The Wall #4

Il muro si fa trait-d’union: quando da un ritratto ne emerge un altro

di Bianca Basile

 

Your picture

Is still

On my wall

On my wall

The colors are bright

Bright as ever

The red is strong

The blue is true

Some things last a long time

Some things last a long time

 

È la prima strofa della canzone “Some things last a long time”. L’opera di Andrea Carpita, esposta per il quarto appuntamento del progetto The Wall, viene così spiegata a chi si avvicina per guardarla meglio prima e poi per cercarne spiegazione: con il testo integrale di un brano del cantautore e visual-artist tra i più eccentrici del XXI secolo, Daniel Johnston, del quale scorrono i disegni visionari su uno schermo dalla parte opposta della sala.

La “descrizione” fornita allo spettatore è la perfetta metafora dell’opera e dell’intero progetto che intende far avvicinare il pubblico fisicamente, oltre che mentalmente, agli artisti emergenti dai social, mettendoli in contatto, a seguito dello spazio virtuale, in quello concreto dell’accogliente galleria di “Via Angelo della Pergola, 1”: tanto concreta da far coincidere il nome col suo indirizzo! Ricavato da un’ex autofficina nel quartiere Isola di Milano, lo spazio è stato ripensato e aperto dalla designer Myriam Kühne-Rauner all’insegna della condivisione: di opere di design, di arte (soprattutto giovane) ma anche di pure esperienze. Esempio pratico è l’inaugurazione della mostra di The Wall #4, curata insieme all’ideatore del progetto nonché managing director di Artoday, Federico Montagna. In questa occasione, le personalità più diverse hanno potuto incontrarsi: designers, studenti, artisti, giornalisti, semplici curiosi.

L’opera esposta mostra il ritratto di un artista attraverso il calco di un cantautore; è direttamente ispirata, infatti, alla locandina di un documentario su Johnston: personaggio complesso, instabile ma allo stesso tempo ispirante con le sue fissazioni, in cui l’artista rivede i periodi di interesse totalizzante avuti durante le fasi del proprio lavoro (es. l’immaginario delicato e fantastico, l’estetica giapponese). La versione dell’opera esposta è la terza, in bianco e nero. Le prime due erano a colori e hanno subìto man mano un processo di essenzializzazione, tipico dei ritratti (“Minimum portraits”) realizzati da Carpita. Il colore e i lineamenti vengono assorbiti dal “doppio occhio” cromaticamente collegato al testo di riferimento, facendo sì che il contesto si rilevi, risultando importante rispetto al soggetto nella (non)rivelazione di quest’ultimo.

L’opera è in grande sintonia con lo spazio che la ospita: il bianco delle pareti (mura?), l’arredamento minimal della linea “m2kr” abbatte, costruendolo, il muro tra ambiente e opera, tra arte e persone. Il colore è metafora stessa della funzione: assorbire e contenere tutte le tonalità. Il bianco e rilevato wall accoglie e catalizza molteplici sguardi, espressioni e osservazioni.

Ph. Adriano Blarasin