Intervista ad Anne Clèmence De Grolèe
di Cristina Costanzo

L’artista francese Anne-Clémence de Grolée ha scelto l’Italia e in particolare la Sicilia come terra d’elezione per la propria ricerca improntata alla riflessione intorno alla tematica della metamorfosi nelle sue molteplici sfaccettature. In questi anni l’artista ha rivolto il proprio sguardo al significato più profondo e controverso degli attraversamenti e degli incroci capaci di segnare la vita dell’individuo ma anche la società in senso globale. Tra le sue mostre ricordiamo almeno la personale “Au pays des hommes-fleuve” al Centre Culturel Français di Palermo e alla Galleria Prati, e la collettiva “Les instruments de ma passion/Illuminazione” di artisti siciliani e francesi, tenutasi nel 2005 presso i Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo e successivamente alla Maison de la Culture di Amiens col sostegno del CCF. Tra le sue opere più apprezzate citiamo “Mobile City 2”, “Babele” e “Villinomania 2”, installazioni in cui la ricerca dell’artista, che prendeva le mosse da un’osservazione ludica ed irriverente del corpo umano, si estende all’analisi del territorio e delle violenze su di esse come paradigma della società contemporanea. Ripercorriamo con Anne-Clémence de Grolée le tappe della sua carriera in Sicilia e non solo, dalla prima residenza d’artista a Fiumara d’Arte (1996) alla più recente esperienza al Farm Cultural Park di Favara (2012).

Chi è Anne-Clémence de Grolée? Raccontaci brevemente di te…
Sono tentata di rispondere provocatoriamente: un’artista il cui capolavoro è stato lo sradicarsi volontario dalla propria terra di nascita. Ho fantasticato a lungo sulla possibilità di quest’esperienza esistenziale radicale – la spinta ad uscire dall’orbite era evidentemente profonda – finché una borsa per un progetto ambientato a Bologna del Ministère de la Culture, nel 1994, mi ha aiutato a fare il grande salto. Con la mia successiva installazione in Sicilia, oltre all’allontanamento geografico, si è istaurata una distanza significativa non solo dal mio contesto familiare, ma anche dai miei bacini di formazione, linguistico e culturale. Credo che lo sguardo su questo altrove liberamente scelto dimostri ora di essere estraneo ed insieme partecipe, ed è forse quest’ambivalenza a caratterizzare la mia ricerca.

Ci sono degli artisti che ami in particolare e che hanno influenzato la tua produzione?
Quando sviluppavo un lavoro intimistico sul corpo, cioè negli anni successivi alla mia formazione all’École des Beaux-Arts di Nantes, mi sentivo vicina alle ricerche delle scultrici americane (Eva Hess, Louise Bourgeois), alla scultura inglese degli anni ottanta e, forse ancora di più all’Arte Povera, in particolare all’opera di Giuseppe Penone in quanto attinge al grande serbatoio della Mitologia greco-romana. Mi interessava anche la danza contemporanea che, in quegli anni, conosceva un grande slancio in Francia. Riscoprivo infine le arti primitive e le arti popolari e, a Bologna, gli strani modelli anatomici di ceroplastica.
Quindi, a contatto con la Sicilia, la mia ricerca si è progressivamente spostata, come hai ricordato, verso il paesaggio e le sue alterazioni. Constatavo gli effetti dell’abusivismo, dell’incompiuto come metodo e il paesaggio siciliano mi appariva ormai come un organismo vivo ma colpito da un male proliferante. Non mi viene tanto in mente una schiera d’artisti che mi abbiano influenzata quanto una costellazione di riferimenti – apparentemente eclettici – che mi hanno permesso di approfondire la comprensione del paesaggio urbano e sociale: dai documentari storici della Filmoteca Regionale Siciliana (prima di tutto l’opera di Vittorio de Seta) ai saggi sull’antropologia dell’abitare e il concetto di rovine contemporanee (Marc Augé, Franco La Cecla, Marco Belpoliti), dalle ricerche della scuola d’antropologia di Palermo sulle tradizioni popolari ai racconti del Grand Tour, dai “Comizi d’amore” di Pierpaolo Pasolini alle “Città invisibili” di Calvino o ancora alle deambulazioni dei Situationistes, dalle architetture di terra berbera ai progetti di riqualificazione urbana (penso ad esempio all’approccio dello studio NoWA di Caltagirone).

Hai un rapporto particolarmente intenso con la Sicilia, dalla prima esperienza a Fiumara d’Arte, dedicata allo svelamento del corpo, all’ultima residenza a Favara, dove hai presentato un’installazione ambientale dai forti risvolti antropologici, l’isola e le sue contraddizioni sono entrate sempre più a far parte della tua ricerca. Mi sembra che quelli appena citati siano due momenti significativi della tua ricerca. Com’è cambiato il tuo modo di rapportati alla Sicilia?
Ci sono due esperienze molto significative nel mio percorso, che hai già citato ma che vorrei raccontare più dettagliatamente: sono i due periodi di residenza d’artista che ho vissuto, rispettivamente alla Fiumara d’arte nel 1996 e, recentemente, nel 2011/12 a Favara presso Farm Cultural Park. Entrambe sono state due esperienze appassionanti, molto coinvolgenti, seppure con delle temporalità e modalità molto diverse (8 mesi di seguito alla Fiumara, una residenza saltuaria ma sviluppata nell’arco di un anno, nel caso di Favara). Sono state cosi proficue probabilmente anche perché sono avvenute in momenti giusti del mio percorso. A Tusa, scoprivo “en solitaire” la Sicilia e l’impatto con la natura mediterranea, le usanze sociali e le tradizioni fu intensissimo, molto più delle mie aspettative. L’eco delle Metamorfosi d’Ovidio si fece vivo e, alla Fiumara d’Arte, incrociai frammenti del corpo e paesaggio ritrovando una certa manualità e lavorando essenzialmente con materiali naturali, quali ciottoli raccolti sul lungomare o argilla. Oppure ispirandomi, in modo dissacrante a dire il vero, ad usanze popolari come il ricamo del corredo per opere legate alla censura del corpo desiderante e al suo svelamento. Trovai stimoli anche nelle pratiche gastronomiche come il gelo di melone che adoperai per proporre sculture commestibili. Intuii sin dall’inizio che sarei rimasta nel meridione d’Italia – esitavo tra Napoli e Palermo come porto di riferimento – molto più del tempo previsto dal progetto di residenza, avevo bisogno di tempo per capirne le contraddizioni e le tensioni, era forse proprio questa complessità a trattenermi, rilanciando la mia curiosità e il desiderio di approfondire, oltre ai clichés facili.

A Favara, ho ritrovato il coinvolgimento emotivo di quel periodo, l’energia creativa ma con un progetto molto diverso, aperto a collaborazioni esterne (in particolare, i fotografi dell’associazione Nicodemo, Nadia Castronovo e Gero Viccica, Marco Crescimanno per il lavoro sul suono) e ai confini con l’indagine antropologica poiché il progetto si appoggiava fondamentalmente sulla relazione con gli abitanti, in particolare gli anziani favaresi che si sono dimostrati interlocutori disponibili anche nei confronti di una straniera/estranea alla loro comunità. Ho probabilmente riconosciuto a Favara, nell’abbandono del suo centro storico e nell’incompiutezza dell’edilizia recente, gli effetti dello sviluppo errato cui avevo già dedicato varie ricerche, ma stavolta la visione del degrado materiale della cittadina mi ha portata invece ad indagare un bene immateriale quanto la memoria collettiva. Tale evoluzione del mio approccio alla città non sarà stata proprio casuale nel momento in cui mia madre stava contemporaneamente perdendo totalmente la memoria. Il progetto per Farm si intitola “Cortile/curtighiu, voci dai cortili per la città da reinventare” ed è imperniato intorno alla doppia accezione della parola dialettale “curtigghiu” (spazio urbanistica /conversazione scambiata tra i vicini che vi si riuniscono). Mette in relazione la rete viaria e i nodi d’aggregazione rappresentati dai cortili con la rete umana di parentela e memoria. A Favara ho sperimentato per la prima volta l’integrazione del suono con una mia installazione ambientando i nuclei di sedie, richiamo alle donne che vi si riunivano, e la fitta ragnatela di fili rossi che le collegavano con le voci raccolte e cucite insieme a mò di conversazione. Inoltre frammenti dei discorsi raccolti sono usciti dallo spazio espositivo tramite l’affissione per strada di manifesti mimetizzati con le partecipazioni funebri, etc… Sono molto grata ad Andrea Bartoli per avere aderito spontaneamente alla mia proposta e generosamente sostenuto la produzione delle varie fasi del progetto “Cortile/curtigghiu”.

Importante nella tua ricerca anche il filone dedicato all’analisi di un “paesaggio abusivo”, esplorato in occasione della personale “Quoi de nouveau sous le soleil?” tenutasi nel 2008 presso il Centro Arte Contemporanea Bannata di Piazza Armerina. Vuoi parlarcene?
Per anni ho condotto una lunga ricognizione fotografica, quasi uno “stato dei luoghi”, nel corso di deambulazioni lungo il litorale e ai margini delle città, luoghi particolarmente sintomatici della speculazione edilizia. Era probabilmente anche un modo di appropriarsi del luogo dove avevo scelto di vivere. Si sono così sedimentati migliaia di frammenti della realtà che, col tempo, hanno costituito la materia prima di fotomontaggi in situ – come “Babele”, la mia visione della Palermo odierna. Scheletri e ruderi, in questo caso, compongono un tessuto urbano come incancrenito, in cui si intrecciano intimamente vitalità e distruzione, rimandando allo sviluppo quasi mostruoso del Ficus magnolioides. La città vi appare così come un gigante dai piedi d’argilla, in bilico tra espansione e crollo…
Nelle varie versioni di “Villinomania” e “Mobile city”, mi sono ispirata ai giochi di costruzione per bambini per riproporre, in modo ovviamente ironico sotto l’apparenza ludica, la configurazione della città dilagante. Lo scheletro di cemento incompiuto e il “villino” – col suo accumulo di elementi disparati senza legame col territorio – sono diventati le due figure-chiave delle mie installazioni. Ogni installazione è facilmente smontabile e trasportabile proprio come gli elementi prefabbricati e standard che compongono le architetture evocate. In questa fase del mio percorso, sentivo particolare affinità con certi universi cinematografici, come quello di Jacques Tati per le sue ambientazioni ricostruite e il suo tono ironico/poetico, o ancora il mondo vistosamente artificiale e visionario di Fellini.

Nella tua ultima produzione è centrale la riflessione intorno al concetto di metamorfosi sia dell’individuo sia della collettività, di cui è emblema la città con i suoi abusi e le opere incompiute, ma nel tuo lavoro sono presenti diverse anime. Tu come definiresti la tua ricerca?
Sento dentro di me come vari fiumi, alcuni più sotterranei, altri affioranti, talvolta capricciosi, talvolta placidi e costanti…È vero che il concetto di metamorfosi, di perpetuo divenire, è forse l’unico ad attraversare le varie fasi del mio percorso, dal lavoro sul corpo a quello sul paesaggio e sulla memoria, ma forse lo sfumerei con il sentimento della vulnerabilità, della deperibilità delle costruzioni umane, un sentimento forse malinconico oppure disincantato che sottende parte della mia ricerca ricollegandola al tema classico della Vanitas. Aggiungo che, tra due cicli di ricerche concettuali, osservo da alcuni anni la ricorrenza di una figura metamorfica, un ibrido tra umano e pesce, impegnato in uno sforzo di attraversamento, in costante oscillazione oscillare tra fuga e arenamento, incarnazione e dissoluzione (si pensi alla serie “Verso il Grande Mare” esposta ora alla galleria Nuvole). Tale figura archetipica sembra accompagnare la mia personale evoluzione, caricandosi di certe ansie, e tradurre in qualche modo, la fatica del percorso esistenziale.

A distanza di quasi vent’anni ti reputi e viene ancora percepita come un’artista straniera in Sicilia? Da straniera in Sicilia nel 2011 sei stata invitata a partecipare alla mostra collettiva, a cura di Giusi Diana, “Hôtel des Étrangers” presso il Laboratorio Zeta di Palermo. In questa occasione hai dato una tua personale lettura del Mediterraneo, vuoi parlarci di questa esperienza?
Dopo 20 anni o quasi, di vita e lavoro in Sicilia, la mia percezione di questa terra si è evoluta, perdendo forse una certa sua ingenuità e guadagnando in complessità. Come accennavo prima, mi sento insieme, in qualche modo, esterno e interno all’oggetto delle mie ricerche e mi interessa proprio questa dualità. Il progetto per il Laboratorio Zeta si è svolto, non casualmente, parallelamente all’ondata di immigrazione legata alla Primavera araba. Mi è apparsa coraggiosa la scelta della curatrice di ambientare la mostra proprio in un luogo autenticamente legato al tema dell’immigrazione poiché luogo di vita, autogestito, di uomini africani richiedenti asilo. Ed anche la decisione di rivolgersi ad artisti stranieri residenti in Sicilia e quindi con un’esperienza diretta, seppure per tutt’altri motivi, di emigrazione.
L’invito di Giusi Diana mi ha spinta a concretizzare un’installazione su cui riflettevo ogni tanto senza riuscire a portarla avanti: in effetti, da anni ritagliavo foto nelle pagine di cronaca del giornale legate all’odissea delle “carrette” del mare, il fenomeno mi aveva colpita arrivando in Sicilia anche perché ne ero del tutto ignara. Dopo un po’, la piccola foto di un giovane uomo, adagiato su una scogliera – in realtà un cadavere senza nome – si è imposta nella mia mente, sovrapponendosi col soldato morto del poema di Arthur Rimbaud, Le Dormeur du Val. Ho cominciato allora a raccogliere sul lungomare di Palermo tanti legni erosi dal mare e a costruire sommariamente con chiodi e martello imbarcazioni di fortuna, poi riunite nell’installazione “Esodo”, a forma di flotta disperata con, all’orizzonte, la foto stampata a scala umana del “Povero Cristo” senza sepoltura. Questo progetto mi ha dato l’opportunità di uno scambio con gli ospiti dello Zeta e sono rimasta colpita in particolare dal racconto della traversata del deserto, del mare di sabbia molto più temuto dell’altro mare di cui parla la cronaca e che, a mia volta, avevo evocato… Il mare Mediterraneo, serbatoio infinito di tracce, di relitti, di memorie insomma continua ad ispirare la mia riflessione. Da questo punto di vista, la Sicilia come estrema sponda dell’Europa si presenta come un osservatorio privilegiato e spero di esplorare ancora con i mezzi creativi quel bacino stracolmo di incontri, scontri e contaminazioni.

Come definiresti il panorama artistico siciliano?
Fra gli operatori culturali siciliani avverto molta energia, creatività e anche una particolare capacità immaginifica, un estro imprevedibile, come se non fosse ancora troppo omologata la sensibilità di chi è cresciuto qui e cerca di sviluppare una ricerca personale. Inoltre nel corso degli anni, ho incontrato varie giovani storiche dell’arte/curatrici (quasi sempre donne) che dimostrano una preparazione, una professionalità e un’indipendenza di pensiero notevoli. Intrattengo ormai con alcune di loro, a prescindere dai comuni progetti, un rapporto di stima e amicizia e sono per me preziosi interlocutori con cui confrontarmi nel processo concettuale. Il punto dolente è la grande discontinuità delle politiche culturali e la vulnerabilità delle istituzioni culturali siciliane. Le vicissitudini dei Cantieri Culturali alla Zisa, del Museo Riso, ne sono l’emblema ma anche le minacciate chiusure di tante fondazioni storiche (fra tutte, Orestiadi), pure cosi importanti al livello della rete culturale territoriale. Poi, in compenso, permane una tradizione di impegno privato generoso per la promozione dell’arte contemporanea, da parte di associazioni o fondazioni ma anche l’impegno di riviste specializzate on line, utili alla divulgazione delle ricerche contemporanee. La demoltiplicazione attuale di tante realtà disseminate in tutto il territorio (con programmi di residenze d’artisti, penso a Bocs, Brodbeck, Farm ma ce ne sono altre) è un segno di vitalità nonostante la crisi e ritengo meriterebbero un sostegno istituzionale. La prospettiva di Museo Diffuso a scala regionale disegnata da Riso mi sembra quindi la via giusta per rinforzare la sinergia e spero tale ottica sia ripresa dal nuovo Riso. Inoltre, in Sicilia, gli artisti sono ancora troppo spesso condannati ad una autoproduzione sterile in quanto il mercato dell’arte e il collezionismo siciliano sono poco affermati e audaci. In questo senso, rimpiango la manifestazione “Il Genio di Palermo” che aveva, fra altri meriti, quello di mettere direttamente in contatto artisti e pubblico, suscitando forse la vena collezionista. La quasi assenza di incentivi istituzionali alla creazione (borse di ricerche, premi) limita di fatto l’ambizione dei progetti che uno vorrebbe portare avanti.
Detto questo, avendo partecipato l’inverno scorso alla mobilitazione per i Cantieri Bene Comune (i Cantieri sono nati proprio nell’anno in cui giungevo alla Fiumara…), mi ha colpito l’impegno e la creatività dei trentenni che hanno concretamente riaperto, ad esempio, il cinema De Seta o rivitalizzato gli spazi con street art. Voglio allontanare da me il scetticismo di chi ha già assistito alla breve prima fase di vita dei Cantieri Culturali e scommettere che, stavolta, l’amministrazione comunale e gli artisti cooperino alla loro ristrutturazione e diano impulso duraturo alle attività. Gli spazi dei Cantieri, cosi ricchi di potenziale, si prestano al confronto tra i protagonisti di vari settori artistici e inoltre agli scambi interdisciplinari. Potrebbero ospitare in residenza creatori di diversa provenienza geografica, con particolare attenzione alle varie sponde del Mediterraneo. Avverto spesso i pericoli di una sorta di consanguineità dentro l’ambiente artistico isolano e bisogna diffidare dei pericoli dell’insularità. Applaudo quindi alla programmazione TRANSITI, in corso presso lo ZAC, aperta ad incontri con personalità esterne che portano a Palermo la loro esperienza cosi come al progetto di teatro sviluppato da Roberta Torre unendo pazienti psichiatrici ed attori professionali.
Nel mio piccolo ho ideato per la biblioteca della Storia Patria di Palermo la mostra “Il paesaggio in transito”, che riuniva libri d’artisti francesi legati da una comune esperienza di viaggio in Sicilia. È più facile traghettare libri che non installazioni, come ho avuto modo di capire negli anni… Infine, insieme a Marjolein Wortmann (artista olandese che vive da tempo a Palermo), abbiamo immaginato uno scambio d’ospitalità tra artisti nei propri studi/case che è stato accolto e sostenuto con entusiasmo da Giulia Ingarao: il Centro d’arte Piana dei Colli ha coordinato la triangolazione del progetto “Chassés-Croisés” tra Spagna, Olanda e Sicilia e presentato, nel 2010, le realizzazioni nate da questi spostamenti.

In questi anni ti sei cimentata con installazioni, disegni, fotografie, acquarelli, libri d’artista, opere in terracotta, assemblaggi di materiale di riciclo, tracce audio e anche con il ricamo, quale linguaggio artistico prediligi? La contaminazione è una caratteristica dell’arte degli ultimi anni?
L’avrai capito, sono un’incorreggibile eclettica, non solo per i materiali e le tecniche adoperate ma anche per il modo in cui nutro la mia ricerca e la lascio evolvere: non precludo niente, non prediligo niente. Mi nutro dei tanti riferimenti, da quelli più quotidiani a quelli colti, che sollecitano la mia curiosità e mi piacerebbe contribuire a sconvolgere i paletti che separano in camere ermetiche i vari campi disciplinari, com’è successo a Favara. Mi piace una certa impurità, apprezzo il sassolino negli ingranaggi troppo ben oleati, l’imprevisto su cui il progetto, ed io stessa, possiamo rimbalzare. Diffido un po’ della perfezione formale, gelida, di molte opere contemporanee cosi come della neutralità di tanti luoghi canonici dell’arte e, in generale, della tendenza all’autoreferenzialità del sistema dell’arte. Mi interessa il processo che porta all’opera più della realizzazione finale in sé, insomma il lavorio sottotraccia più della punta dell’iceberg. Mi attraggono gli spazi espositivi che non nascono come tali, per la carica di vissuto che trasmettono, per il dialogo con l’opera che ne scaturisce. Il confronto con la specificità di situazioni umane, con contesti sempre diversi (il bello delle residenza d’artista), mi pare un’occasione formidabile di crescita per un’artista, e non solo nel campo delle arti visive.

Stai lavorando a qualche progetto per i prossimi mesi o a qualche opera in particolare? Puoi anticiparci qualcosa?
Mi vergogno un po’ a dirlo e non lo dico senza una punta di ansia ma non ho alcun progetto preciso in mente. Mi capita spesso e dovrei esserci abituata: tra un ciclo di ricerche e un altro, si inseriscono intervalli di latenza, forse solo apparente perché credo che lo sguardo sia comunque sempre all’erta e vadano avanti riflessioni che sotterraneamente nutrono la ricerca futura. Forse, con gli anni, queste pause sono divenute più lunghe tra un ciclo di ricerche e un altro o semplicemente ho perso un po’ d’impulsività nel rapporto con la mia ricerca … A volte basta una proposta che giunge nel momento giusto, una scadenza che improvvisamente subentra nelle mie giornate per provocare la scintilla capace di innescare la concretizzazione di aspirazioni un po’ vaghe, apparentemente sonnecchianti… Il processo creativo rimane per me un fenomeno misterioso, capriccioso e con una sua coerenza che si rivela spesso solo a cose fatte. Il mio percorso non è quindi lineare né teso verso un obiettivo, non è sorretto dall’ambizione, prende le strade traverse, senza particolare fretta… finché non si imbatte in circostanze che fanno precipitare le cose.

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(1) Atelier dell’artista
(2) Babele, foto di Giulio Azzarello
(3) Mobile City 2, copyright Raphael Chippault
(4) Cortile: curtigghiu