscono dalla tua passione per il mondo giapponese?

Mi è capitato di vivere per alcuni mesi in Giappone, in particolare nel 2008, quando ho partecipato a una residenza artistica per imparare la tecnica xilografica tradizionale, chiamata “mokuhanga”. Già da prima però, probabilmente sotto l’influsso degli anime che da bambina guardavo in televisione, la cultura giapponese mi aveva conquistata. In Giappone, tutte le volte che ritorno, provo la sensazione di sentirmi a casa: è apparentemente paradossale, perché là non posso parlare la lingua (che non somiglia in nulla alle lingue occidentali con cui, bene o male, riesco sempre un po’ a cavarmela) e incontro usanze e abitudini diverse. Ma proprio al culmine dello straniamento, io sento il senso di casa.

Mi affascinano la natura e la luce in certi momenti del giorno, la convivenza di passato e futuro nel momento presente; a Tokyo si vedono salire su mezzi ipertecnologici persone vestite in abiti tradizionali così come si scorgono templi e cimiteri a fianco di palazzi moderni e hi-tech. Mi affascina lo scorrere del tempo, scandito dalle usanze stagionali: dalle processioni e le danze per le strade, è identificata l’estate, dalla fioritura e dalla sfioritura degli alberi, la primavera e l’autunno, e dalla nascita delle camelie sotto la neve, l’inverno. Il senso di fluttuante precarietà, di perenne cambiamento e ritorno all’origine, così come la ricerca di equilibrio nella trasformazione sono aspetti che mi colpiscono e che ritrovo nelle stampe xilografiche classiche, quelle di Hokusai e di Hiroshige, ad esempio. Molto del mio lavoro di stratificazione e della mia ricerca di silenzio derivano proprio dall’osservazione di queste stampe che, nei loro esempi migliori, sono una summa di conciliazione e di dosaggio del vuoto e del pieno nello spazio. Cito Giorgio Agamben: «L’eterno ritorno è, infatti, un’ultima cosa, ma, insieme, anche l’impossibilità di un’ultima cosa: la ripetizione eterna del chiudersi della verità in uno stato di cose è, in quanto ripetizione, anche l’impossibilità di questa chiusura.» L’impermanenza, lo svanire per ritornare, il chiudersi per riaprirsi mi sembrano motori potenti di ispirazione.

 

“Rotta” sta a “studio artistico” come “disorientamento” sta a “residenza artistica”. Come stai vivendo il confronto costante con gli artisti di Viafarini-in-residence?

Dopo due mesi di partecipazione a Viafarini-in-residence mi accorgo che – sia dodici anni fa, durante la mia prima residenza artistica, in Giappone, sia adesso a Milano – quando sono in residenza artistica inizio a trattare temi geografici.

In Giappone avevo concluso la residenza realizzando una serie di sei stampe mokuhanga a tema “orizzonte”. Qui a Milano mi trovo a dare vita a immagini che somigliano a carte geografiche. Penso che l’esperienza di residenza artistica sia molto preziosa per un artista, perché gli chiede di mettersi in gioco e di “adattarsi” a un contesto che non è quello abitudinario, quasi come si trovasse a fare un viaggio in cui perde l’orientamento si trova a doverlo (ri)trovare. L’effetto sui lavori secondo me non può che essere positivo ed è quello di smarrirsi per ritrovarsi sotto nuove spoglie, grazie al lavoro a fianco di altri artisti, portatori di pensieri diversi, di prassi diverse che magari non condividiamo razionalmente ma che possono diventare uno stimolo sottile e prezioso per guardarsi da fuori e imparare qualcosa di nuovo su di sé e sul proprio lavoro.

 

In copertina: Elettra Gorni 2019, Paesaggio -xilografia monotipica e collage