Memorie dislocate, precarie, individuali, storiche ecc…

Di Anna Papale

 

Domenica scorsa abbiamo avuto il piacere di ritornare nei nostri tanto amati spazi espositivi, in questo caso Attitudes-Spazio alle Arti. La realtà bolognese ha incoraggiato e seguito, durante il primo semestre dell’anno, un gruppo di giovani curatori nel corso intensivo di pratiche curatoriali conclusosi con il progetto Disseminare_festival di memorie dislocate. I partecipanti si sono fermati a riflettere sulle varie accezioni del termine memoria, collettiva e individuale, archivistica e digitale.

Ogni curatore ha avuto la possibilità di incontrare e dialogare sul tema con dieci artisti coinvolgendo così un gran numero di posizioni, pensieri e memorie in sé. I curatori hanno insieme costituito il collettivo curatoriale Loci, il cui punto forte è l’eterogeneità che ha consentito una rilevante diversificazione, riflessa nella scelta degli artisti.

Memoria rinvia automaticamente al rovescio della sua medaglia, la condivisione più o meno voluta. Malgrado oggi sembriamo tutti predisposti ad esporre i nostri ricordi sui social, la mostra evidenzia la zona grigia tra la memoria e la sua condivisione, la scelta delicata che tale dicotomia comporta.

I lavori in mostra sono il risultato della selezione dei lavori già svolti dai dieci artisti da parte dei curatori o realizzati appositamente per il Festival di memorie dislocate.

Il percorso è una carrellata di rimembranze sul significato sfaccettato della memoria, da quella capace di distruggere (Barbara Fragogna, curata da Angela Calderan, Irene Possidente a cura di Francesca Passerini, Faro a cura di Paola Menotto), alla memoria storica che talvolta soffoca talvolta è liberatoria. Il viaggio si estende nel tempo, dalla memoria del machismo e gli effetti sulla comunità LGBT (Francesco De Conno curato da Elena Colden) quella geo-locale che unisce; la memoria familiare (le fototessere di Luca Bartolato curato da Ilaria Sgaravatto) o individuale come l’installazione site-specific di Rebecca Miccio, curata da Bianca Basile, che decide di condividere un lato intimo della propria infanzia, vissuta da ognuno di noi, ma che a volte condanniamo. Punto di forza dell’esposizione è la scelta di accostare due configurazioni opposte della memoria: l’evocativo dialogo che l’artista Valter Cotalini intrattiene con il visitatore che a sua volta guida il gesto e il suo disegno in-progress (curato da Jacopo Cotalini) e l’interpretazione digitale della memoria del collettivo OverFare (curato da Camilla Mesini), di recente formazione composto da artisti eclettici provenienti dall’antropologia alla grafica. I due lavori in mostra sono esemplari dell’ampio ombrello di significato che la memoria possiede, da un lato l’esperienza, e dunque l’accumulo di ricordi di Valter che si confronta con un estraneo e decide di condividere e condensare tutto sulla carta e dall’altro la memoria falsificatrice di un’intelligenza artificiale, la quale accumula data, confusi, seppur ben catalogati. L’installazione è lontana e in contrasto con la poesia dell’incontro e del disegno di Valter, composta da blocchi di cemento che reggono una teca in cui un’IPad, un medium freddo, immortala, letteralmente, i volti dei passanti, che mortifica in un’anonima sequenza visibile, per quanto sia possibile, in uno schermo all’interno della stessa teca.

La mostra continua con i lavori di Fabio Badolato a cura di Cristina Alga, con i ricordi sfocati di una conoscenza; l’installazione del Collettivo DAMP curato da Aurora Vivenzio, una nuova modalità di ricordare tramite i dispositivi digitali più innovativi, raramente accostati all’emotività del ricordo.

La mostra è accompagnata da una raccolta di saggi scritta a quattro mani da artisti e rispettivi curatori, un catalogo prodotto in self-publishing e acquistabile, realizzato anche in multipli personalizzati dagli artisti.