Intervista a Maurizio Coccia

Under Glass 21 Uncontaminated narratives

a cura di Maurizio Coccia e Mara Predicatori

 

di Danilo Lo Piccolo

 

Molte le istituzioni, sia pubbliche che private, così come gli spazi indipendenti, gallerie e persino gli stessi artisti aprono i propri studi mediante l’uso delle nuove tecnologie che, mai come oggi, si stanno dimostrando un potente e alternativo ponte di dialogo e di arricchimento culturale. Il Web diventa la finestra attraverso il quale si può osservare il polmone della cultura, ovvero i musei, continuare a ossigenare le menti e arricchire interi visitatori. Se i fruitori non possono andare al museo, certamente grazie al Web, il museo va al visitatore.

Di questa alternativa pratica di fruire l’arte ne parliamo con Maurizio Coccia, Direttore artistico e Curatore del Museo Palazzo Lucarini di Trevi in Umbria.

 

Un periodo difficile ed estremamente complesso per tutto il mondo che vede tutte le categorie sociali chiamate ad una quarantena forzata per l’incolumità sanitaria globale. Una quarantena che suona come un invito alla riflessione, ponendo l’accetto sulle priorità sociali e che possibilmente sia fautrice di un nuovo Rinascimento. Maurizio Coccia, lei oltre ad essere Direttore e anche il curatore artistico del Museo Palazzo Lucarini, crede che questa pandemia cambierà il modo di fare arte e di fruirla? Se si, in che modo?

I mondi dell’arte sono inseriti in un sistema sociale più complesso e reticolare, eterogeneo per motivazioni, finalità, risorse e accessibilità. È difficile dare una risposta generalizzata. Si può avanzare empiricamente valutando e verificare le singole reazioni. Cioè confrontare le tattiche, le scelte contingenti. Aspettare che si stabilizzi la situazione sanitaria e, per il nostro comparto ancora più importante, politica. Quello che si è visto sinora sui social, solo recentemente è il frutto di una pianificazione organica, di una strategia lungimirante. Si trattava per lo più di reazioni emotive – un po’ ludiche e un po’ opportunistiche, anche quando in buona fede – cui si fatica ad attribuire peso specifico e densità. Vedremo. Nel frattempo, c’è un fenomeno curioso. Tra i primi a organizzarsi ci sono stati parecchi soggetti “leggeri”: istituzioni marginali, associazioni informali, singoli. I protagonisti più strutturati – per ovvi motivi burocratici, ma non solo – si sono mossi più tardi. Anche il tipo della loro risposta mi è sembrato un po’ più convenzionale, appiattito su modelli di fruizione passiva. Tuttavia, ci sono anche delle interessanti eccezioni, che stanno uscendo con forza e originalità allo scoperto. Grazie anche a una disponibilità di mezzi e personale maggiore, stanno arrivando proposte più in sintonia, sia con il momento storico sia con le potenzialità dei nuovi media. Ciò che si può affermare con ragionevole sicurezza, è che avremo una risposta definitiva solo quando il mercato artistico si sarà ristrutturato, per agire idoneamente nella (eventuale) nuova situazione globale.

 

Direttore, qual è stata la sua sensazione quando ha appreso di dover chiudere il Museo a causa dell’emergenza sanitaria?

Palazzo Lucarini non ha una collezione permanete. Le nostre attività sono legate a una programmazione temporanea. Siamo una realtà di “frontiera”. Fronteggiare crisi ed emergenze fa parte del nostro patrimonio genetico. Quindi, senza il vittimismo o il falso pudore di chi, all’inizio della quarantena, proponeva una “salutare” astinenza, abbiamo finalizzato alcune idee sulle quali già da un po’ stavamo riflettendo e abbiamo dato vita a una serie di proposte visibili sui nostri canali online. Volendo, ne avremmo sino a fine anno. Per il resto, la programmazione ordinaria coprirebbe fino a tutto il 2021, già a partire dal prossimo luglio. Ora aspettiamo indicazioni sanitarie e operative, concrete, su cui basare la ripartenza. Gramsci direbbe: tra pessimismo della ragione e ottimismo della volontà.

 

Come sta vivendo questo momento nel gestire un Museo “fantasma”? Un Museo può sempre essere definito tale anche quando non ha la sua linfa, i visitatori?

Senza pubblico, un luogo espositivo è inerte. È un contenitore cieco di oggetti anestetizzati. Se il tipo di percezione, infatti, è quello offerto dai social, basato sulla pura immagine, allora questi oggetti perdono densità artistica, si sganciano da qualunque riferimento con il contesto che li ha visti nascere. Si confondo con la messe sterminata di fotografie presenti nell’etere e, di conseguenza, si abbassa verticalmente la soglia di assuefazione. Passare dalla sfera fisica a quella digitale, per un museo equivale a un cambiamento di status: forse non muore, ma diventa qualcos’altro. Con le conseguenze, già visibili, della spettacolarizzazione irriflessiva profetizzate da Guy Debord.

 

Da poco si è concluso un progetto molto interessante dal titolo, a mio avviso, molto evocativo: Under Glass. 21 Uncontaminated narratives. Dove, con cadenza giornaliera, 21 artisti si raccontavano, mostrando il proprio lavoro attraverso il Web. La mostra che ha curato insieme a Mara Predicatori in che modo ha preso forma? Era un progetto che avevate già in cantiere o lo avete pensato in fieri?

Già da qualche tempo, io e Mara ci stavamo interrogando su modelli curatoriali e di mostra integrativi – se non proprio alternativi – rispetto a quelli tradizionali. Ovviamente, il precipitare della crisi ha accelerato le modalità. Tuttavia, ciò che è cambiato è il mezzo, più che la procedura. Lavorando in remoto, senza contatti né materiali fisici, abbiamo adattato la strategia dello smart working al nostro ambito. Una scelta determinato dalla coscienza del nostro ruolo sociale, come professionisti e rappresentati di un’istituzione culturale pubblica.

Poi, contando su un gruppo di artisti straordinari – amici molto brillanti e reattivi – abbiamo dato corpo all’intuizione iniziale in circa 12 ore. Insomma, un incrocio fruttuoso di tecnologia, empatia, creatività.

 

Avete definito questo un “progetto di resistenza artistica domestica”, cosa intendete? È un modo per stare vicini ai fruitori e allo stesso tempo fare da ponte per aprire un canale agli artisti verso l’esterno?

Ci siamo concentrati principalmente suoi vari significati del termine: opporsi agli effetti del morbo, della solitudine, delle forze avverse in generale. Ma anche durare, non arrendersi all’effimero e alla semplificazione dilagante. Poi, naturalmente, c’era la Resistenza, quella con la maiuscola, che per noi è sempre un modello, etico e operativo. Il tutto, però, visto dalla prospettiva tipicamente borghese della casa, che, più o meno, uniformava proposta e ricezione, artisti, espositori, pubblico. Ci è sembrato un cortocircuito stimolante, da sviluppare, anche a causa della sua imposizione esterna.

 

Under Glass, letteralmente “sotto vetro”, un modo alternativo per proteggere e proteggersi dall’esterno ma lasciare che tutti possano vedere e arricchirsi. Crede che il Web, strumento di supporto molto utilizzato in questo periodo da diverse realtà, possa diventare una soluzione momentanea o una risoluzione definitiva al problema della fruizione museale?

Non credo. Non nell’immediato, almeno. Di là da ogni concessione idealistica alla sacralità del luogo, e al feticismo dell’oggetto d’arte, ci sono motivazioni concrete a impedirlo. Intanto, gli investimenti cospicui per costruire “macchine” di desiderio come i diversi – e iconici – nuovi musei, che bisogna ammortizzare e/o continuare a sostenere. E qui arriva il secondo punto. Musei e grandi gallerie hanno personale e spese gestionali da pagare, nonostante la serrata dovuta al virus. Infine, l’indotto. Il legame tra mostre e territorio, vaticinato da tanti patrioti della cultura, è in realtà soprattutto un catalizzatore per il turismo. Nulla di male, sia chiaro. Infatti, non c’è solo Bilbao. Esistono anche piccoli centri dell’Appennino abruzzese, per esempio, dove l’apertura di una galleria può fornire lo spunto per un rilancio complessivo del paese. Insomma, quello del Web credo che sarà un adeguamento di lungo periodo. Soprattutto, con la messa a disposizione degli archivi – cataloghi, immagini, eccetera. Forse, si può prevedere un supplemento per il settore didattico. Ma penso che le attività fisicamente condivisibili, anche se inizialmente più limitate, riprenderanno la loro posizione prevalente nella programmazione.

 

Viste le crescenti iniziative dei musei che usano il Web per mostrare le proprie collezione permanenti o le mostre temporanee, è stato creato di recente Pandemic Resistance Museums – PRM, gruppo su Facebook gestito dai moderatori Prof. Tommaso Casini e della Dott.ssa Alice Cantino in collaborazione con studenti e ex-studenti dell’Università IULM di Milano, i quali propongono una mappatura, la condivisione e pertanto l’accesso alla conoscenza con le forme del Museo “immaginario”, 2.0, e delle sue evoluzioni in ambienti digitali e internet negli ultimi anni. Anche Voi, dopo questa prima esperienza avete aperto sul vostro sito un canale dedicato alle “Online Exhibition”, potete accennare a qualche vostro progetto futuro? Crede che in futuro continuerete a proporre iniziative online?

 A breve inizieremo una serie di conversazioni live sull’architettura contemporanea, in collaborazione con Franco Purini ed Enrico Ansaloni. E poi sono allo studio protocolli di didattica artistica, in download e interattiva. Ma sostanzialmente, ci orientiamo verso operazioni nello spazio fisico. Infatti la logistica, il luogo, e il personale estremamente ridotto, in questo ci favoriscono.

 

Con il passare di questi mesi l’economia mondiale ha subìto un tracollo non indifferente, secondo lei, è giusto aiutare, sostenere e rilanciare l’opera e l’operato degli artisti?

Sì, certo. Ma temo l’assistenzialismo. In linea di principio sono contrario ai sussidi elargiti a pioggia, solo per appartenenza di categoria, anche a quella di “artista”. L’artista deve mantenere un contatto con il mercato, anche tramite forme di autogestione, non necessariamente attraverso le gallerie. È una pratica sana, dinamica e – potremmo dire – darwiniana. In più, vorrei evitare l’affermazione di un gusto istituzionalizzato, di un’estetica di stato, mediante stipendi, residenze, acquisti e premi elargiti in maniera indiscriminata. Detto ciò, ritengo determinante, come atto di responsabilità civica, che il contemporaneo, in Italia, sia assimilato strutturalmente ai canali di interesse, sostegno economico e promozione, che garantisco la sopravvivenza di altre espressioni culturali ben più marginali.

 

È possibile che l’Italia, così come altri Stati, senza alcun appoggio da parte delle istituzioni rischi di diventare un “deserto culturale”. Secondo lei quale strumento può essere d’aiuto per sostenere gli artisti e tutti i protagonisti del mondo culturale?

Ciò che penso indispensabile è riformare alla base le premesse culturali italiane. In altri termini, cominciare a investire nella produzione artistica, e non solo nella conservazione e tutela del patrimonio. Anche solo simbolicamente, sarebbe già un’azione rivoluzionaria. Smettere di dedicare risorse e programmi televisivi esclusivamente ai siti archeologici e ai maestri del Rinascimento. Se crolla un pezzetto di intonaco a Pompei fa molto più rumore della morte di Germano Celant. Non mi sembra normale. Il grado di civiltà di una nazione si misura anche dall’attenzione riservata alla cultura del presente, alle contraddizioni, alle tensioni e potenzialità del mondo di oggi. Per discutere, prevenire, pianificare e, auspicabilmente, lasciare un mondo migliore alle nuove generazioni. L’Italia da Grand Tour, invece, non solo è un brand turistico, ma anche una zavorra. Infatti, a scuola – dove la si insegna – la storia dell’arte raggiunge a stento le avanguardie. Nel recente programma per il concorso nazionale, ci si ferma al II dopoguerra! Quando si porteranno gli alunni delle Primarie in gita alla Biennale di Venezia, oltre che alla Basilica di San Marco, allora potremmo dire di essere sulla buona strada.

 

Titolo: Under Glass. 21 Uncontaminated Narratives

mostra collettiva online

Artisti: Adalberto Abbate, Alterazioni Video, Mohsen Baghernejad Moghanjooghi, Pierluigi Calignano, Silvia Camporesi, Federico Cavallini, Adelaide Cioni, Mario Consiglio, Petr Davydtchenko, Franko B, Fabio Giorgi Alberti, Yonel Hidalgo Perez, Myriam Laplante, Domenico Antonio Mancini, Aurelien Mauplot, Andrei Molodkin, Margherita Morgantin, Pawel und Pawel, Calixto Ramirez Correa, Ivana Spinelli, Italo Zuffi

A cura di: Maurizio Coccia e Mara Predicatori

Inaugurazione: sabato 14 marzo, ore 19:00

Date: tutti i giorni, fino al 4 aprile, alle 19:00

Luoghi: Canali web di Palazzo Lucarini

Segreteria e logistica: Associazione Culturale “Palazzo Lucarini Contemporary” (Presidente Giovanni Curti)

Ente patrocinatore: Comune di Trevi (Sindaco Bernardino Sperandio)

 

In copertina: Adalberto Abbate, VIAGGIO IN ITALIA, 2020, digital collage printed on pvc, 150x190cm.