ESTATE, AUTUNNO | Milano

di Bianca Basile

 

Quest’Estate a Cosenza tre curatori – Irene Angenica, Giovanni Paolin e Giacomo Pigliapoco – sono stati selezionati da Giacinto di Pietrantonio per coordinare la residenza d’artista di BocsArt Cosenza del mese di luglio.

In due settimane i dodici artisti selezionati – quattro per ogni curatore – sono entrati in relazione, scambiando idee e pareri tecnici riguardanti i più vari temi del mondo dell’arte contemporanea, grazie alla promozione, da parte dei curatori, di quotidiani appuntamenti serali dedicati alla condivisione.

Il periodo di residenza si è concluso con la mostra cosentina intitolata A JUMI, ma né per gli artisti né per i tre ideatori era davvero finita lì; così l’elaborazione dei molteplici spunti maturati in residenza e la voglia di continuare a confrontarsi allargando anche il raggio della condivisione, ha portato la mostra a Milano, ospitata dal progetto State of e all’interno del showroom Aretè, con il titolo Estate, Autunno, a evidenziare l’idea di circolarità temporale e ideale del progetto. La linea perimetrale che racchiude la mostra non è tematica: la scelta curatoriale è stata quella di connettere le singole ricerche artistiche attraverso momenti di scambio tra gli artisti oltre che tra artisti e curatori. Queste sono state associate, al momento dell’esposizione, sulla base delle affinità tematiche ed estetiche. Il minimo comune denominatore ideale forse inconscio è il concetto di cura.

Patrizia Emma Scialpi trascrive sul tipico k-way degli ultras quello che nello stadio diviene un inno, una dichiarazione d’amore: L’estate sta finendo, difendo la città; città, squadra di cui i tifosi, in estate così come in autunno, si prendono cura, con lo stesso grado di affetto che per una persona cara.

Un altro tipo di canto popolare, sportivo e affettivo è la base di partenza del lavoro di Alberto Venturini, che indaga in Così vicino il tema della solitudine partecipata tramite due walky-talkies riproduttori di cori haka, rintracciandovi una poeticità vicina a quella degli haiku giapponesi.

Relativamente discostato, tematicamente e a livello di medium, Pietro Ballero usa l’ingrandimento fotografico per mostrare quanto i nuovi media abbiano modificato il concetto di memoria sia privata sia collettiva. Una chat whatsapp incorniciata che introduce la scoperta di un venditore di palloncini all’interno del ghetto di Varsavia grazie all’ingrandimento di una fotografia scattata nel 1941. Consapevoli delle miserabili condizioni degli abitanti del ghetto ebraico in quel periodo storico, tale presenza pare davvero inconcepibile. I palloncini a forma di emoji che completano l’installazione rappresentano il tentativo di attualizzare il passato con il consapevole risultato di evidenziarne l’abissale distanza rispetto al presente.

L’umanizzazione dell’inanimato riprende il filo con i due posacenere dialoganti di Paolo Bufalini. A differenza dei walki-talkie e dei k-way questi sono i primi oggetti, non per loro natura, associati alla voce umana che dialogano effettivamente come due avventori di un bar. Il testo ha un’eco intima e paradossale, di stampo beckettiano, i nomi delle due voci corrispondono  alla denominazione di due differenti timbri vocali, presi su un’applicazione per la simulazione di voci umane. Il concetto di Internet of things, un neologismo riferito all’estensione di Internet al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti, rieccheggia in questo lavoro che si connette alla tendenza molto contemporanea e allo stesso tempo archetipica di far relazionare gli oggetti all’essere umano in modo quanto più possibile intelligente – nel senso etimologico di intelligere, comprendere, intendere.

Il dialogo si eleva trascendentalmente nell’opera Numen di Giovanni Chiamenti. Il titolo latino denuncia con l’etimologia il senso dell’opera: il cenno del capo universalmente assertivo della divinità-natura che affascina e terrorizza l’oggetto del suo comando, l’essere vivente. Il contrasto tra i materiali artificiali e i soggetti fitoformi evidenzia il contrasto tra finito e infinito che il lavoro trasmette e che è ampliato nella mostra personale dell’autore, La cerimonia dei misteri.

Nel lavoro di Nicola Lorini il dialogo avviene sempre attraverso gli oggetti ma appartenenti a un luogo – la Calabria – e attraverso due esperienze in situ, quella dell’artista da BocsArt e quella di Norman Douglas, etnografo inglese che ha raccontato la sua esperienza di viaggio nel libro Old Calabria. Gli oggetti raccolti e messi in dialogo fisico da Lorini in Sand, Sad, Sleep provengono in parte dalla vita domestica di residenza, in parte dal letto dei fiumi cosentini.

Le vulnerabili di Jacopo Belloni sono la riproduzione in ceramica di protesi interne per arti, trasformate in armi affilate o in coltelli. Simili ad ex voto antichi, usati un tempo per chiedere la guarigione di una parte malata, simulano una aggressività inesistente. La struttura che li accoglie contrasta matericamente e idealmente con esse, rimandando alla dialettica naturale-artificiale.

Questa stessa dialettica è trattata anche da Matilde Sambo, che parte anche lei da una raccolta e un riassemblamento di oggetti trovati nel luogo di residenza attraverso materiali sorprendenti come cera e pelle di soia.


Di impronta più lirica è il recupero e l’adozione degli objets trouvés da parte di Davide La Montagna che in Not Yet Titled  (Come Closer)  li avvolge in un abbraccio materno o amoroso in forma di coperta.

Marta Spagnoli informa le sue tele della stessa poeticità. Le figure dipinte sono leggere ed evanescenti, dialogano tra loro per evocazioni.

Le bocce pirografate di Gabriel Stöckli richiamano il senso del lavoro di residenza: un gioco di squadra che però mette in evidenza le singolarità di ognuno.

Infine Davide Sgambaro chiude il cerchio con un gioco che verte in creazione il fallimento. Da un momento di apatia, l’artista sdraiato sul letto bagna le m&m’s nell’acqua cercando di centrarle in un bicchiere. Quando non riesce nell’intento, i dolciumi lasciano un segno delicato sul lenzuolo che diventa tela e viene esposta a terra.

BocsArt ha origine dalla scelta di tre giovani curatori e ha trovato nel poliedrivo concetto di “cura” il suo baricentro tematico. Cura è accogliere, ascoltare; nell’edizione milanese i curatori hanno organizzato un public program prendendo spunto dai momenti di incontro tra curatori e artisti durante la residenza. Sono stati organizzati tre talk, in occasione del primo “Residenze a confronto”, sono stati invitati come relatori Giulio Verago ( curatore di Viafarini) , Giacinto di Pietrantonio (curatore di Bocs Art Cosenza) e Cristina Rota (Project Manager di The Blank Residency).. Per “Magazine e nuove generazioni nell’era della post comunicazione” sono intervenuti Elena Bordignon (fondatrice ed editor in chief di ATP diary), Giulia Restifo (direttrice di That’s Contemporary), Marco Marelli (direttore di Forme Uniche), Francesca Pirillo (editor in chief di Made in Mind). “Artist-run Space oggi: connessioni e confini nel sostegno delle nuove generazioni” ha fatto dialogare realtà eterogenee quali Conversation Piece (Milano), Mucho Mas (Torino), Sonnenstube (Lugano), TOAST (Firenze), Yellow (Varese).

Aver creato dei momenti di scambio oltre al percorso espositivo è sintomo di una volontà di condivisione, apertura e dialogo che il gruppo ha voluto innescare non solo al suo interno, ma in osmosi con il pubblico, estendendo così quei momenti di convivialità che hanno caratterizzato la loro residenza anche nella sede espositiva milanese.