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Quando la co_azione in_festa

 

Il gruppo di co_atto nasce a settembre 2020 dall’unione caotica e sinergica di una curatrice e storica dell’arte, nonché archivista di settore – Marta Orsola Sironi – di un avvocato e street artist– Daniele Miglietti – di un designer e  street artist– Stefano Bertolini – e di un architetto e urbanista – Ludovico Da Prato.

La co_azione interdisciplinare e quindi in apparenza in_disciplinata ha dato origine al nome del progetto che si ramifica coerentemente in diverse forme:

archivio «in divenire che tiene traccia, grazie a donazioni e contributi, delle iniziative e delle ricerche del panorama in cui si inserisce»; blog e fanzine cartacea, red_atto, «che a cadenza settimanale pubblica articoli di approfondimento per espandere i confini della propria ricerca coinvolgendo esperti e contributors provenienti da molteplici settori»; project space situato nella stazione del Passante ferroviario di Porta Garibaldi a Milano e che «si articola in 18 vetrine [dedicate] alla sperimentazione interdisciplinare e alla messa in mostra del processo di semiosi delle opere». Infine co_atto fa parte di Underpass, progetto di riqualificazione degli spazi all’interno delle stazioni del Passante ferroviario di Milano dedicati alla promozione di artisti emergenti e a sua volta si inserisce all’interno di DisseMIna, iniziativa di Le Belle Arti APS finanziata dal bando “Luoghi di innovazione culturale – 2019” di Fondazione Cariplo.

in_festa, la prima mostra di co_atto, è il risultato innanzitutto della volontà di espandere la rete nucleare con cui il progetto è nato. Il tema della collettiva è difatti programmatico: strategie di resistenza culturale, così come il modus operandi: gli artisti selezionati sono stati invitati a collaborare con altre personalità aderenti e non ai propri settori disciplinari. Nella situazione attuale, in cui nessuno si salva da solo, riadattare il senso della residenza d’artista – in una versione-lampo e una dimensione-vetrina –  costituisce la risposta a un’esigenza ancestrale quanto fortemente presente. Il virtuale è stato utilizzato per degli eventi collaterali e come ekfrasìs delle vetrine ma nella coscienza del suo ruolo di spazio aggiuntivo, non sostitutivo.

Prova tangibile del carattere archivistico del progetto è da un lato, la vetrina dedicata al suo evolversi grazie alla collaborazione fissa con un progetto di editoria indipendente, in queto caso Libri Finti Clandestini e 5X Letterpress, dall’altro la redazione di una fanzine che raccoglie i contributi editoriali di vari specialisti, allo scopo di ampliare la ricerca sul tema della mostra.

Data la numerosa schiera di progettisti [24] coinvolti e la mole di ricerca propria di ogni vetrina si procederà di seguito a tentare di estrarre un trailer verbale di ognuna.

 

Camilla Pisani (audiovisual designer)

(Ri)ciclo vitale in quattro tempi e in due dimensioni. Una delle quali blu, misurata in architetture sonore il cui cemento è il silenzio.

Cecilia Mentasti (artista visiva)

Un atto di (in)esistenza. La traccia visibile e performativa della relatività. L’ascolto acquista la vista. La dicotomia tra apparizione e sparizione diviene generatrice di forma e pensiero.

Crates (design project)

L’imballaggio iconico: quello del Garpez. Il suo passaggio da commedia a vetrina pone il focus sul dietro-le-quinte dell’attività artistica, settore di lavoro danneggiato quanto solitamente ignorato. In più suggerisce agli addetti-ai-lavori di aprire il sipario ad un pubblico più ampio.

Davide Viggiano (artista visivo) + Dario Venuti (fashion e textile designer)

Un «archivio di frammenti [di realtà], di brandelli di stoffa, ricuciti» in modo da creare un abitante infestante, un figlio all’apparenza illegittimo, che si sente rifiutato dalla sua stessa origine ma che comunque r-esiste.

Elia Novecento (artista visivo)

Da un connubio di pittura e poesia sono nate quattro muse acriliche. Ognuna richiama a un movimento che attraversa il passato di una città per volgersi al suo futuro.

Espi (artista visivo) + Alessandro Montefameglio (filosofo)

“Mamihlapinatapai” sintetizza una sensazione la cui definizione può essere compresa appieno solo dopo che sia stata vissuta, quella di sperare «che l’altra persona faccia qualcosa che entrambi desiderano ardentemente, ma che nessuno dei due vuole fare per primo». Il motore dell’azione potenziale tra le due persone della definizione come di tutte quelle coinvolte in una relazione è lo sguardo.

Francesco Pacelli (artista visivo)

Cinque abitanti di un mondo altro, tramite il quale ci chiediamo se il nostro mondo non lo sia altrettanto. La relatività ha sconfinato nel territorio delle certezze con conseguente dono da parte dei cinque indigeni del mistero della loro origine.

Francesco Viscuso (artista visivo) + Giacomo Alberico (artista visivo)

Una cornice metafisica racchiude un post-umano aldilà, abitato paradossalmente dai ritagli di un passato remoto. Il caos rimane ambiguo tra il paradisiaco e l’infernale, proprio come “Il giardino” cui si ispira e che attualizza.

Giulia Fumagalli (artista visiva)

Una riflessione resistenziale che coinvolge in prima persona il pubblico che si ri-specchia nella vetrina e nei ventagli di metallo piegato. La levità concettuale e materica dell’oggetto condiziona il tipo di resistenza che vuole veicolare: personale, soggettiva, piccola e determinata.

Giuseppe Buccinnà (fashion designer) + Vincenzo Ferrara (artista visivo)

Geometrie nette, preziosità materiche e dettagli scrupolosi. Densità silenti e caos misurato nel disvelamento graduale di un equilibrio fatto donna, bigama di entrambi gli autori.

Hund studio (graphic and digital studio)

Una palestra per il corpo e lo spirito è la resistenza all’annullamento della persona non virtuale. Il collegamento diretto tra equilibrio personale ed effetti sul lavoro è espresso nella creazione del disegno dato dalla ricomposizione degli attrezzi dopo ogni allenamento: una geometria significativamente equilibrata ed essenziale.

Libri Finti Clandestini + 5X Letterpress (collettivi artistici)

L’horror vacui è combattutto da un allegro di carta, nella cui melodia le note che si susseguono a ritmo sostenuto portano colori brillanti e raccontano di vite passate e finite al macero e di una rivalsa in una nuova vita collettiva.

Noemi Mirata (artista visiva)

La vera libertà è quella condizionata? Forse sì. È il paradigma della resistenza di cui si suggerisce un’interpretazione archetipa che sta al pubblico interpretare come un modus operandi: la strategia di adattamento delle piante e allo stesso tempo la rivendicazione della cura necessaria e attuata dai curatori di co_atto.

Nubifilm (filmmakers) + PISKV (artista visivo)

Uno sguardo dipinto ne comprende quattro in movimento. Le angosce, le pause di questi mesi di lockdown vengono incorporate e legate da un metallico sentimento di rivalsa, da un atto significativo: rialzare lo sguardo.

Omuamua Legacy (artist* visiv*)

 Un portale dimensionale e, al contempo, un display museale. Appaiono e scompaiono, quasi fossero teletrasportate da un’altra dimensione, le opere di undici artist*, che indagano la coesistenza di temporalità e spazi differenti, sia virtuali che fisici.

SerT (fumettista)

«Un haiku» in quattro parti, un fumetto pluridimensionale che parla di «vita, morte e malattia» in uno spazio metafisico che assorbe spazialmente e mentalmente lo spettatore grazie al trompe-l’oeil che ne prolunga il contesto percorso in qualità di passante.

Superfluo (collettivo sperimentale)

Il collettivo si personifica come soggetto creativo e si identifica nella sua parte di pubblico che considera «sempre più necessario il superfluo», cioè l’insieme delle arti che si sono trovate escluse dalle priorità del mondo pandemico che non può far altro che aspettare di tornare a vivere la propria vita e che, nell’attesa, vorrebbe viverne altre attraverso le stesse arti. Il paradosso: una lapide fluorescente, una morte fin troppo evidente per chi ha il coraggio di ammetterlo e, per chi non ce l’ha, un cartello senza manifestante.

Antonio Silvestri (fotografo)

Il bianco e nero diventano strumenti di astrazione e di interpretazione del progetto nella sua interezza e delle singole identità, intrecciate nel riferimento con l’occhio del fotografo e tra di loro.