Tide of Returns: le voci che curano i traumi coloniali
Intervista a Khadija von Zinnenburg Carroll e al Repatriates Collective sul progetto espositivo che ridefinisce il concetto di restituzione culturale da Ocean Space
Fino all’11 ottobre 2026, la storica chiesa di San Lorenzo a Venezia, sede di Ocean Space, centro artistico dedicato alla salvaguardia degli oceani sotto la guida della Fondazione TBA21, si trasforma di una risposta collettiva alle ferite del colonialismo e della dispersione materiale. La mostra Tide of Returns (Onde di Ritorni), curata da Khadija von Zinnenburg Carroll, presenta i frutti di una ricerca pluriennale condotta dal Repatriates Collective. Questa rete di artiste e artisti provenienti dall’Australia, dall’Africa e dall’America Latina non propone una fredda rivendicazione burocratica, ma un vero e proprio atto cerimoniale di riappropriazione e guarigione ecologica. Camminando tra dune di sabbia e installazioni in Alcantara, lo spazio non si offre come asettico white cube, ma respira all’unisono con le maree lagunari, connettendo memorie indigene e traumi globali. Per entrare nel vivo di questo progetto, abbiamo dialogato direttamente con la curatrice Khadija von Zinnenburg Carroll e alcune artiste del collettivo.
Geraldina Albegiani: Nel comunicato stampa descrive la mostra come un “atto cerimoniale di riappropriazione” che trasforma la restituzione culturale da rivendicazione politica ad atto di guarigione collettiva. In che modo il trasferimento di oggetti dai musei europei alle comunità d’origine cessa di essere una procedura burocratica per diventare un processo di “guarigione” (healing)?
Khadija von Zinnenburg Carroll: Come collettivo cerchiamo sempre di parlare con l’altro e mai per l’altro. Nel caso del popolo Anindilyakwa, i songlines (i percorsi cantati) sono vere e proprie mappe di conoscenza legati alla terra. Le bambole di conchiglie, i dadikwakwa-kwa, sono arrivate dall’Europa accompagnate da un canto rimasto dormiente per decenni: il loro rimpatrio è diventato così un rito della memoria. Mentre l’artista anziana Stephanie Durilla ricominciava a fabbricare le sue bambole a casa, i versi del canto sono riaffiorati nella mente di suo marito, il cantore Elvis Bara. Ricordando i fuochi della giovinezza, ha ricominciato a intonare il canto nella sua interezza sulla terra a cui appartiene, mentre le donne danzavano raccogliendo conchiglie. Registrare quel momento significa imprimere la guarigione nella nostra memoria digitale.
Verena Melgarejo Weinandt: Il termine “guarigione” non deve far pensare a una ferita da chiudere per tornare magicamente a un passato incontaminato. Parliamo piuttosto di trasformare radicalmente le relazioni tra gli esseri umani e gli altri elementi del mondo, cercando un equilibrio reciproco. Mi viene in mente il concetto di “pluriverso” del sociologo Edgardo Lander, che sostiene la coesistenza di molti mondi diversi. Abbiamo bisogno di istituzioni e regole che non siano dominate da un’unica visione eurocentrica o da logiche di sottomissione.
Geraldina Albegiani: Il titolo “Tide of Returns” (Onde di Ritorni) evoca il movimento naturale delle maree. In che modo questa immagine riflette il viaggio che le opere e le comunità stanno intraprendendo, e come ha guidato la costruzione della mostra?
Khadija von Zinnenburg Carroll: Siamo persone oceaniche e viviamo lungo le linee di marea, quel confine mobile che non è né solo terra né solo mare. La marea non è un’astrazione: l’innalzamento del livello dell’acqua è una minaccia reale, tanto per Venezia quanto per le isole del Pacifico, dove ci sono già rifugiati climatici costretti a evacuare. Come artiste creiamo storie che viaggiano con l’acqua e che possono sopravvivere a questi mutamenti.
L’allestimento a San Lorenzo evoca una forte connessione geologica: la policromia rossa e bianca delle pietre della chiesa veneziana riprende fedelmente le tonalità delle terre di Groote Eylandt, in Australia.
Gli Anindilyakwa dicono che le conchiglie arrivano a riva con l’alta marea quando vogliono unirsi alle persone; diventano i corpi di questi bambini-bambola, veri avatar delle generazioni future. Ho progettato l’installazione in dialogo con la pietra di Ocean Space per dare la sensazione che quelle pareti un tempo facessero parte dell’oceano, proprio come le nostre dune di sabbia in mostra.
Geraldina Albegiani: La mostra nasce dalla ricerca del “Repatriates Collective”, che riunisce artiste/i provenienti da contesti geografici molto diversi. Come è riuscita, nel ruolo di curatrice, ad armonizzare queste diverse sensibilità?
Khadija von Zinnenburg Carroll: In realtà l’armonia non è qualcosa che cerco a tutti i costi; preferisco cercare lo spirito nella dissonanza. La polifonia serve a trovare la musica proprio attraverso i contrasti, permettendo all’individuo di emergere nel collettivo. Quando studiavo teatro di figura in Indonesia, i maestri mi dicevano sempre: “usa il tuo Rasa“, ovvero usa il tuo sentimento profondo. Non ci sono spartiti fissi, è pura improvvisazione. Le bambole della navata ovest sono marionette politiche di questo tipo: quando vengono animate, creano un punto d’incontro attraverso le differenze. Io mi limito ad articolare le storie, ma l’armonia si ascolta senza bisogno di troppe spiegazioni accemiche. Bisogna solo sintonizzarsi.
Geraldina Albegiani: L’installazione “Weaving Connections” utilizza l’acqua e l’intreccio tessile. In che modo queste pratiche si collegano alla vostra critica verso le istituzioni europee, accusate di separare artificialmente l’essere umano dal mondo naturale?
Verena Melgarejo Weinandt: Nel mio lavoro le trecce rappresentano l’identità umana e la sua capacità di trasformarsi, di districare e intrecciare continuamente chi siamo. L’acqua, nelle sue diverse forme, ci dimostra che la nostra esistenza è solo un piccolo elemento dentro una rete aggrovigliata. Questa prospettiva ci aiuta a disimparare l’approccio estrattivo e di possesso con cui l’Occidente si posiziona storicamente rispetto alla natura. Mostrare i tessuti in una fase “incompiuta” mette a nudo il processo di creazione del legame. Sono gesti che possiamo portare dentro le istituzioni: abbiamo il potere di disfare e ricreare relazioni umane diverse, superando i vecchi rapporti coloniali che abbiamo interiorizzato per troppo tempo.
Geraldina Albegiani: Nell’installazione “From My Mother’s Country”, migliaia di bambole sono state realizzate da artiste Anindilyakwa e namibiani. Com’è stato lavorare a stretto contatto con loro per dare una voce e una narrazione a ogni singolo pezzo?
Khadija von Zinnenburg Carroll: È stato straordinario vedere un cammino di canti e storie tornare alla comunità come parte integrante del processo. Nella mia pratica, questi sono i momenti in cui l’arte contemporanea riaccende la storia orale, che viene poi registrata e protetta per il futuro. L’installazione è realizzata interamente con registrazioni sul campo che ho effettuato a Groote Eylandt e in Namibia. C’è stato un profondo lavoro di traduzione linguistica e concettuale: con il team di Ocean Space abbiamo meditato a lungo su come tradurre termini indigeni complessi, attingendo a lingue antiche per rispettare lo stato d’animo e la cosmologia originaria.
Geraldina Albegiani: Passare da un approccio curatoriale tradizionale a una pratica basata sulla responsabilità condivisa e sul collettivo ha modificato il suo modo di lavorare?
Khadija von Zinnenburg Carroll: Assolutamente sì. L’attenzione per un approccio non gerarchico permette alla singola voce dell’autore di essere condivisa tra molti in diversi momenti. Non c’è un unico artista o un curatore-star, siamo un collettivo. Per me è stato un lungo percorso per “disimparare” la formazione eurocentrica che ho ricevuto, quella che spinge a riempire lo spazio solo con la propria voce, per fare invece spazio a una moltitudine di punti di vista. Nel contesto della Biennale di Venezia, l’obiettivo era riequilibrare un sistema dell’arte eccessivamente commerciale con una mostra che rifiuta decisamente il bene di lusso a firma singola.








