Alessio Barchitta

Quarta traccia di /Discontinuo/an open studio

Di Anna Papale

 

I ragazzi del collettivo Flock approdano alla quarta edizione di /DISCONTINUO/ an open studio, la residenza d’artista che chiude la stagione estiva artistica di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Gli artisti selezionati che hanno risposto all’open call sono Martina Biolo (Padova, 1996), il duo Orecchie D’Asino composto da Ornella De Caro (Taranto, 1991) e Federica Porro (Como, 1994), Roberta Gennaro (Palermo, 1988) e Alessandro Costanzo (Catania, 1991) appositamente invitato per il suo legame con il territorio, tutti affiancati da Alessio Barchitta (Barcellona Pozzo di Gotto, 1991) il quale è artista permanente con il proprio studio all’interno della residenza.

Se l’esperienza di residenza per un artista si rivela spesso come una forma nuova di contaminazione reciproca tra persone e territori, tra tradizioni e linguaggi, nel caso di Discontinuo c’è una ricerca che ha accomunato e contagiato i sei artisti in convivenza: la traccia, e in particolare la traccia dell’oggetto, la sua presenza materiale e concettuale in un preciso contesto, il suo peso specifico e le numerose possibili ripercussioni che il suo uso/usura comporta.

Martina Biolo, ad esempio, ha scelto la via della traccia più oggettiva possibile: il calco, limitandosi a determinati oggetti, matrici per la mostarda (produzione locale) e piccole anfore. La tecnica le ha permesso di eseguire dettagliate ricognizioni sugli accadimenti che hanno coinvolto l’oggetto sia a livello fisico che “introspettivo”. Il calco delle matrici veste i panni di un doppio truffatore: il nostro occhio è ingannato in primo luogo dal calco in sé, semplice ombra dell’oggetto originale, e in seconda base dalla matrice calcata, un oggetto che si attiva solo grazie al suo contenuto. Il modo in cui ha allestito il suo studio temporaneo ricorda un’accurata indagine di un film poliziesco, dal carattere funereo per l’asetticità e la serialità del display. Obiettivo dello studio è creare una wunderkammer delle memorie, non proprie ma altrui, di un’intera comunità che si identifica ormai coralmente con un oggetto sebbene sia costantemente pronta a gettarlo via in quantità considerevoli e dannose.

Roberta Gennaro continua la riflessione sull’oggetto quando questo arriva ad essere feticcio, in senso religioso e votivo. Antiteticamente alla tradizione talmente sacra da sfumare nel profano di cui Barcellona Pozzo di Gotto è intessuta, Roberta si dedica allo studio degli oggetti di culto di religioni lontane e vicine. Allestiti su altari rivestiti di velluto rosso, i suoi oggetti di devozione – ossa e icone tribali – perdono il significato a vantaggio del significante, della loro forma, non a caso anche qui, resi attraverso il calco in cemento. La traccia ha un peso considerevole e vince sull’originale: cosa sono questi oggetti se spogliati del loro corredo ambientale?

Arrivati al duo Orecchie D’Asino il discorso prende una digressione umoristica ma non per questo si dissocia dalla traccia comune. Affascinate/disgustate dalla discarica abusiva sul letto del fiume, Federica e Ornella si concentrano su un tipo di impronta per nulla ecologica ma che marca comunque il passaggio antropomorfo sull’ambiente. Il lavoro GODDOG (eloquente palindromo che sottolinea la lettura sardonica di cui sopra) è una video installazione sommersa dalle piante del posto, lasciate deperire secondo il loro corso, le quali inevitabilmente trasformano l’installazione in vero e proprio ambiente immersivo, polisensoriale e letteralmente anestetizzante. L’artista è qui paragonato al cane che fiuta e cerca un oggetto/persona non ben identificato in mezzo alla catasta di roba vecchia e in disuso scaricata giornalmente. L’animale che cerca e non trova si sente abbandonato, rifiuto anche lui della ultra-rappresentazione da cui gli artisti si sentono costretti. Palinsesto visivo di questa controversia è un’altra contraddizione in sé, ossia lo stato di emergenza di un’oasi che di naturale non ha più nulla se non la spontaneità da cui viene abusata quotidianamente.

Infine, Alessandro Costanzo parte da un oggetto a lui caro, la luminaria, come veicolo di studio di una riflessione personale e autocentrata. Esamina in modo empirico le tracce che il lavoro in una residenza lascia sul corpo dell’artista, sia nelle fasi di ideazione e progettazione che di riposo. Tutto viene sintetizzato nella metafora degli oggetti da lui prodotti i quali sembrano lasciati al caso per il loro gusto informale, in realtà nascondono dinamiche e istruzioni per l’uso ben precise. Il loro peso corrisponde al peso specifico dell’acqua che l’artista ha ingerito nei giorni di riposo, rendendo la sezione di luminaria in argilla cotta un vero e proprio misuratore di tempo che attesta l’esperire di un qui e ora. L’argilla a sua volta perde peso durante la cottura, una perdita riscattata nel titolo del singolo pezzo. Il gioco di perdite e restituzioni viene scandito da un percorso oltre che fisiologico, lento e naturale, che sfugge alle dinamiche di produzione forzata, per cui anche l’assenza/riposo ha il suo peso da ricompensare.

Bonus track dell’esperienza è Alessio Barchitta, artista permanente nel programma della residenza, nella sua fucina di pensiero sempre al primo piano. La ricerca di Alessio continua a ingrossarsi e scorrere verso la stessa direzione, proprio come farebbe l’acqua in un fiume e il paragone non è casuale. In assenza delle correnti si impegna a raccogliere ciò che gli altri scartano per allestire una storia da brividi: un mostro che si aggira per la discarica, di cui fa da patrono, viene immortalato nelle stampe che lo colgono sul misfatto. Il mostro veste, respira, parla con i nostri scarti, è summa delle nostre scelte-non-più-scelte, dei nostri desideri frettolosamente esauditi la cui famelicità di possesso si spegne con la stessa rapidità, è lo spaventoso risultato di un procedere sempre in maniera superficiale per racimolare alla fine nulla di profondo, solo schematiche, già collaudate e standardizzate istruzioni per vivere. Per questo motivo parla cripticamente, in un mescolarsi di versi i cui segni prima di avere un significato sono stati composti per la loro valenza prettamente materiale. Il mostro notturno riposa nel suo sarcofago e per quanto si nutra di oggetti effimeri, continua a respirare, continua ad andare e tornare nel suo sarcofago. Quando vi riposa l’epitaffio inciso a fuoco ricorda cosa era, decifrabile con la stele che Alessio ci lascia, per cui è possibile capire e affrontare questo mostro fatto dei nostri rifiuti, delle nostre tracce, fatto di noi. Nella seconda stanza un identikit del mostro, fatto di stralci di tessuto cuciti insieme.

Questa è una prima fase di un progetto più ampio che prevede la realizzazione di un’opera video. Al progetto ha collaborato l’artista Cristina Cucinotta.

La mostra è accompagnata da un testo di Silvia Maiuri con cui abbiamo avuto il piacere di conversare “non avevo nessuna aspettativa, anche io come gli artisti mi sono lasciata travolgere dall’energia che l’estate ha portato dopo un anno di stasi” ci dichiara con un sorriso “gli artisti quest’anno hanno avuto la possibilità di risiedere per più tempo e noi siamo stati felici di accoglierli, i lavori sono il risultato di evidenti scambi e confronti non solo tra loro ma con il territorio, un modo per parlarne mai banale o retorico”.

Fiore all’occhiello della mostra conclusiva è il lancio di Cynara Flower Project: il collettivo si impegna a contrastare le logiche di mercato e la sovrapproduzione di materiale floreale con la raccolta di meravigliosi fiori secchi, meno effimeri, in cambio di una donazione per i futuri progetti, possibile presso il flower bar da loro allestito durante il periodo di mostra.