An Artful Confusion.
Interview/self review di Francesco Simeti

di Salvatore Davì

«Il giardino è da sempre spazio-rifugio, spazio-bellezza, spazio-igiene sociale, spazio-controllo mentale. Prescrizione del gusto e del comportamento, alleviamento di alienazioni urbane, sorvegliante delle nostre solitudini, il giardino bandisce coraggio e paura, enigma e non-senso, fatica e rischio. Ma di fianco o vicino ai giardini sicuri, il quarto spazio ci aiuta a pensare una nuova specie di giardino, il giardino “insicuro”, che invece di confortare spinge a pensare, invece di svagare stimola a immaginare».

[ Matteo Meschiari, Quarto spazio. Luoghi di non-uso e «giardini nomadi»,
Ambiente Società Territorio: geografia nelle scuole,
Rivista dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia, Vol. 52, n° 4, 2007, p. 10 ].

 

Il quarto spazio non si lascia cristallizzare in nessuna dialettica e sfugge dalle consuete classificazioni, non è luogo né non-luogo, né territorio e né confine ed apre quest’articolo, con il valore della citazione per similitudine, per via della riflessione che pone sullo spazio inteso come giardino, ovvero come modello della relazione tra natura e cultura. Questo rapporto è al centro di una radicale reinterpretazione nella mostra di Francesco Simeti, An Artful Confusion, a cura di Laura Barreca, ospitata presso la GAM di Palermo (fino al 27 gennaio 2013), realizzata dall’Associazione Ars Mediterranea e dalla Galleria Francesco Pantaleone Arte Contemporanea; l’artista nato a Palermo, vive e lavora a Brooklyn, le sue opere girano il mondo: ultima tappa la nona Biennale di Shanghai.

I lavori di Simeti disattendono l’organizzazione superficiale di una realtà che straparla attraverso immagini che si manifestano come l’aspetto edulcorato di fatti e notizie (o si perdono in molteplici sciami di produzioni visive che lo spettatore-osservatore assorbe inerte); l’artista tradisce quest’abitudine attraverso un paradossale decorativismo che parte proprio dall’estetica di un’immagine rassicurante per ricodificarla.

In questa intervista l’artista ci racconta brevemente la sua ricerca e si confronta con le immagini delle opere in mostra alla GAM in una sorta di auto recensione.

 

SD – Chi è Francesco Simeti?

FS In questo momento sono molto confuso tra un’identità italiana ed una americana; sono per metà italiano e per metà americano, vivo in America da diversi anni ed i miei figli parlano pochissimo l’italiano. Quando mi chiedono da dove vengo ormai non so bene cosa rispondere ed anche professionalmente ho una specie di doppia vita: in Italia lavoro molto con le gallerie (una al nord ed una a Palermo) mentre negli Stati Uniti porto avanti più che altro interventi di arte pubblica e non ho una galleria.

SD – Come definiresti il tuo lavoro e cosa influenza la tua ricerca?

FS Il mio lavoro nasce da una continua accumulazione di dati visivi e in qualche misura anche di oggetti; è una costante archiviazione e gestione di immagini che poi costituiscono degli strati, si sommano in dei livelli di Photoshop (lavoro molto con questo programma). Queste immagini, fino a qualche anno fa, provenivano esclusivamente da giornali e riviste, adesso la mia ricerca si è allargata a testi, libri e a fonti specifiche che dipendono di volta in volta dai progetti che seguo. Generalmente i miei lavori nascono come site specific, non necessariamente come luogo fisico ma come contesto.

SD – C’è stato un evento o un incontro che ha segnato una svolta nella tua ricerca?

FS Nel 2008 ho partecipato ad Acrobazie, un progetto creato da Elisa Fulco, in cui un artista veniva invitato a lavorare con degli outsider dell’Ospedale Psichiatrico Fatebenefratelli di San Colombano al Lambro fuori Milano. Per quasi sette mesi ho lavorato a contatto con questi outsider e questo ha veramente influenzato il mio lavoro; questi artisti hanno un approccio completamente diverso, non sono soggetti alle leggi di chi pratica l’arte contemporanea, non dovendo seguire le regole del sistema fanno quello che vogliono e lo fanno senza timori. In qualche modo quest’esperienza è stata la negazione di tutto quello che ho imparato in accademia e nel lavoro da artista all’interno del sistema.

SD – Nel tuo lavoro la natura si presenta come uno spazio antropologico, un paesaggio che porta con sé l’idea di giardino, ovvero di un percorso che si presenta come oggetto dell’attività dell’uomo. Questo paesaggio mette in evidenza il carattere artificiale di ciò che sembra naturalmente presente. Secondo te esistono degli spazi indecisi e privi di funzione sui quali è difficile posare un nome? (spazi che in qualche modo aggirano la pianificazione coatta e le manipolazioni umane?)

FS – anzitutto mi vien da dire che credo ci sia un errore fondamentale di marketing da parte degli ambientalisti quando si dice che stiamo ammazzando la natura perché in realtà stiamo ammazzando l’uomo. Se si cominciasse a dire che è l’uomo a scomparire forse le cose cambierebbero; la natura rimane, l’uomo no. Per tornare alla domanda, credo che questi spazi esistano; a New York, nell’isolato in cui vivo, c’è una casa in cui i proprietari hanno messo dei vasi con delle piante ornamentali molto curate…una di queste è nata fuori dal vaso, in un interstizio del cemento. È indubbia la natura di questi spazi.

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FS – Quest’installazione ambientale è l’esemplificazione della natura che si riappropria degli spazi di cui abbiamo parlato, di quelle zone artificiali, di quegli ambienti deteriorati, tossici, distrutti o semplicemente creati dall’uomo; questo è evidente nelle immagini stampate, mentre nelle accumulazioni di oggetti (le rocce e le piante finte) c’è una riflessione sull’incapacità di relazionarci e godere della natura in modo autentico e spontaneo invece di ricrearla e riprodurla artificialmente per poterla apprezzare

SD – In questa prima sala troviamo diverse citazioni tratte dalla storia dell’arte. Quali sono i punti di riferimento che hai seguito?

FS – Ci sono dei riferimenti al contemporaneo che non sono citati in modo letterale e poi ci sono dei riferimenti alla storia dell’arte nel suo complesso che derivano dal progetto che ho fatto nel 2010 per il Complesso di Santo Spirito in Sassia, Scene di disordine e confusione, in cui ho ricreato un percorso nel paesaggio medievale che richiama il viaggio dei pellegrini dalla Germania a Roma. L’utilizzo dei quadri rinascimentali e medievali è stato fondamentale per ricreare questo paesaggio.

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FS – Questa videoinstallazione è un progetto unico, nel senso che è l’unica produzione video che ho fatto fino ad ora. Nasce come un site specific però riesce ad avere una sua indipendenza rispetto al suo spazio originario, ovvero Santo Spirito in Sassia con l’idea di re-immaginare un percorso nella natura. In questo caso la natura, al contrario di molti altri lavori (per esempio quelli della prima sala) è una natura pura che in qualche modo ha ancora una sua capacità di incantare conservando però un aspetto un po’ inquietante che si manifesta giocando con l’immagine in fuori scala.

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FS le carte da parati hanno caratterizzato buona parte del mio lavoro ed è un metodo espressivo che continuo ad utilizzare e che mi è congeniale ma allo stesso tempo è problematico… spesso mi definiscono come “quello delle carte da parati” e questa etichetta mi sta stretta. Originariamente pensavo di non presentare le carte da parati ma poi è sembrato chiaro a tutti che questa mostra stava diventando in parte una mini retrospettiva, per cui non metterle sarebbe stato un errore. Il problema delle carte è che hanno una dimensione intima e domestica che in uno spazio come questo non si può proporre, per cui è nata l’idea di presentare una sorta di campionario della produzione recente ma invece di prendere la forma di un metro cubo o di un campione vero e proprio ha preso la forma dei pannelli i quali fanno eco ad altre installazioni fatte in passato.

SD – Che progetti hai per i prossimi mesi?

FS – Sto lavorando ad un progetto permanente all’interno di un teatro in costruzione a New York; è un progetto pubblico, finanziato dalla città di N.Y. Contemporaneamente sto lavorando ad un progetto, in collaborazione con un’azienda tessile piemontese, che prevede la realizzazione di una serie di tessuti d’artista per il mercato cinese; al progetto partecipa anche Loris Cecchini: entrambi stiamo facendo i nostri tessuti e il complesso di questa produzione verrà presentata a Pechino presso la Galleria Continua. In oltre sto lavorando a una serie di committenze private e ad una nuova animazione video.

 

 

(a) Francesco Simeti, An Artful Confusion, Installazione ambientale (particolare), 2012 prima sala della mostra presso la GAM di Palermo, foto di Fausto Brigantino
(b) Francesco Simeti, An Artful Confusion, Installazione ambientale (particolare), 2012, prima sala della mostra presso la GAM di Palermo, foto di Fausto Brigantino
(c) Francesco Simeti, An Artful Confusion, Installazione ambientale, 2012, prima sala della mostra presso la GAM di Palermo, foto di Fausto Brigantino
(d) Francesco Simeti, Scene di disordine e confusione, videoinstallazione (particolare), 2010, seconda sala della mostra presso la GAM di Palermo, foto di Fausto Brigantino
(e) Francesco Simeti, Scene di disordine e confusione, videoinstallazione, 2010, seconda sala della mostra presso la GAM di Palermo, foto di Fausto Brigantino
(f) Francesco Simeti, Wallpaper patterns, 2007/2012, terza sala della mostra presso la GAM di Palermo, foto di Fausto Brigantino
(g) Francesco Simeti, Wallpaper patterns, 2007/2012, terza sala della mostra presso la GAM di Palermo, foto di Fausto Brigantino

 

 

Francesco Simeti, An Artful Confusion, 
a cura di Laura Barreca

16 novembre 2012 – 27 gennaio 2013

GALLERIA D’ARTE MODERNA, VIA SANT’ANNA, 21 – 90133 PALERMO
progetto: Ars Mediterranea, Galleria Francesco Pantaleone Arte Contemporanea

www.fpac.it
www.francescosimeti.com
www.galleriadartemodernapalermo.it