Intervista al Laboratorio Saccardi
di Salvatore Davì

Cristallizzare il lavoro del Laboratorio Saccardi in una metodologia che contraddistingua il collettivo significherebbe creare ad hoc un dispositivo spendibile come marchio distinto e accattivante. Far ciò risulterebbe paradossale perché costruire un modello su qualcuno che cerca di mettere in discussione lo stesso concetto di modello è pratica comune di chi crea delle regole per canonizzare e controllare il dissenso. I Saccardi (Marco Leone Barone, Giuseppe Borgia, Vincenzo Profeta e Tothi Folisi) oltrepassano la cortina del problema intendendo le regole come un gioco indeterminato per riformulare all’interno del sistema dell’arte gli stessi canoni che creano l’environment; il risultato che ne deriva ha comunque l’aria seducente del contrassegno caratteristico che però restituisce ‘alle regole del gioco’ la seria e profonda vocazione del compito politico. Giocano dunque all’interno per riversare fuori, con ironia, ciò che spesso non riusciamo a vedere.

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Il Laboratorio Saccardi, un gruppo di giovani brillanti che rimodernizza il panorama artistico; un gruppo di artisti molto abili che fanno dell’irriverenza una delle loro armi più efficaci; un gruppo di menti fresche che dedite al lavoro contribuiscono vivacemente nella determinazione delle sorti dell’arte…quale di queste tre opzioni vorreste che vi appartenesse? Raccontateci brevemente di voi

Ci siamo conosciuti ai tempi dell’Accademia di Belle Arti a Palermo, abbiamo cominciato a lavorare assieme per caso, in origine per scrivere una specie di romanzo, e ora abbiamo una produzione sconfinata alle spalle, fortunatamente non ci ricordiamo molti dei progetti che abbiamo fatto in quasi 10 anni di attività, quindi la nostra mente è sempre fresca, dedita al lavoro. Cerchiamo di non farci sopraffare dalla noia costruendo feticci che a volte risultano diventare oggetti preziosi altre volte delle semplici patacche da bigiotteria etnica. Usciamo, vediamo cose, ci piace andare a pescare, e quando non siamo carichi di lavoro ci concediamo dei momenti di relax facendo delle belle passeggiate nel bosco, in totale silenzio, poi però, quando la parte competitiva di ognuno di noi si accende, andiamo sui go kart e il fumo, il rumore, la cattiveria e una buona dose di musica metal prendono il sopravvento.

Come definireste il vostro lavoro?

Apotropaico.

Chi è la vera ‘mente’ del gruppo?

Tutti sanno che la vera mente del gruppo é Giuseppe Borgia, ma lui per sobrietà intellettuale smarca questa teoria sostenendo in maniera molto democratica la suddivisione di tale carica in percentuali precise di 25% cadauno.

Come definireste il panorama artistico siciliano? Credete che allo stato attuale ci sia una connessione reale tra il sistema dell’arte e la società?

Il nostro lavoro prova a ritrovare il contatto e lo scambio dinamico tra comunicatore e fruitore, una lezione che le Avanguardie Storiche come il Futurismo e il Dadaismo ci hanno già impartito, ma che l’arte contemporanea per comodità reazionaria ha voluto dimenticare. Lo abbiamo fatto nella nostra ultima serie di lavori, in cui la presenza della Sicilia, al di là di qualsiasi forma di inutile appartenenza, si è fatta eloquente, parlando di Mafia, curando la mostra di un ex criminale italiano, entrando nella casa di Badalamenti trasformandone in maniera scientifica le energie che ne costituivano le fondamenta. Non c’è arte decente se non si fanno delle scelte estreme, in Sicilia pochi sono in grado di fare questo se non hanno un bel patrimonio alle spalle e a volte il panorama non è dei più esaltanti, ma questo deficit viene costantemente riempito dalla cruda violenza della nostra natura, sia fisica che mentale, siamo veramente pericolosi nei confronti di chi vuole compiacere qualcuno.

Chi sono i vostri punti di riferimento nel mondo dell’arte?

Tutta l’arte che va dal Paleolitico fino all’Età del Bronzo. Gli artisti del XIV° secolo, Giotto, pittori spesso anonimi e dimenticati come l’autore anonimo del Trionfo Della Morte conservato nella Galleria Regionale di Palazzo Abatellis a Palermo, le grotte dell’Addaura. Le maestranze che contribuirono alla realizzazione della Cappella Palatina, il soffitto in legno della navata centrale e le travature delle altre navate decorate con intagli e dipinti di stile arabo sono, accanto a l’Estasi della Beata Ludovica Albertoni di Bernini, i momenti più alti della Storia dell’Arte.

In che misura l’arte può essere intesa come un atto di profanazione?

L’arte è una forma di preghiera e contiene dentro il sacro, anche quando profana e dissacra.

C’è stato un evento o un incontro in particolare che ha segnato una svolta nella vostra ricerca?

I nostri viaggi, l’incontro con il Santo Padre nel dicembre del 2005 a San Pietro. Ci sono state delle persone utili, ma siamo molto anaffettivi da questo punto di vista, è un nostro difetto, lo sappiamo, ma nei rapporti umani cerchiamo di essere leali con chi ci sta attorno, siamo delle persone pacifiche e puntiamo sempre alla serenità.

Quali immagini del vostro lavoro, che in qualche modo rappresentano dei punti di snodo fondamentali, ci proporreste?

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Che progetti avete per i prossimi mesi? A cosa state lavorando?

Stiamo lavorando a Cinacria – Sicilian jesuit in China in the 17th century, un polittico sulle tratte dei Gesuiti percorse dalla Sicilia alla Cina nel Seicento che verrà esposto Al Museo d’Arte Contemporanea di Shanghai, in occasione della nona edizione della sua Biennale.

 

(a) Laboratorio Saccardi, Il ritorno di Noè, 2009, courtesy dell’artista

(b) Laboratorio Saccardi, Senza titolo, 2005, courtesy dell’artista

(c) Marco Leone Barone, Padre Gustavo Raffi e Giuseppe Borgia presso la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, detta della Gancia (Palermo), 2005, courtesy dell’artista