ArtReviews

 

LIVING ROOMS ED. III:

Il modello UNOBIS e la curatela come laboratorio

 

A Padova, lo spazio UNOBIS, un dinamico artist run space diretto da Elena Lucenti, Martina Biolo, Luca Buratti e Greta Fabrizio, si conferma un laboratorio pulsante per la ricerca artistica e curatoriale contemporanea. La sua missione, creare un’organizzazione in grado di instaurare scambi e dialoghi legati all’arte e al suo ruolo nella comunità, trova una risonanza perfetta nella rassegna LIVING ROOMS.

 

 

Giunta alla sua terza edizione, LIVING ROOMS è un progetto espositivo concepito per esplorare pratiche artistiche emergenti e, soprattutto, modalità sperimentali di curatela. Questa edizione si è sviluppata in tre intensi appuntamenti bipersonali (3-4, 17-18 e 24-25 ottobre), ciascuno caratterizzato da un dialogo unico tra artisti e artiste, curatrici e curatori. Dalle “silenziose presenze” di Un’altra Altra Notte in Bianco con Jacopo Naccarato e Nicola Ghirardelli, a cura di Edoardo Durante che trascendono il concetto di natura, all’intreccio di linguaggi e tematiche di militanza critica in Noi camminiamo sopra l’inferno, guardando i fiori con Lidia Bianchi e Miriam Montani Magrelli, a cura di Francesca Disconzi, fino alla meditazione sul gesto e sulla memoria collettiva in Eppure è altro con Carmen Buonanno e Marta Perroni, a cura di Marta Ferrara.

 

 

Questa rassegna non è stata solo una vetrina, ma un vero e proprio esercizio di scambio e produzione di senso. Come si costruisce un dialogo in uno spazio ibrido come UNOBIS? Quali sfide comporta la curatela intesa come pratica di sperimentazione? Per capire meglio come è stato pensato e organizzato il progetto espositivo e quali idee hanno guidato le scelte delle curatrici e dei curatori, abbiamo incontrato le figure che hanno animato LIVING ROOMS ED. III. Attraverso le interviste, desidero far emergere le motivazioni, le ispirazioni e gli obiettivi che hanno definito questa rassegna e il ruolo di UNOBIS nel panorama artistico padovano.

Geraldina: Dato il titolo Un’altra notte in bianco, in che modo il tuo progetto curatoriale ha cercato di evidenziare o esplorare le tematiche di veglia, lavoro notturno o stato di sospensione presenti nelle opere di Jacopo Naccarato e Nicola Ghirardelli?

 

Nicola Ghirardelli, A butterfly in a winter night, 2025.

 

Edoardo: Il progetto site-specific realizzato da Ghirardelli e Naccarato non riflette sul concetto di veglia, il titolo fa riferimento a un approccio processuale, una scelta consapevole presa dagli artisti e da me in quanto curatore della mostra, che ci ha visto lavorare all’interno dello spazio espositivo per tutto il giorno per diversi giorni, una sorta di residenza artistica protrattasi fino a tarda notte. Questa decisione ha comportato la realizzazione di tutti i lavori, compreso il testo curatoriale, direttamente nello spazio laboratoriale, invitando così a riflettere sull’identità di Unobis che nasce come luogo di lavoro, come studio di artiste e artisti.

 

 

Geraldina: Quali sono stati gli elementi di dialogo o contrasto più interessanti che hai individuato tra le pratiche artistiche di Jacopo e Nicola, e come si sono fusi nello spazio espositivo di UNOBIS?

Edoardo: Un’altra Notte in Bianco instaura un dialogo tra le pratiche di Ghirardelli e Naccarato, entrambe connotate da una ricerca quasi ossessiva di stratificazioni di frammenti iconologici, archetipi e simboli allegorici che in questa occasione hanno contribuito alla restituzione di una dimensione carica di silenziose presenze, un’atmosfera dalle tonalità alabastrine che trascende il concetto di natura così come lo conosciamo. Le ricerche dei due artisti in mostra riflettono una particolare attenzione nei confronti di quei processi trasformativi della materia, attraverso l’attivazione di prassi alchemiche che intersecano tecniche tradizionali a un’attitudine sperimentale.

Elementi antropici dialogano con residui organici di recupero. Ferro e argilla, componenti ossee, malte e stucchi convivono secondo un rapporto simbiotico in cui la materia è spogliata della propria forza latente che la trattiene. Un linguaggio materico, motivi architettonici, fregi, frammenti e entità simboliche – assumendo nuove connotazioni – vivono ora una condizione liminale, riletta attraverso uno slancio che tende alla riconfigurazione di una natura altra.

 

 

Geraldina: La frase Eppure è altro suggerisce un livello di significato nascosto o un’alterità da scoprire. In che modo hai utilizzato lo spazio espositivo per guidare il pubblico oltre la percezione immediata delle opere di Carmen Buonanno e Marta Perroni?

Marta: Con Marta e Carmen abbiamo costruito un dialogo a prescindere dalle opere, un dialogo sulla trasmissione di saperi, sullo spazio e sul tempo condiviso. Entrambe le artiste praticano l’arte del ricamo in maniera non esclusiva e a me interessava toccare in maniera discreta le loro singole ricerche, vedere effettivamente come potessero dialogare.

Eppure è altro sono parole nate dopo, per sottintendere quello che è stato il nostro cercare assieme in questi mesi di produzione un modo per raccontare quel lavoro “casalingo” spesso considerato minore: il piccolo diventa immensamente grande nel caso della ricerca di Carmen sul ricamo a uncinetto come pratica tradizionale riletta in chiave queer e transfemminista; la ricerca teorica e pratica di Marta, invece, in mostra ha preso corpo come una prima restituzione di un progetto a lungo termine sul femminile nella tradizione e nella contemporaneità, a partire dalla Valtellina, area in cui ha vissuto la sua infanzia l’artista.

 

Marta Perroni, Come ricercare erbe spontanee per rimedi invisibili – fino a 2600, 2025.

 

La trasparenza, il poter leggere dietro le opere, non guardarle esclusivamente da una prospettiva frontale ma starci dentro: sono stati i punti sottesi nel titolo e nel testo ma presenti nell’esperienza del nostro progetto espositivo.

 

Opening “Eppure è altro”

 

Geraldina: Come si è sviluppata la relazione tra i linguaggi di Carmen Buonanno e Marta Perroni all’interno della mostra, e in che misura la tua curatela ha messo in risalto questo “altro” che le unisce o le distingue?

Marta: La relazione si è svolta molto fuori dalla mostra, nello scambio di idee, nel racconto biografico e nell’ascolto reciproco tra noi tre. In mostra, c’erano lavori inediti prodotti appositamente per la mostra. Sono nati in parallelo ai nostri incontri, alle nostre telefonate. Personalmente, mi sto avvicinando a quelle che sono le storie femminili della mia famiglia, volevo lavorare in un tempo lento con artiste che potessero aiutarmi ad orientarmi meglio tra i concetti di strega, tradizione, genealogia e famiglia. Quindi, per riprendere la tua domanda, sono i loro linguaggi che mi hanno aiutata a mettere in risalto questo “altro” che ci unisce e ci distingue.

 

Il display è venuto da sé in maniera naturale. Non volevamo celare le caratteristiche del capannone industriale e le sue asimmetrie, abbiamo provato a usarle tutte. Posso assumermi il merito solo di non aver tolto il tessuto di organza rosa che avevamo utilizzato per proteggere il delicato uncinetto di Carmen durante l’allestimento. Era stato con noi per una settimana nello spazio, non andava nascosto.

 

 

Geraldina: Il titolo della mostra, Noi camminiamo sopra l’inferno, guardando i fiori, suggerisce una tensione tra difficoltà/oscuro e bellezza/speranza. In che modo hai tradotto a livello curatoriale questo dualismo nelle opere di Miriam Montani e Lidia Bianchi?

Francesca: Direi che questo dualismo è conseguenza della scelta stessa di lavorare con Miriam Montani Magrelli e Lidia Bianchi. Il titolo della mostra richiama la condizione contemporanea ed è innanzitutto una riflessione su quanta audacia serva oggi per vivere, ma soprattutto per fare e parlare d’arte, con tutte le implicazioni che ciò comporta; credo infatti più che mai nella necessità di tornare a far parte della Storia, proprio come auspicava Gramsci, che ho voluto citare nel mio testo. Condivido spesso riflessioni politiche con le artiste che ho invitato e, a prescindere dalla scelta dei lavori, sapevo che con loro avrei trovato una certa poesia, nonostante il terreno infernale sul quale l’umanità si muove. Le opere in mostra parlano di aspetti biografici che intersecano tematiche urgenti come lotta di classe, sorveglianza e controllo, ma sono presenze che emergono a poco a poco, mai come dichiarazioni didascaliche o ingombranti.

 

Lidia Bianchi, Il Giardino di mio padre Capitolo 1- Lo stagno delle ninfee, 2025.

 

Geraldina: Quali strategie o chiavi di lettura hai offerto al pubblico per bilanciare l’esperienza emotiva o narrativa dei lavori delle due artiste, consentendo di “guardare i fiori” nonostante il sottotesto più complesso?

Francesca: Per questa mostra abbiamo scelto una dimensione notturna e selvatica: qualcosa che può al tempo stesso cullare o allertare. Abbiamo voluto lasciare delle tracce luminose nella notte, un po’ come se fossero dei segni da seguire per trovare una via di fuga nelle tenebre. I lavori delle artiste sono i veri fiori: la speranza che esista ancora un margine di discussione, che sia possibile mantenere vivo il pensiero critico. Dal mio punto di vista, ho voluto scrivere un testo molto lungo e sentito, non solo descrivendo le opere, ma partendo dal rapporto che ci lega e dalla nostra comunione d’intenti; senza questo legame umano e politico, la mostra non sarebbe potuta esistere: abbiamo portato noi stesse e le nostre storie.

 

In copertina: Veduta della mostra Un’altra Notte in Bianco, 2025.
Ph Michael Trutta, courtesy Unobis.