Intervista ad Alessandro Bazan
di Salvatore Davì

 

L’esperienza di Alessandro Bazan si presenta come un raccordo indispensabile per offrire uno sguardo sull’operatività della città di Palermo; la padronanza dell’artista di elaborare una riflessione che prende forma da una pittura sensibile allo spazio, che definisce individui e azioni determinando una visualizzazione reale e al contempo immaginifica di un luogo, si accosta alla capacità di porsi come strumento per leggere le potenzialità che arrivano dal territorio. L’attività di Bazan si biforca dunque in un doppio percorso, artista affermato e docente accademico, che si configura simbolicamente come uno speech act, un atto enunciativo che costruisce un tragitto volto non solo alla valorizzazione della sua produzione ma anche alle energie che lo circondano, una forbice trasversale che oltrepassa la separazione tra artista, docente e organizzatore.

(1)

Chi è Alessandro Bazan? Raccontaci brevemente di te

Ancora più brevemente ti dico che…non ho molto da dire. In generale parlo poco di me e preferisco concedere a me stesso di non conoscermi poi così a fondo. Mi piacciono le sorprese, le cose inaspettate; mi piacerebbe che qualcun altro si occupasse di tutto il resto per poter pensare solo a dipingere, ogni giorno, senza scrupoli d’orario, anche se in fondo dipingo sempre tutto alla fine, nei mesi che precedono una mostra. Trascorro interi giorni a studio, a volte senza far nulla, cazzeggiando al telefono con qualcuno o leggendo. Insomma niente di particolare.

Come definiresti il tuo lavoro?

Un non-lavoro molto impegnativo. Quando dipingo non ci sono, lo faccio per questo, lascio che tutto fluisca attraverso me e diventando semplice strumento mi trasformo nel niente. I pochissimi successi e le infinità di insuccessi che ho avuto dipendono da questo. Non si tratta di essere in una sorta di trance ma piuttosto di trovarsi in uno stato particolare di concentrazione, una caccia in corsa per scovare alcune visioni fugaci nel fitto della boscaglia. Alla fine si è stremati e mai soddisfatti ma si continua a farlo senza nessuna alternativa.

La pittura, nell’ottica di una cultura che si definisce contemporanea, è comunemente intesa come espressione tradizionale. Pensi si possa ribaltare questo concetto ridando all’attività pittorica lo statuto dell’originarietà?

Forse si, non l’ho mai capito veramente. Non credo che questo tipo di riflessione sia per me interessante, tutte le volte che mi è stato chiesto ho dato delle risposte differenti. Oggi la pittura non va vista in relazione alla questione dell’utilizzo di media, piuttosto deve essere in stretta relazione con l’intimità visionaria che contraddistingue il sentire, il guardare e il vedere, ma parlando di queste cose si rischia di esser preso per un ‘trombone’. Se uno riesce ad imparare a dipingere può avvalersene senza per questo sentirsi un mercante o un farabutto, un traditore del ‘nuovicchio vigente’ a cui oggi, spesso, si fa riferimento pensando di essere contemporanei e non considerando che ‘contemporaneo’ significa presente. L’arte dovrebbe evolversi in un nuovo Futurismo e l’artista scomparire dall’opera ed essere meno presente. Ci sono gli artisti bravi, quelli che dipingono e quelli che non lo fanno, non vedo il problema.

Cosa influenza la tua ricerca pittorica?

Una miriade di cose, di posti, di persone e di immagini e suoni. Tutto.

L’attività di docente all’Accademia di Belle Arti, nel corso degli anni, è stata uno stimolo che ha interessato anche la tua ricerca pittorica? Cosa pensi delle nuove generazioni di artisti formate in Accademia? 

Dovremmo smetterla di usare parole così accademiche come docente, per esempio. Da circa quindici anni lavoro con gli studenti, insieme facciamo delle sperimentazioni, a volte si tratta di giochi infantili… ne ho visti un sacco ma non mi sono ancora stancato di guardare tutto ciò e penso che qualora mi dovesse accadere avrei seri problemi!

Qualche volta tra gli studenti c’è qualcuno che pensa a qualcosa di buono, di non banale o di inconsueto e allora anche gli altri ne traggono vantaggio; è come se, all’interno del laboratorio, ci costringessimo a guadagnare l’attenzione altrui. Ho notato che con questa pratica i casi di plagio sono veramente pochissimi, perché ognuno è più interessato al processo creativo dell’arte e delle idee più che a far carriera. Poi copiare è importante, tutti lo fanno, difficile però è tirare fuori qualcosa di veramente proprio perché risulta più complicato ma con il tempo ci si arriva. Questo approccio, in laboratorio, vale anche per me e l’unico privilegio che mi concedo è di chiedere una certa disciplina, di comportarsi bene e di non rompere le palle!

Ho sempre riscontrato una certa predisposizione in tanti studenti passati dal corso. Forse è così o magari mi illudo che lo sia, ad ogni modo l’Accademia di Palermo sopperisce ad alcune mancanze aggregative e negli anni ha prodotto un sacco di realtà diverse che però non sono state adeguatamente sostenute da un sistema dell’arte con l’elettroencefalogramma piatto.

Come definiresti il panorama artistico siciliano? Esiste una rete o un sistema dell’arte dove lo scambio tra individui ed operatori possa definirsi maturo?

Ci sono, mi dicono, molte cose ed iniziative. Tuttavia manca tutto, a partire dai soldi.

Le polemiche sono piuttosto ‘terra terra’ e una certa spocchiosità sicula rende tutto un po’ insopportabile. Ci sono poche gallerie, pochi veri collezionisti e pochissimi compratori per lo più occasionali. Insomma non c’è nessuna economia dell’arte. Non parliamo della disattenzione o perfino della cialtronaggine che in Italia sta affogando la ‘meglio gioventù’ e che qualcuno si ostina a chiamare politica. Una volta tutto era politica, oggi questa cosiddetta politica affonda gli artigli fino al soffocamento ma confido in un cambiamento nonostante al momento mi sembri difficile.

Pochissimi in Sicilia danno spazio e sostegno alla qualità; l’ignoranza regna sovrana e non si è imprenditori per natura. Le tentazioni sono in esubero rispetto alla voglia di vedere una cosa finita, un’opera fatta… migliorare la qualità della vita significa mettere veramente al lavoro un sacco di persone togliendo spazio ai soliti furbi che però definirei, più che altro, comuni delinquenti a piede libero… non è il momento per parlare di questo. Tuttavia mi pare che si muova qualcosa ma questo battibecco sterile dovrebbe finire e trasformarsi in un dibattito costruttivo, un unico coro con voci diverse. Quando parlo di questi argomenti qualcuno mi pensa buonista ma ti garantisco che tutto ciò non è buonismo, piuttosto parlo di azioni da contrapporre a tanta protesta inattiva e di comodo.

Chi sono i tuoi punti di riferimento nel mondo dell’arte?

In questo momento Mario Schifano ma i miei punti di riferimento durano quel che basta, poi cambiano per poi magari essere ulteriormente recuperati.

C’è stato un evento o un incontro in particolare che ha segnato una svolta nella tua ricerca?

Tutti, così non si offende nessuno!

Quali immagini del tuo lavoro, che in qualche modo rappresentano dei punti di snodo fondamentali, ci proporresti?

Quelle ancora da dipingere.

Che progetti hai per i prossimi mesi? A cosa stai lavorando?

Tra una settimana andrò in Nuova Zelanda per fare una mostra dal titolo Natura… titolo abbastanza generico ma facendo questi quadri mi sono reso conto che era proprio questo il concetto che li assorbe tutti. Poi a cosa sto lavorando ve lo dirò quando sarò tornato a studio.

 

(1) Alessandro Bazan, Giuseppe guarda la notte, 2012, olio su tela, 300 x 450