/DISCONTINUO/ an open studio #4:

Intervista a Martina Biolo

e Orecchie d’Asino

Di Alessandra Mazzeppi

 

Lo scorso agosto siamo stati a Barcellona Pozzo di Gotto in occasione dell’opening della quarta edizione della residenza DISCONTINUO a cura del collettivo Flock (ce ne ha parlato la nostra Anna Papale qui!)

Durante la visita abbiamo avuto occasione di conversare con gli artisti; ciascuno di loro è stato colpito da diversi aspetti culturali ed usanze locali che hanno aiutato nello sviluppo di un prodotto artistico, rielaborato secondo linguaggi e sensibilità differenti.

Di seguito l’intervista a Martina Biolo e Orecchie d’Asino, il duo composto da Ornella De Caro e Federica Porro che, partendo entrambe dallo studio degli oggetti di scarto, hanno orientato il lavoro verso differenti direzioni.

 

Martina BioloWunderkammer delle memorie

L’indagine e l’influenza della residenza è molto presente nel lavoro di Martina, che colloca il dialogo in una dimensione altra, incontro tra generazioni e territorialità. L’ispirazione per la sua indagine è arrivata quasi per caso, racimolando oggetti, materiali, racconti e memorie del luogo e dando così vita alla sua Wunderkammer delle memorie.

Come le prime medievali camere delle meraviglie, anche la camera di Martina Biolo è intrisa di significati intrinsechi ed estrinsechi, una collezione di oggetti e utensili incastonati alle pareti come fosse in un museo di reperti preistorici testimoni di antiche pratiche.

Quello che scopre l’artista è che nella cultura del paese c’è molto del suo stile: il richiamo al passato, l’arte antica del ricamo e l’importanza della materia.

Attraverso la pratica e la lavorazione del lattice Martina prende coscienza del modo in cui tutto in natura viene modificato, trasformato e ritrasformato, grazie a contaminazioni e variabili.

È proprio il lattice a veicolare il messaggio che ogni memoria si fa labile e temporanea, esattamente come il materiale che nel corso delle due settimane di residenza ha cambiato il suo aspetto nel colore e nella forma e continua anche ora, senza sosta, la sua metamorfosi.

 

Come è avvenuto l’approccio artistico con il territorio e qual è stato il primo elemento che ha catturato la tua attenzione?

Sin da subito ho iniziato a guardarmi intorno e quello che ho trovato è stato un paese con una grande ricchezza culturale tutta da scoprire. Il mio interesse è stato catturato da quegli oggetti abbandonati in vecchie case, nel fiume trasformato in discarica del paese e nei luoghi in cui venivano fatti i presepi viventi cittadini. Gli oggetti trovati in residenza da strumenti di lavoro sono diventati i soggetti del mio progetto, primo tra tutti un piccolo stampino per fare le mostarde.

 

Come pensi possano aver reagito gli abitanti del luogo nel vedere riconsiderati e trasmutati in opere contemporanee quegli oggetti così antiquati?

Il progetto vuole essere una narrazione attraverso i segni prodotti dagli oggetti, ma anche dei segni dell’innocenza di una cultura che sta scomparendo. La definirei una biografia visiva in cui questi oggetti, ormai non più tali, diventano depositi di memorie e la stanza luogo di promozione, valorizzazione e divulgazione. Spero perciò che gli abitanti di Barcellona abbiano potuto rievocare, attraverso una lettura contemporanea, vecchi ricordi per crearne di nuovi.

 

OD’AGODDOG

Ogni cosa può raccontare una pluralità di storie diverse, ma tutti gli oggetti (ab)usati nel nostro quotidiano raccontano un po’ di noi, sono una rappresentazione e una traccia della nostra esistenza su questa terra, così come quelli che destiniamo allo scarto e il modo in cui li trasformiamo da utili ad inutili.

Il già citato fiume, il torrente Longano, è ormai deposito abusivo di scarti e (in)civiltà, quella stessa civiltà colpita in pieno petto da Ornella e Federica, le artiste che compongono il duo Orecchie d’Asino, che per l’occasione si sono trasformate ed immedesimate in un cane abbandonato su quel terreno paludoso. Le artiste non vogliono promuovere o romanticizzare l’idea dello scarto come materia per nuove potenziali forme, all’interno della stanza dedicata a GODDOG tutto è lasciato esattamente allo stato “naturale”, nessuna miglioria, nessuna censura.

Gli scarti raccolti dalle rive sono stati portati all’interno della residenza in tutto il loro decadimento, lo spreco diventa specchio e pretesto per mettere in discussione anche la condizione dell’artista e, più in generale, quella dell’uomo moderno.

 

Agli esordi di questa esperienza siete partite con una idea di cosa avreste trovato e di come poter condurre l’indagine artistica?

Al nostro arrivo il progetto che volevamo sviluppare riguardava semplicemente la figura del cane intesa come metafora della pratica artistica stessa.

L’ accezione negativa legata tanto al cane quanto alla figura dell’artista è diventata il movente su cui riflettere e ironizzare. Questo animale guida ci ha portare ad annusare i problemi presenti anche all’interno del luogo ospitante, trovando ispirazione negli scarti, nei resti e nel paesaggio del fiume di Barcellona Pozzo di Gotto.

I ponti presenti sul fiume sono diventati gli atti e i punti di riferimento su cui creare connessioni e speculazioni del pensiero e del luogo: i modi di produzione si trasformano in modi di vivere, diventando metafora della creazione artistica stessa come l’opera di questi scarti.

 

Pur partendo da un lavoro documentario, avete scaturito un’esigenza di denuncia sociale e politica nei confronti delle condizioni in cui versano le rive del torrente Longano. Impossibile il distacco o l’indifferenza, nel progetto vengono coinvolti tutti i sensi di chi, varcata la soglia della stanza, si ritrova catapultato in quella realtà di disagio passivamente accettata, ora disturbante per la vista, per il gusto e l’olfatto.  Lo stile è un po’ diverso rispetto al linguaggio di leggera ironia con cui il duo ha iniziato la carriera artistica, dove pensate di orientarvi per il prossimo lavoro?
Ci sarà un continuo per GODDOG?

Inevitabilmente il tema trattato coinvolge anche temi politici e sociali, ma allo stesso tempo il nostro intento era quello di mantenere una riflessione istintiva e soggettiva grazie alla simulazione dello sguardo e del movimento di un cane, che alla fine dei conti si morde la coda ma con una nuova consapevolezza. Questo finale aperto lascia spazio a una continuazione di GODDOG, questa volta si pensa attraverso una soggettiva umana.