They

La prima collettiva alla galleria Massimo Ligreggi

di Alessandra Tomasello

 

Una coralità di visioni, di retrospettive e uno slancio al prossimo futuro fondono lo spirito della mostra They, prima collettiva inaugurata il 22 febbraio alla galleria Massimo Ligreggi di Catania.

Il progetto ha coinvolto le opere di undici artisti che hanno incarnato la storia della galleria a partire dalla precedente collaborazione con Gianluca Collica fino all’ultima esposizione della giovane artista americana Elizabeth Moran.

Riallacciandosi al concetto vasariano delle tre età dell’arte, si passano in rassegna le esperienze artistiche di Renato Leotta, Tamas Kazsas e Hugo Canoilas, i rappresentanti del passato della galleria Collica Ligreggi. Per poi proseguire con i lavori di Zaza Calzia, Eelco Brand, Carmelo Nicotra ed Elizabeth Moran, le quattro figure del presente che hanno animato gli spazi della nuova galleria, all’indomani della separazione con Collica. Fabrice Bernasconi Borzì simboleggia la generazione del futuro su cui punterà Massimo Ligreggi prossimamente. Inoltre, un sentito omaggio viene dedicato a tre artisti provenienti dall’ambito del contemporaneo sardo, quali Lalla Lussu, da poco scomparsa, Pinuccio Sciola e Ruben Montini.

Renato Leotta è stato il primo artista ad esporre alla galleria Collica Ligreggi. Vive oggi a Torino, ma le sue origini siciliane hanno profondamente influenzato la sua ricerca, volta all’osservazione del paesaggio mediterraneo. Il lavoro presentato è un disegno su carta in succo di limone raffigurante Odisseo che acceca Polifemo. L’uso della tecnica e l’immagine della mitologia omerica richiamano sensazioni visive di un ancestrale ricordo siciliano.

Hugo Canoilas è un artista portoghese residente a Vienna, la cui arte è incentrata sulla pittura e su un acceso colorismo. Mycene, stampa cera e inchiostro su carta, raggiunge esiti quasi puristici del colore in una riflessione sul medium stesso e sulla capacità di manovrare e sperimentare le possibili tonalità del rosso e del verde.

Il lavoro di Tamas Kazsas, artista ungherese, ha una matrice concettuale instillata di tematiche politiche ed ecologiche, pervase da un forte senso della riproducibilità e del riciclo dell’arte. Lavoratori, acrilico nero in gesso, di fatti sintetizza la sua ricerca sulla sostenibilità dell’ambiente in connessione con l’operato dell’uomo.

L’artista sarda Zaza Calzia ha inaugurato un nuovo tempo della galleria con la sua personale “Letters in Jazz” nel febbraio del 2019. La parola d’ordine dell’arte della Clazia è collage attraverso la sua indagine nel campo dell’informale. Untitle è un papier collè su pittura di ritagli di giornale posti a caso sulla tela. La tecnica di collazione giunge ad un’indecifrabilità della lettura in un processo di decomposizione della cultura pop quotidiana.

L’arte digitale dell’artista olandese Eelco Brand simula paesaggi reali naturalistici attraverso la proiezione di un immaginario pensato e soggettivo. L’illusione artificiale è reale a tal punto da spaesare lo spettatore, sorpreso ad incontrare uno scenario verdeggiante dai margini sconfinati.

Il siciliano Carmelo Nicotra, originario di Favara, indaga gli ordini degli edifici dell’architettura degli anni Cinquanta e Sessanta della sua città, spesso lasciati in uno stato di abbandono e di non finito nell’ottica di una dichiarata denuncia sociale. Il collage ricalca l’incapacità edilizia di mescolare l’antico e il moderno, senza una conoscenza delle tecniche, impreziosito dal colore tipico degli intonaci delle strutture cittadine.

L’opera di Elizabeth Moran dal titolo Skotografia fa parte di una serie di lavori del 2016 in cui viene utilizzata una tecnica particolare adoperata dagli spiritualisti, che facevano uso di carte fotosensibili alla luce per imprimere le energie ambientali. Attraverso la sperimentazione delle tecniche miste usate dai ghost hunters, la Moran realizza una fotografia delle forze invisibili dei poltergeist che infestano la casa della zia nel Massacchusetts, rivelando ciò che l’occhio umano non è in grado di percepire.

Fabrice Bernasconi Borzì rende omaggio ai maestri dell’equilibrio incerto, il duo svizzero Peter Fischli e David Weiss, proponendo il tema delle sedie sospese. Semer Récolter rappresenta un connubio di un tipo di equilibrio non solo oggettuale, statico e dinamico, ma anche di natura concettuale e morale. La scala con cui si raccolgono le ciliegie, oggetto tipico della semina siciliana, e la sedia formica, appartenente al ricordo dell’infanzia dell’artista, si mantengono a vicenda in una stasi precaria, così come lo è stata la vita del Bernasconi Borzì, diviso tra la cultura siciliana e svizzera. La parete invece allude alle fondamenta e al sacrificio, speso dai genitori ai figli nella realizzazione dei loro progetti. Il titolo definito da due verbi gestuali indica l’atto immateriale del lavoro.

A chiudere il ciclo sono i lavori della triade sarda Lalla Lussu, Pinuccio Sciola e Ruben Montini.

In ricordo alla memoria di una delle figure di spicco dell’arte contemporanea sarda, Lalla Lussu, che avrebbe voluto collaborare con la galleria, sono esposti due lavori, stoffe su pittura appartenenti alla serie di Cortecce (2012) Bianco su Bianco e Alpegiani. Riprendendo le parole del curatore Efisio Carbone, che si è occupato della sua ultima personale a Venezia, Lalla Lussu è riuscita a catturare la luce riducendola in frammenti e rinchiudendola in cortecce d’alberi. La stoffa si plasma quale spazio della meditazione e del ricordo.

La pietra sonora di Pinuccio Sciola, scultore di San Sperate, ha rivoluzionato il panorama artistico realizzando delle incisioni sui basalti e le pietre calcaree. Il suono e le vibrazioni scaturite dal tocco sulla scultura fa emergere un richiamo di appartenenza alla natura e ai suoi elementi. Presenti anche due terrecotte raffiguranti dei pastori tipici sardi.

Ruben Montini espone con un video dal titolo Ritratto di mia madre come la mamma più bella del mondo, una performance in cui prova a vestire i panni della madre, ricreando un ricordo impresso nella mente. Il travestimento diventa il pretesto per riappropriarsi anche di un’identità voluta nella manifestazione della fluidità dei generi.